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All’ultimo respiro: i finali di campionato più incredibili

 

di Stefano Ravaglia

 

L’ultra spezzatino televisivo, iniziato timidamente più di vent’anni fa con Tele+ e una partita messa alla domenica sera alle 20.30, che già sembrava una rivoluzione, ci ha tolto qualcosa e forse anche di più. Un tempo, tutte le partite alla stessa ora, poi le ultime quattro giornate, ora invece è tutto alla mercé delle televisioni anche sino all’ultimo turno. La comprovata non competitività del campionato ha permesso inoltre di vincere gli scudetti in albergo, come spesso è capitato alla Juventus di questi anni, trionfante con così largo anticipo che bastava sapere il risultato delle dirette avversarie (Milan, Roma o Napoli) per stappare lo spumante. Ma c’era un tempo in cui tutto questo era di là da venire. Partite tutte alla domenica pomeriggio e tu attaccato alla radiolina perché il risultato della tua squadra non bastava. C’era sempre qualcuno che aveva le tue stesse chances. Quattro campionati, quattro storie di finali al fotofinish.

 

SERIE A, 5 maggio 2002

Come sono lontani i tempi del campionato 2001-02. Mai più in Italia sono arrivate all’ultima giornata tre squadre in corsa per lo scudetto. In novanta minuti, quel giorno, si decise tutto. L’unico spareggio disputato nella storia del campionato, quello del 1964 tra Bologna e Inter, è in pericolo. Potrebbe finire anche allo stesso modo tra Inter, Juventus e Roma, con i nerazzurri in testa a 69 punti, seguiti dalla Juventus a 68 e dalla Roma a 67. Mentre i giallorossi a Torino sono inchiodati perennemente sullo 0-0, la partita è tutta tra nerazzurri e bianconeri. Se la Juventus mette al sicuro il risultato a Udine, andando presto sul 2-0, l’Inter a Roma con la Lazio pare non avere ostacoli: i biancocelesti al massimo devono evitare l’Intertoto, in più si gioca in un Olimpico a tinte nerazzurre, complice anche il gemellaggio tra le tifoserie. L’Inter di Cuper e Ronaldo va avanti due volte, ma sul 2-1 (reti di Vieri e Di Biagio con pareggio momentaneo di Poborsky) si materializza l’incubo. Ancora il ceco e poi Inzaghi e l’ex Simeone, portano a un clamoroso 4-2 per i biancocelesti che tolgono lo scudetto da sotto al naso all’Inter che lo attendeva da quattordici anni. Nel frattempo, al Delle Alpi, ha segnato anche Cassano. La Roma vince 1-0 e arriva seconda, con lo scudetto alla Juventus. L’Inter finisce addirittura terza: dovrà ripartire dai preliminari di Champions League. Dalle stelle, alle stalle.

 

BUNDESLIGA, 19 maggio 2001

La Rhur, zona di miniere e di gran lavoratori. Che se lo meriterebbero proprio un titolo. E invece, lo Schalke 04 di Gelsenkirchen, non l’ha mai vinto. O almeno, pensava di averlo fatto. Al termine della stagione 2000-01 pare non ci siano ancora speranze: 62 a 59 in classifica per il Bayern di Hitzfield, che tre giorni dopo dovrà giocare la finale di Champions League a San Siro contro il Valencia. E che nell’ultima di campionato sono impegnati ad Amburgo, mentre lo Schalke ospita l’Unteraching alla disperata ricerca di punti salvezza, e gioca la sua ultima partita nel vecchio stadio, il Parkstadion, prima del trasloco nella nuova e moderna Veltins Arena. Lo Schalke va sotto, poi rimonta, in una girandola di emozioni incredibili, e alla fine vince 5-3. Nel frattempo, ad Amburgo tutto tace, almeno sin quando Barbarez, proprio al novantesimo, inzucca e batte Kahn per il clamoroso vantaggio dei padroni di casa. L’addio al Parkstadion non poteva avere finale migliore: esplode la gioia di giocatori e tecnici, e gli spalti sono ovviamente incandescenti. Sembra fatta, con alcuni dirigenti e giocatori che festeggiano già il titolo e i tifosi che invadono il campo. Poi, la tragedia sportiva si compie: un retropassaggio di un compagno, viene abbrancato con le mani da Mathias Schober, portiere dell’Amburgo. Lo sciagurato gesto, comporta una punizione a due dentro l’area per il Bayern, al quarto minuto di recupero dei quattro concessi. La palla della vita la calcia Patrik Andersson, che quell’estate passerà al Barcellona. Il pallone buca barriera e portiere e si insacca. Finisce 1-1: sul Parkstadion tramonta il sole, in tutti i sensi. Non ci sarà nessuna festa. Quarantatre anni dopo l’ultimo titolo, il club della Rhur resta ancora a bocca asciutta. Bayern 63, Schalke 62.

 

FIRST DIVISION, 26 MAGGIO 1989

Ha ispirato un libro che ha ispirato un film. Liverpool-Arsenal del 26 maggio 1989 ha un solo titolo: Febbre a 90. La storia del tifoso Nick Hornby, realmente accaduta, di tifoso dei Gunners, ha raggiunto il punto più alto quel venerdì sera, quando in palio c’è il titolo inglese nella sfida decisiva in casa del Liverpool, nel centesimo anniversario della nascita della Football League. Il Liverpool sta vivendo una stagione dalle incredibili e tragiche sfumature: ha perso 96 tifosi a Hillsborough il 15 aprile, prima della semifinale di FA Cup, a Sheffield, andando poi a vincere quella coppa nella finalissima contro l’altra squadra cittadina, l’Everton, in una cornice dalle emozioni forti per il tributo alle vittime di un disastro che poteva essere evitato. L’Arsenal ha bisogno solo di una cosa: vincere con due reti di scarto. Pare non ci sia partita: il Liverpool di Dalglish ha recuperato quindici punti di svantaggio a un mese dalla fine, e all’ultima giornata è davanti di tre punti. La sconfitta dell’Arsenal contro il Derby County e il pareggio successivo con il Wolverhampton, gettano nello sconforto i tifosi dei Gunners, in attesa del titolo dal 1971. Ad Anfield, invece, nel primo tempo Smith porta avanti gli ospiti, in tenuta gialla, spizzando di testa un traversone in area dalla sinistra. La squadra di Graham sfiora il raddoppio nella ripresa, e piazza il colpo del ko quando è già iniziato il recupero. Michael Thomas controlla una palla lanciata dalla trequarti proprio da Smith e vince il rimpallo con Steve Nicol. La vita, il destino, quello che volete: tutto è davanti a quella porta difesa da Grobbelaar. Che viene battuto dal fendente di Thomas che vince il duello col portiere del Liverpool. Titolo all’Arsenal. Il 26 maggio 1989 è diventato un romanzo. E non poteva essere altrimenti.

 

LIGA, 17 giugno 2007

Esattamente sei anni dopo il giorno che sancì lo scudetto della Roma, Fabio Capello vive un altro 17 giugno di forti emozioni. Il suo Real Madrid, che ha ritrovato esattamente dieci anni dopo il titolo del 1997 con Panucci e Seedorf, è appaiato in testa alla Liga a 73 punti e c’è da giocare l’ultima giornata. I catalani giocano in casa del Nastic, il Madrid ospita il Mallorca. Gli scontri diretti tra le due arcirivali parlano chiaro: 2-0 per il Real al Bernabeu e 3-3 al Camp Nou. Per vincere, il Barça ha bisogno di una contemporaneo passo falso del Real. Dopo diciassette minuti la beffa sembra servita: Varela porta avanti i suoi e il Real Madrid si impantana. Nel frattempo, Puyol, Ronaldinho, il giovane Messi, nell’anno del suo esordio, con una doppietta, e il sigillo finale di Zambrotta, portano i blaugrana sul 5-1. Scomparso proprio quest’anno, il 1 giugno 2019, in un terribile incidente stradale, è il caso di ricordare José Antonio Reyes, che quella partita con il Mallorca la decide: prima segna il pareggio, a venti dalla fine, su assist di Higuain, poi la chiude sul 3-1 dopo il sorpasso-scudetto firmato da Diarra. Don Fabio, esattamente come una decade prima, vince e lascia. Lo aspetta un anno di pausa. E poi la panchina dell’Inghilterra.

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