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Miniatura raffigurante La guerra del calcio

Calcio e Storia; Quando il calcio è una scusa per farsi la guerra

Cadeva in questi giorni l’anniversario della firma del Trattato di pace tra Honduras ed El Salvador, firmato dai due governi il 30 ottobre 1980. Da quel giorno di trentotto anni fa i rapporti tra i due Stati tornarono normali e la vita nei due Paesi centramericani confinanti riprese a scorrere con tranquillità, undici anni dopo lo scoppio del conflitto passato alla storia come “La guerra del calcio”.

E’ il 1967 quando i due Stati, a seguito della forte disoccupazione che interessa El Salvador, firmano la Convenzione bilaterale sull’immigrazione, secondo la quale da quel momento i cittadini salvadoregni avrebbero avuto libertà di transito, residenza e lavoro in Honduras. Si stima che furono circa trecentomila i salvadoregni che approfittarono di questa occasione e lasciarono il Paese natale per attraversare la frontiera e ricostruirsi una vita in Honduras.

C’è da sapere a questo proposito che entrambi gli Stati reggevano le loro economie sull’agricoltura che però, come nel 90% dei Paesi centro e sud americani, era, ed è ancora oggi, controllata dalle multinazionali statunitensi (la famosa United Fruit ad esempio) e da una stretta cerchia di latifondisti locali che affittavano i terreni ai campesinos (contadini). El Salvador, a differenza dell’Honduras, aveva all’epoca grossi problemi di sovrappopolazione che, come logica conseguenza, portava ad una disoccupazione continua e crescente. Ecco perché nel 1967 i due Stati firmarono la Convenzione bilaterale sull’immigrazione. Una parte dei trecentomila salvadoregni espatriati riesce addirittura ad acquistare dei terreni, lasciati incolti in quanto poco produttivi dai latifondisti e dalla United Fruit, creando delle comunità di campesinos salvadoregni in Honduras. Essendo questi terreni poco produttivi i contadini immigrati devono accontentarsi dello scarso raccolto, ma tanto basta per ritenersi soddisfatti del loro tenore di vita nel nuovo Paese.

Nel 1968 la Riforma agraria del governo honduregno da un ulteriore giro di vite alle libertà dei contadini honduregni che avevano appezzamenti di terreno in affitto: questa riforma, invece di tutelare i poveri campesinos, va ad aumentare gli introiti dei latifondisti e delle compagnie straniere presenti sul territorio nazionale. Quella che il governo vuol far passare come una “riforma per il popolo” si dimostra una “riforma pagata dal popolo”.

Le proteste non si fanno attendere e per buona parte del 1968 i contadini honduregni scioperano scendendo per le strade di Tegucigalpa e facendo frenare bruscamente l’economia agricola dello Stato. Preso dal panico per queste continue proteste il governo honduregno, e in particolar modo il Ministero dell’agricoltura, tira “fuori dal cassetto” un grande classico: far passare per colpevoli di questo giro di vite i contadini immigrati da El Salvador.

Nell’aprile del 1969 il Ministero dell’agricoltura decreta la confisca delle terre e l’espulsione di tutti coloro che avessero in Honduras proprietà terriere senza essere nativi di questo Stato (eccezion fatta per le multinazionali made in USA, naturalmente). In poche parole, il governo honduregno sconfessa sé stesso e la Convenzione bilaterale sull’immigrazione firmata due anni prima.

Tra Honduras ed El Salvador scende il gelo e s’inizia a sentire nell’aria l’odore inconfondibile della guerra.

Calcio e tensione

Il 1969 è però anche l’anno della CONCACAF, il torneo riservato alle nazionali Nord e Centro americane, valido anche per le qualificazioni ai mondiali del Messico dell’anno successivo. Il Messico, da sempre la nazionale più forte della zona, è qualificata di diritto in quanto organizzatrice del mondiale e perciò, per la prima volta nella storia, vi è la possibilità per uno Stato “minore” di qualificare la propria nazionale alla più importante rassegna intercontinentale di calcio.

L’Honduras, inserita nel gruppo 1, ha agevolmente la meglio di Costa Rica e Jamaica (tre vittorie e un pareggio), mentre El Salvador nel gruppo 3 ottiene il pass per le semifinali grazie a tre vittorie e una sconfitta contro Guyana Francese e Antille Olandesi.

Negli altri due gironi si qualificano Usa e Haiti, con quest’ultimi che riescono ad avere la meglio sugli statunitensi in semifinale grazie alla doppia vittoria per 2-0 e 1-0. Haiti è dunque la prima finalista della CONCACAF. Ma a passare alla storia è l’altra semifinale, quella che vede contrapposte Honduras ed El Salvador. Ancora una volta lo sport si fa megafono delle vicende politiche e la partita di calcio diviene proiezione della battaglia.

L’8 giugno a Tegucigalpa si gioca l’andata della semifinale. La sera prima la nazionale salvadoregna non riesce a chiudere occhio, in quanto sotto l’hotel della capitale honduregna che l’ospita si sono dati appuntamento i sostenitori della nazionale di casa che, per tutto il tempo, prendono di mira le camere della selezione salvadoregna con pietre, uova e quant’altro, mentre in strada è tutto uno sbatter di piatti, tubi e tutto ciò che possa far abbastanza rumore da non far dormire gli avversari.

All’Estadio Nacional, davanti a 17’827 spettatori, va in scena il primo atto della guerra. Ad un minuto dalla fine dell’incontro un colpo di testa del difensore honduregno Wells regala la gioia del successo ai padroni di casa, facendo piombare invece nell’incubo El Salvador.

A San Salvador, negli stessi istanti in cui si sta consumando il dramma sportivo nazionale, Amelia Bolanos, diciottenne figlia di un ufficiale dell’esercito, prende la pistola del padre e si spara al cuore. Al suo funerale partecipano il Presidente della repubblica, tutti i ministri del governo salvadoregno, il picchetto d’onore dell’esercito e anche, ma in ultima fila, la nazionale di calcio, che al termine della funzione religiosa viene bersagliata di insulti e sputi dalla folla inferocita che ha partecipato al funerale. Amelia, a seguito del suo gesto, viene da subito innalzata al ruolo di Eroina nazionale in quanto, a detta dei vertici statali, si è sparata “per non aver retto al dolore di vedere la Patria in ginocchio”.

In questo clima si arriva alla gara di ritorno e questa volta sono gli honduregni a non riuscire a chiudere occhio la notte precedente la partita. Una folla di salvadoregni si raduna sotto l’hotel che ospita i giocatori honduregni e inizia a bersagliare le finestre dell’edificio con qualunque tipo di oggetto e non solo: uova marce, pietre, tondini di ferro e topi morti sono solo alcune delle cose utilizzate per attaccare gli avversari e costringerli ad una notte in bianco. La situazione è talmente preoccupante che i giocatori ospiti vengono fatti salire sul tetto dell’hotel per evitargli probabili contusioni dovute al lancio di oggetti, e fino alle prime luci del mattino non vengono fatti scendere. Poco dopo l’alba, divisi in piccoli gruppetti, i giocatori vengono trasferiti nelle case di honduregni residenti a San Salvador. L’accompagnatore della nazionale honduregna viene ucciso a pietrate dalla folla mentre cerca di uscire dall’hotel. L’accompagnatore è un ragazzo salvadoregno. Il primo morto della Guerra del calcio è ucciso da “fuoco” amico.

Il 15 giugno, giorno del match, la nazionale honduregna viene trasferita allo stadio all’interno dei carrarmati dell’esercito salvadoregno, mentre sugli spalti dell’Estadio de Flor Blanca i sostenitori giunti dall’Honduras vengono caricati dai tifosi di casa: due di loro non si alzeranno più da quei gradoni.

In campo non c’è storia: El Salvador vince 3-0 contro un Honduras maggiormente interessato a salvare la pelle che a fare risultato. I goal di Martinez (doppietta) e Acevedo portano le due nazionali a giocarsi lo spareggio decisivo a Città del Messico (non esisteva la regola della differenza reti, una vittoria era una vittoria qualunque fossero il risultato finale e la somma delle reti nelle due partite).

Il 26 giugno a Città del Messico va in scena l’atto finale della Guerra del calcio. Ma solo sul campo, perché il peggio deve ancora arrivare. All’Estadio Azteca le due fazioni di tifosi riescono a venire a contatto e per tutto il giorno, spostandosi poi nelle vie limitrofe lo stadio, la guerriglia urbana la fa da padrone.

In campo la partita è tiratissima: passa in vantaggio El Salvador al decimo minuto grazie al solito Martinez, pareggia nove minuti più tardi l’Honduras con Cardona e di nuovo Martinez porta avanti i suoi al ventinovesimo minuto. Al cinquantesimo Gomez ripareggia per l’Honduras e si arriva al novantesimo sul risultato di 2 a 2. Si va così ai supplementari, dove l’equilibrio viene rotto al minuto centouno da Rodriguez, che sigla il definitivo 3 a 2 per El Salvador. La Guerra del calcio, quella sul campo, è vinta dallo Stato degli immigrati mal visti in Honduras.

Dal campo da calcio agli aerei da guerra

Poche ore dopo il fischio finale del match il governo honduregno rompe le relazioni diplomatiche con El Salvador. E’ l’inizio della fine: per una ventina di giorni si susseguono dichiarazioni di guerra da entrambe le cancellerie e il 14 luglio, rompendo gli indugi, l’aviazione salvadoregna sferra un attacco multiplo sull’aeroporto di Tegucigalpa e su altre città honduregne, tra le quali ricordiamo Gracias, Ocotepeque, Tutialpa e Guaimaca. Terminato l’attacco aereo le truppe salvadoregne entrano via terra in territorio honduregno, andando a conquistare nel giro di appena ventiquattro ore milleseicento chilometri quadrati di territorio. L’Honduras, dopo le difficoltà iniziali, inizia a contrattaccare in territorio salvadoregno, riuscendo a colpire due navi da guerra nemiche e distruggendo un deposito di riserve di combustibile.

Il 18 luglio, quinto giorno di guerra, l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) impone il cessate il fuoco. L’Honduras accetta immediatamente, a differenza di El Salvador che non ne vuole sapere. Di fatto però la guerra finisce quel giorno, visto che non si segnalano più attacchi fino al 5 agosto, giorno in cui il governo salvadoregno ordina il ritiro delle sue truppe ancora stanziate in Honduras, restituendo di fatto i milleseicento chilometri quadrati di territorio sottratto ai rivali dopo il primo giorno di combattimento.

Il conflitto, seppur breve, è stato devastante: cinquemilasettecento morti (di cui tremilaseicento civili, tremila honduregni e seicento salvadoregni) e cinquantamila sfollati.

Il 30 ottobre 1980 i due governi firmano il Trattato di pace, mettendo la parola fine sulla terribile vicenda passata alla storia come La guerra del calcio.

Corsi e ricorsi storici

Nel novembre del 1981, esattamente un anno dopo la firma della pace, Honduras ed El Salvador si trovano in finale di CONCACAF a Tegucigalpa. La partita è vinta dagli honduregni ma le due nazionali volano a braccetto verso i mondiali di Spagna (due i pass mondiali per le nazionali Nord e Centro americane per il 1982).

“I due governi sono rimasti soddisfatti della guerra, perché per qualche giorno Honduras ed El Salvador hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e suscitato l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. I piccoli Stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Strano ma vero.” Ryszard Kapuscinski da “La prima guerra del football e altre guerre di poveri”, edito in Italia da Feltrinelli nel 2002.

 

Di Davide Ravan

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