Gennaro Gattuso pensieroso tra Galles e Bosnia, possibile avversaria dell'Italia nei playoff Mondiali 2026
Gennaro Gattuso riflette: meglio il Galles o la Bosnia per la finale playoff verso il Mondiale 2026?

Oltre l’ostacolo: per l’Italia è meglio il Galles o la Bosnia nella finale playoff?

Guardare già al 31 marzo non è presunzione o scaramanzia, è lucidità: perché capire quale finale attende l’Italia significa misurare davvero la tenuta mentale degli Azzurri di Gattuso.

C’è una regola non scritta nel calcio italiano: non guardare troppo avanti. Porta male. Evoca fantasmi. Richiama Palermo. Eppure, stavolta, ignorare il possibile bivio sarebbe un errore. Perché questa Italia non si gioca solo una partita: si gioca tutto dopo aver saltato due Mondiali consecutivi.

E allora sì, ha senso chiederselo adesso facendo tutti gli scongiuri: meglio il Galles o la Bosnia ed Erzegovina in una finale playoff? Non per scegliere. Ma per capire quanto siamo pronti a soffrire.

Galles
Fonte: profilo X Cymru

SCENARIO A – L’INCUBO DELLA VELOCITA’: IL GALLES

Se c’è una finale che l’Italia dovrebbe evitare, è quella contro il Galles. Non per blasone, non per qualità assoluta della rosa, ma per pura incompatibilità tattica. La squadra di Craig Bellamy ha gamba, aggressività e soprattutto quella tendenza molto britannica a sporcare la partita, a strapparla dal piano iniziale e a trascinarla in una zona emotiva dove il calcio diventa duello, seconda palla, pressione, campo aperto. È lì che gli azzurri rischiano di perdere equilibrio.

Il punto non è soltanto la velocità, ma chi la porta in campo. Brennan Johnson attacca la profondità con continuità, Dan James vive di accelerazioni e campo da divorare, Harry Wilson ha il piede per rifinire e punire appena si apre una linea di passaggio, mentre David Brooks sa legare il gioco e accendersi tra le linee. Anche senza una rosa composta quasi interamente da giocatori di Premier, il Galles mette insieme un blocco di calciatori abituati a ritmi alti, intensità inglese e partite che non ti lasciano respirare.

Ed è proprio qui che il quadro si fa scomodo per l’Italia di Gennaro Gattuso. Se gli azzurri alzano il baricentro e perdono una palla sporca in uscita, il Galles non ti palleggia addosso: ti corre addosso. Non ti addormenta: ti spezza. Una finale a Cardiff, in uno stadio già annunciato sold out per il percorso playoff, significherebbe entrare in una partita ad altissima temperatura, contro una squadra che si alimenta di ritmo, pubblico e caos competitivo. Anche la UEFA, nel presentare la semifinale con la Bosnia, ha ribadito la forza del Galles in casa, riportando le parole del ct bosniaco Sergej Barbarez, che ha definito i gallesi “una squadra forte e seria, soprattutto in casa”.

Il Galles non sarebbe l’avversaria peggiore perché più forte della Bosnia, ma perché più fastidiosa. Perché costringerebbe l’Italia a difendere correndo all’indietro, a reggere una partita nervosa, a sopravvivere alle transizioni e all’onda dello stadio. E quando una squadra italiana perde ordine in queste gare secche, il confine tra partita sporca e notte storta diventa sottilissimo.

Credit: X

SCENARIO B – IL LOGORAMENTO TECNICO: LA BOSNIA

Se c’è una finale che l’Italia potrebbe illudersi di controllare, è quella contro la Bosnia. Non perché sia più debole. Ma perché è più leggibile, più posizionale, più simile. La squadra di Sergej Barbarez non ha la furia del Galles, non vive di transizioni continue, non spezza le partite. Fa l’opposto: abbassa il ritmo, ragiona, aspetta come fa la Croazia. Ed è proprio questo che la rende pericolosa.

Il primo dato da leggere è la composizione della rosa. Non c’è una concentrazione di giocatori nei top club europei, ma un blocco distribuito tra Bundesliga, Serie A, Ligue 1, Turchia e campionati emergenti. Sead Kolasinac (Atalanta) porta esperienza e fisicità, Amar Dedic (Benfica) garantisce spinta e qualità sugli esterni,
Anel Ahmedhodzic non c’è, ma il reparto resta strutturato con profili come Katic (Schalke) e Hadzikadunic (Sampdoria), difensori abituati a partite tattiche e duelli fisici.

A centrocampo, la Bosnia non ha nomi da copertina ma ha equilibrio: giocatori come Tahirovic (Brondby), Hadziahmetovic (Hull) e Gigovic (Young Boys) danno sostanza, corsa e letture. E poi c’è una nuova generazione tecnica che cresce tra PSV, Salisburgo e Viktoria Plzen, segnale di una squadra che non ha più stelle pure ma idee più collettive.

Davanti, il riferimento resta uno solo: Edin Džeko. Non è più dominante come in passato, ma resta un attaccante che sa leggere le situazioni, occupare l’area e colpire al momento giusto. Accanto a lui, profili come Demirovic (Stoccarda) e Tabakovic (Borussia Mönchengladbach) aggiungono profondità e presenza fisica.

E qui si torna al punto. Se il Galles ti attacca, la Bosnia ti aspetta. Se il Galles accelera, la Bosnia gestisce. L’Italia di Gattuso, contro una squadra così, avrebbe il pallone tra i piedi. Avrebbe il controllo. Avrebbe il ritmo della partita. Ma è proprio questo il rischio.

Perché quando il match si abbassa, quando tutto sembra sotto controllo, basta poco per cambiare direzione: una palla inattiva, un duello perso, una giocata sporca in area. È la “trappola del talento”, anche senza grandi stelle:
novanta minuti gestiti che possono essere decisi da un episodio. A differenza del Galles, che ti manda fuori giri, la Bosnia ti porta dentro una partita ordinata. Ma è un ordine ingannevole.

Perché più il ritmo si abbassa, più cresce il peso dei dettagli. E più cresce il rischio di perdere lucidità proprio quando conta. In sintesi: la Bosnia non sarebbe l’avversaria più difficile per intensità. Ma potrebbe diventarlo per gestione mentale e lettura della gara. Perché ti farebbe credere di avere il controllo… proprio mentre la partita si decide altrove.

CHI E’ PEGGIO PER L’ITALIA?

La risposta non è quella più intuitiva. Sulla carta, la Bosnia è più tecnica, più ordinata, più “europea”. Il Galles sembra più limitato, più diretto, più prevedibile. Ma il calcio moderno non premia la squadra più forte. Premia quella che crea più problemi. E allora la domanda giusta è un’altra: chi mette davvero in difficoltà l’Italia di Gattuso?

La Bosnia ti sfida frontalmente. Il Galles ti attacca alle spalle. E soprattutto: il Galles gioca a un ritmo che gli Azzurri non sempre riescono a sostenere. Perché molti dei loro uomini chiave sono abituati al calcio inglese. Non necessariamente tutti in Premier League, ma comunque dentro quel sistema fatto di intensità, duelli, verticalità immediata, seconde palle. È un calcio senza pausa. Un calcio che non ti lascia pensare.

Ed è proprio questo il punto critico. L’Italia, quando riesce a gestire il pallone e i tempi, è una squadra solida. Ma quando la partita si spezza, quando diventa fisica, quando si gioca sugli strappi… inizia a soffrire. I nostri difensori sono affidabili nel posizionamento, nel gioco aereo, nella lettura. Ma contro attaccanti che attaccano la profondità a ritmo continuo, il rischio aumenta.

La Bosnia ti costringe a ragionare. Il Galles ti costringe a reagire. E nel calcio di oggi, tra pensare e reagire, c’è una differenza enorme. Per questo, senza girarci intorno: il Galles è l’avversario peggiore per l’Italia. Non perché più forte. Ma perché più veloce. Più diretto. Più vicino a quel calcio inglese che vive di ritmo e caos controllato.

E soprattutto perché è la squadra che, più di tutte, può togliere all’Italia ciò che le serve di più: il controllo della partita.

IL PASSATO CHE NON PASSA

Poi però c’è la realtà. Perché possiamo analizzare, simulare, prevedere tutto. Possiamo parlare di Galles, Bosnia, tattica, accoppiamenti. Ma c’è una data prima di tutto: 26 marzo. E c’è una squadra: Irlanda del Nord. Se la notte di Bergamo dovesse diventare la nuova Palermo, ogni ragionamento crollerebbe. Ancora una volta. E allora sì, guardare avanti è inutile.

E c’è anche qualcosa che pesa più di tutto: la memoria. Perché noi non vogliamo nemmeno pensarlo. Non possiamo accettarlo. Un’altra esclusione sarebbe più di una sconfitta: sarebbe una ferita aperta nella storia del calcio italiano. L’Italia non è una nazionale qualsiasi. È Mondiali. È tradizione. È una maglia che ha insegnato al mondo cosa significa vincere. E proprio per questo, certi fantasmi non devono tornare.

Ma nel calcio, più di ogni altra cosa, serve una sola certezza: prima di scegliere l’avversario, bisogna vincere e dimostrare di meritarsi la finale.

A proposito di Cristian La Rosa

Cristian La Rosa. Classe ’76, ama il calcio e lo sport in generale. Segue con passione il calcio internazionale e ha collaborato con alcuni web magazine. È il fondatore, ideatore ed editore.