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McLain in pedana

Denny McLain – I parte

Denny McLain si fa abbracciare ancora dalla sua gente. Non tutti hanno quella capacità di venire a contatto con le persone con immediatezza. Non tutti sanno farsi apprezzare con una stretta di mano e poche frasi grette malgrado il carattere narcisista e la serie non comune di episodi turbolenti.

È stato uno dei lanciatori più talentuosi della MLB, un uomo d’affari e un pessimo collaboratore di giustizia. Si è rovesciato addosso l’invidia, il rancore e il malcontento di interi spogliatoi; ha frequentato e fatto affari con i Gambino e diversi altri affiliati di Cosa Nostra; si è lanciato in business imprenditoriali border-line, in truffe autentiche e progetti imprenditoriali senza speranza. Denny McLain ha esplorato tutti i suoi vari ‘talenti’ senza riserbo, il più delle volte infrangendo le regole.

A discapito della una fedina penale e l’antipatia di molti di coloro che l’hanno conosciuto, l’ex lanciatore dei Detrotit Tiger riesce ancora a riempire gli stadi e a farsi applaudire dal suo audience sedotto dalla personalità vulcanica, dai modi caldi, privi di barriere.

L’infanzia e gli esordi in MLB

Malanni nasce in una cittadina dell’Illinois nel 1944, è un figlio d’immigrati. Dopo i primi anni in campagna, la famiglia si trasferisce a Chicago. La madre sembra distinguersi per un’eccezionale mancanza d’affetto. Il padre, un reduce della Seconda Guerra Mondiale violento e alcolizzato, abbandona ben presto il travaglio della vita terrena morendo per un attacco cardiaco all’età di 36 anni.

Il giovane Denny viene sù nei sobborghi della città. Da buon figlio di irlandesi frequenta il collegio cattolico per soli maschi dove, fin dai primi anni, si distingue per l’abilità nel baseball e al pianoforte. Vive la sua adolescenza nei campetti del quartiere, fra compagni con una carriera criminale già scritta, futuri poliziotti e vigili del fuoco e la prossima generazione della più comune working-class.

Dagli anni ’30 ai ’70, Chicago ha un solo padrone, si chiama Tony Accardo, conosciuto anche come Joe Batters. Dopo la caduta di Al Capone, Accardo amministra il business della città, dalle scommesse fino al nascente traffico di droga. Nel regno del mafioso italo-americano, Denny incomincia a farsi le ossa per la strada.

È probabilmente una giovane ragazza a offrirgli l’opportunità per non finire ucciso in qualche retrobottega prima ancora di riuscire ad avere figli. Si chiama Sharon Boudreau, ed è figlia del campione MLB Lou Boudrau.

La carriera giovanile di McLain

Con una spinta e qualche consiglio, il ragazzo inizia a distinguersi nei tornei regionali per la rapidità del braccio. Gioca una stagione per la seconda squadra dei Chicago White Sox nella lega dei Monti Appalachi, e il matrimonio ben combinato del 1963 accelera la sua scalata verso le serie maggiori.

I White Sox sono incerti sull’immediato futuro di McLain, vorrebbero farlo crescere ancora prima di concedergli il debutto in MLB. Ne approfittano i Detroit Tiger che lo selezionano per la stagione del 1963. Lo faranno esordire il 21 Settembre di quell’anno proprio contro la squadra della sua città, proprio contro coloro che non l’avevano ritenuto sufficientemente maturo.

McLain ruota fra le leghe minori e la prima squadra ancora per qualche periodo, alla sua prima partita in MLB batte l’unico home-run della carriera ed elimina due avversari. Poi ritorna fra le fila della seconda squadra, si fa apprezzare per l’ottimo rendimento e aspetta l’occasione giusta per far parte stabilmente dello spogliatoio dei grandi.

Non deve attendere molto, l’anno successivo, nel 1964, ha, infatti, un posto fisso fra i professionisti. Gioca terza base ma per poco. Nel 1964-1965 partecipa al campionato invernale in Porto Rico mentre la stagione nordamericana è ferma. Qui, si fa notare come lanciatore e al suo ritorno negli States si afferma finalmente nel ruolo più adatto alle sue capacità.

La carriera da professionista, il capolavoro e il declino

Gli anni sessanta scorrono nel caos e McLain inizia a diventare una prima linea della squadra di Detroit. I Tigers non sono una delle potenze della lega, hanno il loro prestigio modesto e due titoli, il primo vinto nel 1935, il secondo quando Denny aveva solo un anno, nel 1945.

Il pitcher incomincia a farsi un nome importate e la stagione che ne celebra il talento è quella del 1968: una sorta di capolavoro, di performance unica e irripetibile. Nell’anno della rivoluzione sessuale, dei movimenti studenteschi, del pacifismo e delle proteste contro il Vietnam, nell’anno più celebre della seconda metà del novecento, McLain dipinge la sua personale opera d’arte, il suo manifesto di sublime supremazia nel mondo del baseball.

In Maggio, agli inizi della stagione regolare, il lanciatore critica aspramente i fans della squadra. Sembra che il suo rapporto con Detroit sia irreversibilmente compromesso e che non aspetti altro che cambiare divisa.

Malgrado non tutto vada alla perfezione, i suoi lanci permettono alla squadra di vincere la prima, la seconda, la terza, la quarta, la ventinovesima partita di fila. Arriva la copertina del Times e l’occasione per entrare nella storia.

Il 14 Settembre, McLain è in pedana al Tiger Stadium, milioni di americani seguono il suo braccio in diretta tv mentre si appresta a lanciare per eguagliare il record di 30 vittorie consecutive del 1934. I capolavori non ammettono errori, arriva la vittoria contro Oakland e il primo segno indelebile dell’anno.

Prosegue la stagione e, durante la trentunesima partita, si trova di fronte uno dei suoi idoli d’infanzia: Mickey Mantle. Il newyorkese è a un passo dall’entrare nella storia dello sport, gli manca un solo home-run per occupare il terzo gradino del podio nella classifica di tutti i tempi di palle spedite fuori dal campo. McLain è in pedana ancora una volta, i Tigers conducono 6 a 1 e Mantle riceve l’applauso del suo pubblico mentre mazza in spalla occupa la sua posizione.

Come a porgere un omaggio all’interno del suo film personale, McLain lancia una palla morbida, senza peso, un regalo per un battitore professionista. Mantle spedisce quel regalo in tribuna e sfila sulle basi. Applaude il pubblico, applaude McLain, rosicano gli scommettitori e il board MLB.

Nel lancio successivo, Joe Pepitone chiede di ricevere lo stesso favore, forse scherzando; di tutta risposta, si ritrova una palla scagliata con violenza che sibila a pochi centimetri dalla testa.

I Tigers vanno a giocare la finale di stagione contro i Cardinals. Il verdetto è già scritto, niente può andare storto. Detroit si aggiudica il suo terzo titolo MLB, McLain vince il premio come miglior giovane del torneo e come MVP, unico a riunire i due premi in un solo anno.

Tuttavia, i momenti sublimi hanno la pecca di essere eccezionali e di farsi spesso seguire da lunghi periodi in caduta libera, vale soprattutto nello sport. Se la stagione successiva può essere ritenuta una fase di rilassamento che segue a un evento straordinario, i problemi veri arrivano nel 1970.

Le scommesse e il ritiro

I primi legami fra McLain e le famiglie italo-americane risalgono al 1967, roba da poco s’intende. Pare che il lanciatore dei Tigers avesse una passione per i cavalli, una passione che in periodi storti lo porta a far maturare debiti fino a 50.000 dollari con i fratelli Giancaleone. Allibratori che controllano le scommesse a Chicago.

Il problema sembra risolversi facilmente con pochi ammonimenti tipicamente mafiosi salvo poi ripresentarsi tre anni più tardi. Nel 1970, Sport Illustrated pubblica un articolo in cui denuncia il vizio del pitcher di Detroit e le pratiche illegali nel mondo delle scommesse.

Quelle stesse accuse troveranno conferma più tardi, quando l’FBI dichiarerà di avere prove e fotografie che mostrano McLain mentre socializza con il boss di Las Vegas Tony Spilotro. Lo stesso giocatore ammette le sue colpe e si prende sei mesi di squalifica per aver messo in piedi un giro di scommesse proprio.

I Tigers, intanto, si disfano di quello che è diventato un peso per le economie della franchigia. McLain passa di squadra in squadra fino al giorno della sua ultima partita da professionista nel 1972, fra le fila degli Atlanta Braves. L’anno che segue, a soli 29 anni, arriva il ritiro. Ad attenderlo, rimane una vita da reinventarsi e l’attitudine mai celata a cercare la strada più rapida e rocambolesca.

About Antonio Alberti

Classe 1986, la mia attitudine odiosa e masochista mi ha portato verso scelte anti-economiche come quella di fare un dottorato in Teoria Politica. Camminando sul bordo della disoccupazione permanente, ho deciso di racimolare qualche spicciolo scrivendo per attività commerciali, prodotti cinematografici, sport e politica. Se ci credessi, mi definirei copywriter, content writer e storyteller.

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