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Addio Kobe: quel confine sottile tra campione e tifosi

Scompare in un incidente in elicottero la bandiera dei Lakers, Kobe Bryant. Piange tutto il mondo dello sport

di Stefano Ravaglia

Ci sono miti e leggende che paiono immortali. Lo sport ha questo potere: avvicinare i grandi alla platea comune. Campioni che sembrano non finire mai, che prima conquistano con il loro carattere, la loro affabilità, la loro umanità, e poi con la rabbia e la determinazione che buttano in campo, in una continua corsa a migliorarsi. “Un bravo atleta, ma soprattutto un grande uomo”, si suol dire.

Ed è davvero così. La scomparsa di Kobe Bryant a 41 anni in un incidente con l’elicottero intorno alle colline di Los Angeles, può essere accostata, così su due piedi, a quella di Ayrton Senna. Nel 1994 il campione brasiliano scompare a Imola, e anche lui era un highlander. Uno di quelli che tanto alla fine non muore. Come nei film, dove il capo della tribù mica può morire, se no finisce il film. Con Senna e Bryant è finto il film. Con i Los Angeles Lakers (20 anni di carriera, una sola maglia) ha segnato più di 33 mila punti, risultando il secondo miglior marcatore in assoluto in un’unica partita con 81 punti, dietro ai 100 che mise a segno Wilt Chamberlain nel 1962.

Si era ritirato nel 2016 dopo cinque titoli NBA e due ori olimpici. Doveva molto anche all’Italia: dai 6 ai 13 anni aveva seguito suo padre Joe, altrettanto cestista, che si era mosso tra Rieti, Pistoia, Reggio Calabria e Reggio Emilia. E lui a guardare papà e sognare di arrivare lassù a canestro, parlando poi in età adulta un italiano perfetto.

Kobe Bryant milanista, ritratto sorridente a Milanello con una maglia rossonera con su il suo nome. Kobe Bryant che il giorno del suo addio segna 60 punti e poi piange.

Oggi piangono tutti gli sportivi: perché anche tra i neofiti del basket, come chi scrive, e coloro che non necessariamente sono quotidianamente immersi nelle vicende sportive, questi giganti fintamente immortali sembrano vicini di casa. Non li abbiamo mai visti, se non in tv, o per i più fortunati per una foto o un veloce autografo. Eppure sembrano persone che conosci da una vita. Con lui c’era la figlia Gianna, tredicenne, una delle sue quattro gemme avute dalla moglie Vanessa Laine.

Proprio poche ore prima della tragedia Bryant si era complimentato su Twitter con LeBron James, per averlo scalzato dal podio dei punti assoluti in carriera. E tre giorni fa, sosteneva il messaggio immortale di Martin Luther King “che deve essere compreso dai bambini, in modo che lo portino avanti nel tempo”. Lo faranno. Così come gli appassionati racconteranno di quella leggenda della pallacanestro scomparsa dentro a un freddo inverno. Fortissimo ma pur sempre appeso a un filo, come tutti noi.

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