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Denny McLain in carcere

Denny McLain – II parte

Denny McLain chiude la propria carriera da giocatore di baseball nel 1973, investito dallo scandalo scommesse e dalla connivenza con alcuni esponenti della malavita italo-americana. Malgrado le attività borderline che porta avanti fin dagli ultimi anni da sportivo, le porte del carcere gli si spalancano di fronte per la prima volta nel 1985, l’accusa è quella di traffico di droga.

La sentenza per traffico, estorsione e possesso di cocaina porta a una condanna esemplare: 23 anni di carcere. Quasi incredibilmente, dopo tre anni di pena, il verdetto viene ribaltato per vizi procedurali. McLain vede di nuovo la luce del sole e sembra trovare la sua dimensione nello spettacolo.

Dal carcere ai riflettori

Inizia dal basso, come era stato per lo sport, ma anche questa volta deve ringraziare alcune conoscenze importanti che gli offrono l’opportunità di esordire. Il pugile Leon Spinks gli chiede di servire come piano-bar per il suo locale a Detroit. Firma cartoline e palle da baseball, canta e suona, vive la notte e riesce a stare vicino alla famiglia.

L’ambizione che ne ha sempre infuocato il carattere non è venuta meno. Poco tempo dopo il battesimo dei riflettori inizia a condurre uno show radiofonico, il ‘The Denny McLain Show’, un prodotto amato dai suoi tifosi e non solo, uno spettacolo che raggiunge la cifra di 400.000 dollari di introiti pubblicitari.

Quando tutto sembra filare per il meglio, la sventura di una vita ad andamento sinusoidale rientra in scena nel più drammatico dei modi. La figlia Kristin muore in un incidente stradale. Un colpo che fa crollare l’ex-giocatore e ‘one man show’.

Un anno dopo il lutto, McLain prova a svoltare nuovamente. Acquista una società sull’orlo del fallimento. Pieno della sua arroganza farcita da deliri d’onnipotenza, è fiducioso di poterla risanare, ma la realtà è ancora una volta lì ad attendere. Per pagare i debiti con i creditori, McLain sottrae i soldi dei dipendenti dai fondi pensionistici, un raggiro di circa 3 milioni di dollari. Un affare che lo porta dietro le sbarre per la seconda volta, è il 1996.

McLain e Gotti Jr.

Il giudice non fa sconti nemmeno nel secondo processo e questa volta non c’è appello che tenga. McLain si deve rassegnare alla prigione per più di dieci anni. Non c’è nulla da inventarsi, non ci sono amici da chiamare e favori da chiedere. Per dieci mesi, ogni giorno è uguale all’altro.

Addio agli stadi, ai casinò, ai brindisi con i Gambino, alla bella vita, alla figlia amata, alla musica e all’avanspettacolo grottesco che gli aveva offerto un’altra occasione. Denny si ritrova con quelli che avrebbero potuto essere i suoi compagni di strada a Chicago sul finire degli anni cinquanta senza alcuna non c’è via d’uscita.

L’unico salvagente glielo offre Nino Perrotta, un agente dei Servizi Segreti prima e poi dell’FBI. È il 1997, la mafia italo-americana si sta istituzionalizzando, cerca di varcare la soglia passando dall’illegalità alle poltrone del potere. I boss si ripuliscono dai crimini come possono; i loro figli studiano per diventare avvocati, medici, futuri senatori del Paese. È quella fase di transizione che sarà descritta con superbia ne ‘I Soprano’.

Durane quell’epoca di cambiamento, sacche di attività illegali rimanevano ancora il core business dell’organizzazione. Non necessariamente crimini violenti, estorsione o traffico di sostanze stupefacenti. Non solo il classico menù della malavita mangia spaghetti, ma truffe su scala che solo chi conosce le persone giuste può riuscire a metter in piedi. Anche John Gotti Jr., figlio del più rilevante boss della malavita del dopoguerra, partecipa al cambiamento.

Il caso vuole che, secondo le indagini congiunte di Servizi Segreti e FBI, proprio una delle società di b, la Tel-Central Communication, fosse implicata in una delle truffe più redditizie per le famiglie italo-americane. In quel periodo, la privatizzazione delle compagnie telefoniche aveva aperto una fetta di mercato fino ad allora vergine. I maggiori incassi venivano fatti vendendo schede prepagate per telefonare verso l’estero.

Alla Tel-Central Communication veniva imputata la collaborazione con la mafia nel generare schede false e vendere minuti di chiamate inesistenti. Il gioco funzionava più meno cosi: la Tel-Central Communication presta server e schede di una certa compagnia telefonica alla mafia senza caricarle degli effettivi minuti di chiamata; l’organizzazione vende le schede a prezzi ribassati nei quartieri delle grandi città colmi di immigrati; il cliente acquista, telefona per qualche minuto e poi il nulla; l’utente chiede il rimborso alla compagnia telefonica. La truffa svuota le tasche delle compagnie di milioni di dollari, più di cento secondo i calcoli di Perrotta.

I testimoni del crimine

Le autorità propongono a McLain di raccontare tutta la vicenda e passare una vita tranquilla sotto scorta nella provincia americana. Il prezzo è la verità, l’obiettivo è porre fine alla dinastia Gotti in modo da rendere instabile e vulnerabile l’ambiente mafioso. McLain non ha dubbi, inizia a parlare da subito.

L’MVP del 1968 racconta dei suoi rapporti con la mafia nel mondo delle scommesse, farcisce la storia di aneddoti, tira fuori le prove e i nomi. Tutti, o quasi, presenti; tutti tranne Gotti. Con il più potente fra i boss sembra non aver nulla da spartire e lo stesso vale per la truffa Tel-Central Communication: inventata dice. Tutto quello che dice agli investigatori è pressoché inutile alle indagini, cosi Perrotta decide di rispedire l’ex lanciatore in carcere a scontare la pena per le pensioni rubate.

Con il proseguo dell’investigazione, sotto la minaccia di un processo imminente, i collaboratori di McLain incominciano a confessare. Raccontano episodi che palesano le relazioni fra la compagnia di comunicazione e la criminalità organizzata. Mark Lauzon, il genero che gestiva gli uffici della Tel-Central, parla di viaggi a New York per incontrare Anthony Plomitallo, braccio destro di Gotti sempre pronto a intimidazioni motivanti.

Paula Huges, account manager dell’azienda, si spinge più in là. Indica i server utilizzati, parla di meeting in cui le famiglie passavano borse di denaro in contanti al suo datore di lavoro. Secondo quanto testimoniato dalla collaboratrice, lo stesso McLain avrebbe pilotato un aereo super-leggero verso le Isole Cayman per depositare gli introiti della truffa su conti sicuri.

Passano gli anni, l’indagine prosegue, gli screzi fra agenzie si fanno acuti, le decisioni di inquirenti e magistratura sono meno fortunate di quanto si potesse credere all’inizio della faccenda. Dal carcere, Gotti Senior manipola, influenza e, secondo alcune fonti vicine alla famiglia, si strugge per l’incapacità del figlio nel condurre l’impresa.

In un’altra cella di un altro istituto, McLain sconta la sua pena. Prova anche a mettersi  in contatto con Perrotta, ma ormai la sua credibilità è sfiorita, le prove sono state tutte acquisite e il processo penale sta per naufragare in una sanzione amministrativa irrisoria. Quello che rimane della collaborazione fra il giocatore di baseball e l’agente dell’anti-mafia è un rapporto che il primo descrive amichevole e affettuoso a dispetto della freddezza del secondo.

La scarcerazione e l’ennesima nuova vita

McLain viene scarcerato nel 2003 per fine pena. Malgrado ci siano pochi dubbi rispetto la sua collaborazione con i più importanti boss italo-americani, riesce a ritagliarsi un ruolo da protagonista nelle partite fra vecchie glorie della MLB. Tuttora prosegue le sue varie attività imprenditoriali più o meno oneste: vende sedie di design, appare in televisione, fa bagni di folla negli stadi.

Nel 2011, è stato fermato al confine con il Canada come insolvente fuggitivo, ma l’accusa è caduta ancora una volta. Nel 2015, partecipa alla trasmissione ‘From Glory Days’, è dimagrito, invecchiato, forse stanco ma sempre vivace nello spirito. Attualmente conduce una trasmissione radiofonica sulla vita e la politica: due topics su cui può certo garantire un punto di vista personale fuori dal comune.

In un’immagine lo trovi giovane e prestante, pronto a scagliare la palla in faccia al battitore, nell’altra indossa la divisa arancione da detenuto. Da ragazzino maltrattato a stella dello sport nazionale, da one-man-show a uomo d’affari compromesso con la mafia che trasporta soldi su un aereo privato: non c’è nulla nella vita di McLain che sia stato fatto in modo normale. Le attenzioni, le gioie immense e l’affetto superficiale non gli sono mai mancati. La verità, la trasparenza, la serenità forse non le conoscerà mai.

About Antonio Alberti

Classe 1986, la mia attitudine odiosa e masochista mi ha portato verso scelte anti-economiche come quella di fare un dottorato in Teoria Politica. Camminando sul bordo della disoccupazione permanente, ho deciso di racimolare qualche spicciolo scrivendo per attività commerciali, prodotti cinematografici, sport e politica. Se ci credessi, mi definirei copywriter, content writer e storyteller.

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