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Bucks-sweep, fatalità inevitabile?

“Non penso si sentisse molto contento di come aveva giocato nel primo tempo. Quando ha questa sensazione fa qualcosa per cambiarla”, parola dell’allenatore dei Bucks e a tempo perso vate di successo Mike Budenholzer. Perché Giannis Antetokounmpo, il soggetto di queste dichiarazioni e fortissimo candidato al premio di MVP della stagione NBA in corso, in effetti tra il primo e il secondo tempo di gara 2 contro i Pistons ha cambiato marcia indirizzando (per l’ennesima volta quest’anno) la gara verso la compagine del Wisconsin.

Stoppato dai falli nei primi due quarti, nella ripresa il greco ha aperto con sei punti consecutivi e ha chiuso la terza frazione con 13 punti frutto di un 6/9 dal campo che ha consentito ai suoi di allungare nuovamente le mani su una partita poi chiusa definitivamente negli ultimi dieci minuti. In questo modo è arrivata un’altra larga vittoria e il 2-0 nella serie contro Detroit che, priva finora del proprio leader stagionale Blake Griffin, pur con qualche segnale lanciato nel secondo episodio della serie sembra in completa balia delle sferzate del numero 34 e compagni.

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Antetokounmpo in palleggio (fonte: zimbio.com)

Che il figlio di Charles e Veronica sarebbe stato decisivo per le sorti di Milwaukee era facilmente preventivabile. Meno certa (e perciò da verificare) invece erano la portata della sua presenza in campo e come gli sfidanti avrebbero pagato la sua straripante influenza atletica: ebbene, il risultato di queste prime due gare ridimensiona, ingigantendo ancor di più, la scolpita figura dell’ellenico e, considerati anche i 28 punti medi di scarto subiti fino a questo punto, pare non lasciare molto scampo alla formazione del Michigan.

La serie tuttavia ora si sposta alla Little Caesar Arena e, per fortuna, nel basket nulla è scontato anche se fermare il “dio greco” sembra al momento più una missione per titani che per dei giocatori di basket piuttosto appannati. Non che quelli di Motown non ci abbiano provato ma tutte le soluzioni adottate da coach Casey e il suo staff si sono rivelate inconcludenti: dalla molle marcatura di Thon Maker in gara 1, ai raddoppi, alla scelta di battezzarlo dalla distanza e proteggere l’area con Drummond, Antetokounmpo ha sempre trovato un modo per uscire vincente dalle trappole bianco-rosso-blu dimostrando (se ancora ce ne fosse bisogno) di essere già ad un buonissimo punto della strada per diventare il volto della lega e il giocatore più dominante dei prossimi anni.

Andre Drummond braccato da Brook Lopez (fonte: weyi.com)

Con estrema fiducia Giannis ha accolto più volte la sfida al tiro cercando ritmo e fluidità nel gesto ma, in generale, non è caduto nel tranello di accontentarsi di quello che la difesa gli concedeva provando invece ad individuare sempre il modo di entrare nella propria comfort zone e mettere anche in ritmo i compagni. Ecco che allora, sfruttando la più che rivedibile transizione difensiva di Detroit, più volte il nativo di Atene ha colto l’occasione di accelerare e mettere a referto punti facili e veloci (spesso col punto esclamativo) che hanno scaldato il pubblico, resistendo ai vani tentativi degli avversari di opporgli dei corpi.

A difesa schierata poi ormai “The Greak Freak” sta affinando sempre più la capacità di attrarre su di sé il raddoppio e scaricare la palla sull’uomo libero per un tiro comodo (spesso da tre punti: Milwaukee è sesta per percentuale dalla distanza col 37,7% e terza per triple realizzate di media con 13) come, allo stesso modo, quella di sfruttare gli spazi aperti in area dagli stessi compagni bravi ad allargarsi e usare la propria pericolosità dall’arco per portare i rispettivi difensori lontano da canestro ed impedire possibili aiuti.

Giannis al ferro (fonte: zimbio.com)

Tutto ciò sta permettendo a Milwaukee di essere la seconda fra tutte le pretendenti al titolo per assist di media (31,5), risultando al contempo prima assoluta per canestri realizzati di media (45,5), punti in vernice (56) e punti in contropiede (25), due armi quest’ultime con cui i ragazzi in biancoverde sono riusciti più di una volta a segnare punti agevolmente facendo scorrere il tabellone fino ai 121 punti segnati in gara 1 e ai 120 in gara 2 e con cui, in diversi oltre al greco, si sono esaltati e hanno brillato.

Perché se è vero che Antetokounmpo non ha deluso le attese e non ha fatto mancare il suo deciso apporto anche chi lo ha spalleggiato tra le fila dei Bucks non è stato da meno. Dopo gara 2 infatti sono ben sei gli uomini a viaggiare complessivamente in doppia cifra per i “cervi” ma, punti a parte, sono davvero in tanti ad essersi divisi lodi e riconoscimenti.

Connaughton dà il “cinque” al suo numero 34 (fonte:nba.com)

Eric Bledsoe ha svolto molto bene il ruolo di secondo violino offensivo segnando 27 pesantissimi punti in gara 2 e viaggiando globalmente a 21 di media (erano 15,9 in regular season); Brook Lopez, come già successo in stagione regolare, è risultato fondamentale nelle spaziature invitando il lungo in marcatura su di lui a seguirlo fuori dal pitturato; Khris Middleton ha alzato la propria percentuale di conversione del tiro pesante dal 37,8% a oltre il 46%; Sterling Brown, in assenza di Malcolm Brogdon (rientro previsto per il secondo turno) e Tony Snell (caviglia), sta brillando e aumentando la propria considerazione grazie ad un eccellente 60% dal campo; Pat Connaughton nelle prime due gare si è rivelato un insolito e prezioso rimbalzista (8,5 di media rispetto ai 4,2 stagionali) dimostrandosi anche particolarmente concreto in attacco (tira con una percentuale reale dell’85,2%, primo dato assoluto fra i partecipanti alla post-season con almeno 25 minuti di media in campo). Insomma, finora il supporting cast, o comunque tutti coloro che sono stati chiamati in causa da coach Budenzholzer, non hanno fatto mancare il proprio ed importante contributo attorno alle perle di Giannis, al contrario invece di quanto fatto vedere dai Pistons.

Dopo due gare senza la propria stella (fermato da alcuni problemi al ginocchio sinistro) è innegabile che Detroit abbia risentito della pesante mancanza di Griffin, al cui forfait non è corrisposta alcuna reazione da parte degli altri giocatori a roster. Nessuno in squadra, neanche dividendosi le responsabilità, è riuscito a rimpiazzare la leadership e i punti portati durante l’anno e nella cavalcata per guadagnarsi i playoff dall’ex Clippers, con il risultato che la compagine del Michigan senza una guida è apparsa spesso molle e incapace di reagire alle folate dei biancoverdi.

Blake Griffin assiste in borghese dalla panchina alla sconfitta dei Pistons in gara 2 (fonte:apnews.com)

Nonostante un aumento del ritmo (da 97 a 102 possessi) e la diminuzione delle palle perse, da un lato la lentezza negli accoppiamenti in transizione difensiva e l’incapacità di chiudere l’area (senza neanche riuscire a limitare i tiratori avversari), dall’altro la scarsa precisione al tiro (il 37,7% dal campo è l’ultimo dato tra le squadre ai playoff) hanno condannato la franchigia del Michigan a due sonori k.o. e ad alzare bandiera bianca ben prima dei minuti conclusivi.

Singoli sottotono a parte (il quartetto composto Maker, Ellington, Robinson III e Smith sta tirando con il 24,6% combinato dal campo e in gara 2 ha realizzato un ben poco invidiabile 3/19 da tre punti), in questi tracolli un discreto peso lo ha avuto anche l’approccio con cui la squadra ha iniziato le partite e il piglio con cui è rientrata sul parquet dagli spogliatoi dopo la pausa lunga. In gara 1 come in gara 2 infatti i Pistons hanno incassato 38 punti (non certo il miglior viatico se si vuole provare il colpo esterno) mentre, allargando il discorso alle gare di stagione regolare (tutte e quattro vinte dai Bucks), Detroit ha portato a casa uno solo dei sei terzi quarti disputati subendo 28 punti di media, una parziale a dir poco sconfortante che ha finito per essere decisivo in più d’una delle sfide fra i due team.

Luke Kennard in palleggio contro Connaughton (fonte:eu.freep.com)

In un quadro così avvilente l’unico a salvarsi e ad evitare che il passivo potesse essere peggiore è stato Luke Kennard. Promosso in quintetto in gara due al posto di Brown Jr. (meglio in uscita dalla panchina), il mancino classe 1996 è risultato il miglior marcatore dei suoi dopo le prime due gare in cui ha viaggiato a 20 punti di media (erano 9,7 in stagione regolare), concludendo con un superbo 72% da tre punti che l’ha reso il miglior tiratore della postseason fra quelli che fanno registrare almeno 4 o più tentativi a partita. Un dato quest’ultimo in netta controtendenza rispetto alle statistiche collettive che vedono Detroit tirare con un modesto 31,7% dall’arco, una percentuale che ne ha inevitabilmente affossato le ambizioni e da cui molto dipenderà anche nel prosieguo della serie.

Se Detroit infatti vorrà ancora sperare di raddrizzare le cose e tenere viva la contesa dovrà imprescindibilmente avere qualcosa in più in termini realizzativi ed emotivi da parte dei propri uomini chiave, alzare le percentuali (le uniche due volte, nel secondo quarto di gara 2 e nell’ultimo di gara 2, che ha tirato sopra il 50% dalla distanza ha vinto il parziale), essere più veloce rientrando nella propria metà campo (dove la prima preoccupazione dovrà essere quella di mettere un freno ai punti in vernice dei Bucks) e, magari, mettere in campo Blake Griffin anche se per poco.

Tante cose quindi, ma tutte essenziali, da aggiustare in poco tempo per provare quantomeno a fare il solletico al greco dalle leve infinite, uno ormai in grado, con le buone o con le cattive, di spremere giocate eccellenti dalle partite ed essere decisivo in qualsiasi momento. Coach Budenzholzer lo sa e alla fine la sua più assomiglia molto più ad una certezza che ad una premonizione.

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