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Cinquant’anni da campione: continua a correre, Schumi

“Stiamo facendo il possibile per restargli vicino”, dice la moglie Corinna. La storia di un mito che è sopravvissuto andando a 300 all’ora e festeggia il mezzo secolo dentro un lungo pit-stop

 

di Stefano Ravaglia

 

Al Museo Ferrari di Maranello apre oggi “Michael 50”, una mostra a lui dedicata. Dal circuito di Kerpen (che nel 2020 verrà demolito per farci una miniera di carbone) alle nevi di Meribél, che lungo giro ha fatto la vita di Michael Schumacher, che compie oggi mezzo secolo. Vorremmo tanto dire che lo festeggia in salute, con mille progetti davanti e la vitalità di sempre. Ma quel viaggio iniziato sulla pista d’esordio con il kart, che lo ha portato sulla Jordan nel 1991, alla consacrazione in Benetton e poi all’epopea ferrarista, si è arrestato un pomeriggio del dicembre 2013 sugli sci. Lui che era sempre andato a 300 all’ora, più veloce di tutti, anche del mito di Fangio e della santità di Ayrton Senna, è dovuto andare al pit-stop quando ha incrociato alcuni maledetti sassi che si sono messi di mezzo tra lui e il suo futuro fuori dai circuiti di corsa. E così il nostro è entrato dentro a un lungo buio: da 5 anni è recluso nella sua casa in Svizzera, circondato dall’affetto dei cari e in lotta con le gravi lesioni celebrali provocate dall’incidente. Nessuna notizia trapela: l’ultima degna di nota è che Jean Todt, che ha condiviso col tedesco i giorni felici con la Ferrari, ha potuto osservare l’ultimo Gran Premio del Brasile in sua compagnia.

Schumacher icona, Schumacher cannibale, Schumacher antipatico. Nel luglio del 1994 in Gran Bretagna, Lady Diana consegna il trofeo a Demon Hill, un inglese, che vince il gran premio a casa sua. Anche grazie alla squalifica del tedesco che si fece un baffo della bandiera nera impostagli dai commissari di gara perché non aveva ceduto la posizione al rivale, con cui era in aperta lotta per il titolo, dopo averlo superato in regime di safety-car. Il destino nel frattempo aveva sottratto al mondo dello sport un altro duello epico: quello con il brasiliano scomparso a Imola un paio di mesi prima. E Schumi va: antipatico e vincente, come tutti i più grandi. Poi, col passare del tempo e dei trionfi, quel tedesco dalla mascella pronunciata è divenuto l’idolo di tutti. Nel ’94 la spunta lui, nel 1995 pure, quando ad Adelaide, all’ultimo GP, si scontra ancora con Hill, che si ritira per una sospensione incrinata. Anche Schumi subisce danni e abbandona la gara, ma col ritiro di entrambi i punti di vantaggio del tedesco sull’inglese restano intatti. E’ bis Mondiale. Il binomio con Briatore e una Benetton invincibile, alimenta i sogni dei ferraristi. Che dal 1979 non vedono un loro pilota arrivare davanti a tutti nella classifica generale, che hanno vissuto sporadiche botte di allegria come la doppietta a Monza nel 1988, la vittoria di Berger in Germania nel 1994, e la prima e unica affermazione di Jean Alesi, nel giorno del suo compleanno, in Canada, nel 1995. Ma che da troppo tempo si accontentano di panini al prosciutto quando la storia del Cavallino meriterebbe il caviale.

Nel maggio del 1996, sul circuito di Montmelò,  Gran Premio di Spagna, piove a dirotto. Hill va in pole, in conferenza stampa Schumacher dice “Massima aspirazione? Il podio”. Hill, che temeva rotture del motore come accaduto a Monaco, esce per un fuoripista. È trionfo Ferrari, e la prima vittoria per il tedesco in rosso. A settembre a Monza, l’apoteosi: giro veloce e vittoria davanti ad Alesi, passato alla Benetton. Erano otto anni, da quella doppietta Berger-Alboreto, che la Ferrari non vinceva il GP di casa. Ci vorranno però quattro stagioni di vuoto per vincere il Mondiale. Nel 1997 la Spagna è amara: altro patatrac con una Williams, ma è Villeneuve figlio a uscirne vincitore. Schumacher a Jerez tenta di buttarlo fuori e perde il titolo. Nel 1998 in Belgio, ancora sotto al diluvio, viene tamponato dalla McLaren di Coulthard. Furioso, il tedesco lo va a cercare nei box e dovranno trattenerlo in parecchi per evitare lo scontro fisico. All’ultima gara, in Giappone, parte in pole-position, ma la frizione lo tradisce e la macchina resta piantata. Retrocesso in fondo al gruppo, rimonta sino al settimo posto, quando esplode una gomma e Hakkinen trionfa con la McLaren. L’anno seguente la Gran Bretagna è ancora amara: la monoposto del tedesco tira dritto e si schianta sulle gomme durante la gara. Frattura di una gamba e Mondiale finito. Mika Salo subentra a Schumi e Irvine viene spinto dalla squadra verso il titolo, ma all’ultima gara avrà la meglio ancora il finlandese.

Tutti i ferraristi invece non dimenticheranno mai l’alba dell’8 ottobre 2000: in Giappone stavolta la Ferrari vince il Gran Premio di Suzuka e Schumacher riporta il titolo a Maranello dopo 21 anni. È solo l’inizio di un monologo: il sodalizio con Barrichello porta altri quattro titoli consecutivi. Nel 2004 lo strapotere è tale che Schumacher vince già in agosto al Gran Premio d’Ungheria: è il settimo titolo, nessuno come lui in F1. Poi arriva Alonso, spagnolo tutto pepe che vince nel 2005 e replica nel 2006. Dopo un’altra vittoria a Monza, Schumacher annuncia: “A fine stagione lascio la F1”. L’epilogo è ancora una volta sfortunato ed è ancora il Giappone a fare da croce e delizia: a 17 giri dal termine della penultima gara del Mondiale, una fumata bianca manda all’aria la gara del tedesco, tradito dal motore. Alonso arriva secondo nell’ultima gara in Brasile ed è il più giovane pilota a vincere due mondiali consecutivi. Ma a fine anno a Maranello arriva Raikkonen e nel 2007 anche un altro successo iridato. Quale migliore risposta all’eredità pesante lasciata dal tedesco?

Nel 2010 però, il clamoroso ritorno alle corse. Lo prende la Mercedes, che non è ancora quella che dominerà la scena negli anni successivi. Dalla Formula 1 si trascende al calcio: i ferraristi avvertono il “cambio di maglia” del loro ex idolo come uno sgarbo. I risultati disastrosi con la nuova scuderia compenseranno la rabbia di chi tifa rosso. Nel 2012, stavolta sì, il ritiro è definitivo dopo 308 gare disputate, 91 vinte e 68 pole-position. Il 29 dicembre 2013 sulle nevi di Meribél l’incidente: passando da una pista battuta a un’altra, urta dei massi seminascosti nella neve, prima con gli sci e poi, cadendo, con la testa, seppur riparata dal caschetto. Il trauma cranico, il coma, la paura, poi le cure. Il tempo pare essersi fermato: un paio di rocce hanno colpito laddove non c’era riuscita una vita a 300 all’ora. Gianni Agnelli disse di lui: «Schumacher è sopra a tutti. Se fosse un calciatore, lo paragonerei a Pelé». Al quale riusciva tutto. Chissà se al cinquantenne Michael da Hurth, Renania settentrionale, 7 volte campione del mondo, riuscirà di montare quattro gomme nuove, fare rifornimento, e ripartire da quel pit-stop, un po’ più lungo di tutti quelli della sua carriera.

 

 

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