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Alternative a Harkless

Ventinove punti, 11/19 dal campo, 4/4 dalla lunetta, otto rimbalzi e tre stoppate in due gare. Peccato che a questo sforzo e a questi numeri, messi a segno da un sorprendente Maurice Harkless, non sia corrisposto nemmeno un successo.

Con il 2-0 maturato nelle due gare alla Oracle Arena in casa dei Golden State Warriors infatti i Blazers sono esattamente dove non volevano essere. I campioni in carica (sempre privi di Kevin Durant e DeMarcus Cousins) negli ultimi confronti di postseason contro Portland, grazie al 4-1 del secondo turno 2016 e il primo turno del 2017, hanno sbancato il Moda Center in tre delle quattro gare disputate, record che non fa presagire nulla di buono in vista delle prossime due sfide in Oregon e che soprattutto mette quasi spalle al muro la banda di Terry Stotts.

Una svolta nel confronto con i gialloblù potrebbe arrivare vincendo gara 3 in programma stasera, un’eventualità che non solo consentirebbe a Portland di rimettersi in corsa e continuare a sperare ma soprattutto introdurre qualche fastidioso granello di polvere nella macchina perfettamente oleata dei californiani.

Questi, dopo la larga vittoria conseguita in gara 1, hanno faticato decisamente di più in gara 2 ma alla fine, grazie al consueto brillante terzo quarto e al cinismo dei propri uomini chiave (vedi Iguodala su Lillard nel possesso finale del quarto periodo), sono usciti trionfanti anche dal secondo episodio di queste finali di conference con un risultato che, lato Portland, sa molto di occasione buttata.

Damian Lillard letteralmente schiacciato da Kevon Looney su una palla vagante in gara 2 (foto: bend bulletin)

I Blazers difatti sono andati al riposo avanti di 15 punti e toccato anche le 17 lunghezze di vantaggio prima di subire un 13-0 in 2’20” che ha riportato a contatto i Warriors, dandogli così l’opportunità (poi concretizzata) di far loro anche il secondo punto della serie. Un epilogo amaro dunque per i rossoneri dell’Oregon che tuttavia qualche segnale di risveglio dopo una morbida gara 1 sono riusciti a darlo.

Rispetto alla partita d’esordio Portland ha tirato decisamente meglio dal campo e specialmente da tre punti (25% in gara 1, 46% in gara 2), ha recuperato più palloni (8, convertiti in 24 preziosi punti) perdendone meno e si è passata meglio la palla. Assieme a questo i Blazers sono riusciti ad esplorare di più il proprio contropiede (13 punti contro i 2 di gara 1) e, difensivamente, hanno limitato in modo migliore il tiro pesante degli avversari (31%), concedendo però più punti in area (54) molti dei quali frutto di diversi rimbalzi (50-37 per Golden State la lotta sotto i tabelloni) e seconde opportunità lasciate colpevolmente agli avversari.

Andre Iguodala ruba il pallone decisivo dalle mani di Lillard in gara 2 (foto: Blazer’s Edge)

In mezzo a tutto ciò poi ci sono le prestazioni dei singoli che, in generale, sono state differenti nei due incontri disputati e hanno evidenziato come certi giocatori in questo momento siano più a fuoco e più continui di altri a livello di rendimento offerto.

A tal proposito la prima e più evidente considerazione è come, sia in gara 1 che in gara 2, il trio composto da Lillard, Mccollum e Hood (ormai terzo violino della squadra per impatto e costanza) ha totalizzato più della metà dei punti finali, 53 su 94 nel primo caso e 67 su 111 nel secondo. La restante parte dei due bottini realizzativi poi è stata prodotta, per quasi la metà nell’incontro di martedì notte e per più di un quarto nel match di giovedì, da un giocatore che più di tutti gli altri fra quelli a disposizione di Stotts ha fornito un apporto sostanziale alla causa.

CJ McCollum (foto: east oregonian)

Insospettabilmente quell’uomo è proprio Maurice Harkless, ala forte titolare che sulla carta sarebbe più dedita a giocate d’energia e sforzi difensivi che a mettere punti sul tabellone. I suoi numeri offensivi invece in questi primi due episodi sono stati, assieme alle performance del trio sopra citato, una delle poche certezze per il coaching staff di Portland e rappresentano, se guardiamo a questi playoff ma soprattutto alla regular season, una piacevole rarità.

Nelle 60 gare in cui è sceso in campo durante l’anno (problemi ripetuti al ginocchio sinistro ne hanno limitato l’utilizzo e lo anche costretto a un’operazione in artroscopia), il prodotto di St.John’s è salito sopra quota 11 punti segnati solo in 15 occasioni per uno score che però recita 12 vittorie e sole 3 sconfitte, quest’ultime arrivate tutte fuori casa (Memphis, Toronto e San Antonio). Nei playoff questa strana coincidenza si è ripetuta proprio contro Golden State, squadra contro cui sono maturate (su sei uscite in doppia cifra dell’ex Magic) gli unici due stop dei Blazers.

Harkless in azione contro Denver (foto: espn.com)

Viene allora da pensare che il ragazzo con sangue portoricano nelle vene renda meglio lontano dalle mura amiche del Moda Center e in effetti, comparando le cifre stagionali, la tendenza è proprio questa. Se in stagione regolare le medie casalinghe sono state di 7 punti, 3,9 rimbalzi, 1 assist e 1 recupero, nei palazzi ospiti il nativo di New York ha stabilmente alzato la propria efficacia mettendo a referto 5 rimbalzi, 1,5 assist, 1,2 recuperi e più di 8 punti ad allacciata di scarpe. Un trend questo parzialmente confermato durante la postseason in corso dove Harkless, a parte punti e rimbalzi (in leggera controtendenza), dispensa più assist ma soprattutto tira meglio dal campo (50% contro 44%) e da tre punti (33,3% contro 18%), fornendo poi più o meno lo stesso contributo nelle altre voci statistiche.

Ad ogni modo, sia sul parquet amico come lontano da esso, globalmente Harkless in questi playoff ha aumentato la sua produzione e il suo impatto sulla partita, trovando canestri e soluzioni in grado di dare respiro ai suoi leader, faticando però paradossalmente nella metà campo dove dovrebbe, viste le sue caratteristiche atletiche e la sua versatilità, pagare i dividendi maggiori, ovvero quella difensiva.

Harkless al tiro contro Draymond Green (foto: nba.com)

In sostanza in questi playoff la quindicesima scelta al draft del 2012 ha confermato e in qualche modo reso ancor più evidente la diversa resa, già palesata in regular season, nelle due fasi di gioco e in particolare le difficoltà quando si è trattato di proteggere il proprio canestro.

Seppur infatti sia presente nei tre quintetti fin qui più prolifici di Portland nella postseason, con lui sul terreno di gioco la squadra concede 111,3 punti su 100 possessi, dato molto superiore ai 105,4 quando invece si trova seduto in panchina. In regular season, dove i Blazers hanno concesso oltre i 113 quando lui era in campo e poco più di 106 quando era fuori, il gap in questa voce era simile, sintomo che forse i problemi fisici e le conseguenti difficoltà patite durante l’anno nel trovare ritmo e intensità hanno pesato davvero per lui.

Maurice Harkless (foto: zimbio.com)

Tuttavia, almeno da un punto individuale, contro Golden State Harkless sta mettendo assieme alcune delle sue migliori cifre in questa postseason finora: la questione ora, una volta rientrati in città per le proprie due gare casalinghe, sarà vedere come e se riuscirà a fare un ulteriore (e necessario) passo in avanti in difesa e, contemporaneamente, se troverà qualcun altro in grado di supportarne lo sforzo realizzativo.

Gara 2 ha visto infatti qualcuno dei Blazers risollevare la china e dare un senso alla propria presenza in campo e qualcun altro rimanere all’opposto vittima dell’incostanza e della poca concretezza: se da un lato ad esempio la prestazione di Seth Curry può far sperare in un suo definitivo ingresso nella serie, dall’altro le difficoltà negli accoppiamenti difensivi di Kanter, la poca incisività di Aminu e la fallosità di Collins sono tutti aspetti su cui riflettere e a cui trovar rimedio prima di approcciare quelle che potrebbero essere le ultime due fatiche della stagione di Portland.

Aminu e Kanter circondano Stephen Curry (foto: Warriors Wire – USA Today)

La quale, per dare un senso alla serie ed evitare figure poco brillanti, ha un disperato bisogno che, da una parte, i propri leader mantengano alta la propria incisività e, dall’altra, che tutti gli altri chiamati in causa si assumano con grinta ed energia le proprie responsabilità aumentando come prima cosa il proprio livello di intensità e concentrazione e in secondo luogo la costanza sui 48 minuti.

In questo Harkless finora è stato un esempio e solo in questo modo, qualora si trovassero nuovamente a dover amministrare un vantaggio in doppia cifra, lui e i compagni eviteranno nuovamente di farsi sopraffare dalle ondate di Golden State, più che mai decisa (anche senza alcune delle sue punte infortunate) ad aggredire e sbarazzarsi dei Blazers il prima possibile.

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