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Basket e beneficenza: a tavola con la Fortitudo Bologna

A Casa Fortitudo i tifosi cenano con i loro beniamini. E spunta uno storico pallone a spicchi…

 

di Stefano Ravaglia

 

Fermo la macchina nella zona industriale di Castelmaggiore. La pioggia ha imperversato per tutto il viaggio, e non ha ancora smesso quando scendo e mi dirigo verso l’entrata. Sono quasi le 20 di un nero martedì sera, e il buio autunnale è ormai realtà certa. L’ingresso a Casa Fortitudo, sede della storica Aquila bolognese, tornata in serie A dopo dieci anni, è una grande luce che cambia il panorama. Tavoli imbanditi, camerieri che vanno già su e giù freneticamente. Sono il primo, e ho l’imbarazzo della scelta. Mi siedo al fianco di Daniel, protagonista della vittoria in rimonta di due giorni fa con Treviso? O magari scelgo di farmi due risate con Cinciarini? E se mi mettessi di fronte a Martino, il mister, per avere una panoramica generale della situazione? Opto per questa soluzione, e sarà azzeccatissima. Dovunque mi fossi seduto, comunque, poco importava: la “tigellata” di stasera, nel quartier generale della squadra, tra una foto dello scudetto 2000 e qualche canotta storica appesa qua e là, serve a unire tifosi e squadra ma soprattutto a tenere in moto i progetti di “Fortitudo per il sociale”, la nuova onlus nata a settembre che ha preso il posto di “soloXamore”.

Alla spicciolata, iniziano ad arrivare tutti. Ogni tavolata avrà due protagonisti del club, che saranno sul serio fianco a fianco con i tifosi. F come Fortitudo, F come famiglia. Il confine che sparisce, chi gioca in campo insieme a chi guarda sugli spalti. I commensali, educatamente, prendono già d’assalto la truppa. Foto, autografi, chiacchiere. Non avrò di che faticare per far scarabocchiare la mia canotta e le mie foto: tutti straordinariamente disponibili. Ci sono famiglie, bambini, giovani e meno giovani. Marinella, a fianco a me, è abbonata dal 1969. «Li ho visti tutti. E soprattutto ho avuto la fortuna di vedere il barone Schull». Dal 1968 al 1973, talmente grande che il territorio della Fossa dei Leoni, che ogni settimana difende la F dovunque, è intitolato a lui: curva Schull. Scopro che lei e la sua amica Elisa, sono abbonate dove sono io, nell’altra curva, la Calori. Coincidenze fortuite, o meglio, fortitudine.

Affettati, formatti, tanto grasso. Siamo in Emilia, d’altronde. Per una sera, lo dice anche Antimo, la dieta sportiva può farsi benedire e anche Rok Stipcevic, capotavola, gradisce. Pavani, il presidente della serie A, elegantissimo in doppio petto, prende il microfono e la serata sale di tono. «C’è questo pallone a spicchi che le ha viste tutte… Stasera lo mettiamo in palio con una lotteria, truccata, che vincerò io, ovviamente».  Risate e via coi biglietti, acquistati a iosa. Sergio compie gli anni, ce n’è anche per lui. Luci spente e torta con le candeline, con un sottofondo musicale d’eccezione: “Giornata di festa sarà!”, come canta la curva, quella intitolata al Barone.

Ci sono due premi supplementari, però. A Fantinelli chiedono le scarpe, ad Aradori quel grazioso cappellino rosso che ha in testa. Vince il secondo. «Sorridi» dice il presidente chiamando il nostro Pietro, «mica sei più alla Virtus». Stavolta il sottofondo è l’approvazione del pubblico: un pizzico di campanilismo non poteva mancare. È Deborah la fortunata che se lo porta a casa. Il cappellino, ovviamente. Il secondo è una sedia blu, tipo quelle da regista. C’è scritto “Presidente”, la miglior regia possibile, e anche quello prende la strada di un altro tifoso. Si fa ora di andare, la squadra deve riposare, no? È scivolata via in fretta questa serata, con la mia canotta piena di scarabocchi e la beneficenza che ha vinto ancora. F come Fortitudo, F come famiglia. E fuori ha smesso di piovere.

 

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