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25 novembre 1992: il canto del cigno di Utrecht

La quaterna al Goteborg di 27 anni fa è l’ultima perla della carriera di Marco Van Basten

 

di Stefano Ravaglia

 

Sciamarono da San Siro ignari, quella sera, i tifosi milanisti. Non sapevano di aver assistito a qualcosa di straordinario: non tanto le quattro reti con cui Marco Van Basten demolì il Goteborg, ma il fatto che quella fosse l’ultima recita di un attore protagonista di quegli anno d’oro per il Milan. Mercoledì 25 novembre 1992, Champions League.

Da pochi mesi infatti si chiama così e non più Coppa dei Campioni, in nome degli sponsor e del business che sta per travolgere il football senza ritorno. A San Siro il Milan riceve gli svedesi, nel gironcino di qualificazione alle semifinali. Le altre squadre inserite con gli uomini di Capello sono il Porto e il Psv Ehindoven.

I rossoneri, nei due turni eliminatori precedenti, si sono sbarazzati senza patemi di Slovan Bratislava (1-0 e 4-0) e Olimpia Lubjana (7-0 complessivo) e quella con gli svedesi è la gara che apre il girone. Campioni d’Italia senza sconfitte nella stagione precedente, puntano a riportare a casa la coppa dalle grandi orecchie dopo tre anni di digiuno.

Dei tre olandesi, Marco Van Basten è stato quello più duro da convertire al sistematico forcing sacchiano del movimento senza palla, del pressing e della connessione coi compagni. Ma alla fine si è divertito, e ora con Capello è anche più libero di agire. A San Siro la serata è quella tipica autunnale fredda e con un velo di foschia. Senza Maldini, il Milan gioca con Antonioli, Tassotti, Massaro, Albertini, Costacurta, Baresi, Lentini, Rijkaard, Van Basten, Papin, Eranio.

Fortunato chi era al Meazza quella sera tra i 55 mila presenti. Lo show del “cigno di Utrecth” inizia al minuto trentaquattro, quando dopo uno scambio con Papin resiste alla pressione di un difensore e quasi da terra fa impennare il pallone sotto l’incrocio. Il Milan è troppo più forte degli svedesi, e nel secondo tempo dilaga. Il 2-0 arriva su rigore: il celebre portiere Ravelli, colonna del club, intuisce e quasi para il tiro dagli undici metri, ma non basta. La vera perla, ancora oggi riconosciuta come una delle più belle segnature dell’intera storia rossonera, è quella Van Basten confeziona all’ora di gioco. Su uno spiovente di Rijkaard a centrocampo, la palla è raccolta da Eranio che si invola sulla fascia. Dopo aver sterzato, calibra bene un traversone in area quasi all’altezza del dischetto: è straordinario e leggiadro il modo in cui Van Basten si avvita in una spettacolare rovesciata e buca ancora il povero Ravelli per il 3-0.

Un minuto dopo, sfruttando un rimpallo, ha la prontezza di mettere a sedere ancora il malcapitato numero uno svedese, aggirandolo e depositando in porta il poker. ‘Forza Milan!’, il mensile del club, titola: “Pensavamo fosse calcio, invece era Van Basten”, la Gazzetta invece parla di “Accademia”.

Subito dopo quella quaterna indimenticabile, l’olandese vola a St.Morritz per una nuova operazione alla caviglia contro il parere della società. Il 30 maggio del 1993, il Milan arriva alla finalissima di quella Coppa dei Campioni dopo dieci vittorie consecutive: Van Basten, spedito in campo nonostante le precarie condizioni fisiche, è la controfigura di ciò che si era solitamente abituati a vedere.

Il Marsiglia vince, non senza ombre, e quella è l’ultima partita della carriera dell’olandese. Il 17 agosto 1995, dopo due anni di speranze e illusioni, Marco (anzi, per l’anagrafe Marcel) sorride nella sala Coppe di Via Turati, dove seduto al tavolo in una conferenza stampa annuncia il suo ritiro.

“La notizia è corta: ho deciso semplicemente di smettere di giocare a calcio. Grazie a tutti”.

Ma dal suo pubblico si era già congedato quella fredda sera di novembre in cui scaldò i cuori milanisti con una recita irripetibile. Un vero e proprio canto del cigno.

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