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Giovani alle prese con lo sport più amato d'Africa

Calcio estero; La coppa dell’Africa che non la gioca

C’è tensione nell’aria. La morte improvvisa e inaspettata dell’ex presidente Morsi ha sicuramente complicato i piani del governo e dei servizi egiziani, che da sei mesi stavano lavorando per garantire la totale sicurezza nel mese dello svolgimento della Coppa d’Africa.

Se dopo aver tolto al Camerun, per ritardi nella costruzione degli stadi e delle infrastrutture collaterali, l’organizzazione della Coppa la CAF si è affidata all’Egitto è perché il Paese dei Faraoni, sotto l’aspetto della sicurezza, offre rassicurazioni che altri Stati della regione non possono assicurare. La morte di Morsi e la conseguente possibile sollevazione popolare dei suoi seguaci (ricordiamo che Morsi fu eletto come presidente presentandosi tra le fila del partito facente capo ai Fratelli musulmani, organizzazione politico-religiosa appoggiata da Turchia e Qatar ma fortemente invisa all’Arabia Saudita) non fa passare ore tranquille ai quadri della sicurezza egiziana, ma il governo si è sbrigato a far sapere che la situazione è assolutamente sotto controllo e che lo svolgimento della Coppa d’Africa e la sicurezza di tutti i tifosi che arriveranno nel Paese non saranno mai in discussione.

Al Cairo c’è molta voglia di Coppa d’Africa. Come ogni evento sportivo (calcistico in particolar modo) che coinvolge un continente intero, l’aria di festa, con l’arrivo delle prime delegazioni e dei supporters degli altri Paesi, s’inizia a far sentire già da una settimana prima che l’arbitro fischi il calcio d’inizio del primo match del torneo.

Detto della sicurezza, che Coppa d’Africa dobbiamo attenderci? Sarà una coppa di sorprese o una delle grandi favorite della vigilia (Egitto, Senegal, Nigeria e, aggiungo io, Marocco) rispetterà i favori del pronostico? Trionferà l’Africa nera o quella maghrebina? Non lo sappiamo ancora, ma lo scopriremo presto. Quello che però sappiamo con certezza è che Coppa d’Africa non sarà. Non sarà la Coppa d’Africa di Sudan, Niger, Mozambico e Libia, quattro Paesi alle prese con problemi enormi che non avranno nemmeno la scusa della coppa per distrarsi un po’. Ho provato a inserire tutte e quattro queste nazioni in un girone immaginario, quello dei Dannati, cosicchè le loro storie, nonostante non possano avere la risonanza mediatica riservata alle nazioni che giocheranno la Coppa d’Africa, arrivino comunque a tutti voi. Il silenzio è il nemico peggiore dei popoli in difficoltà (Yemen docet), perciò credo che anche un piccolo gesto come questo possa aiutare a farli conoscere.

Coppa d’Africa- Girone D(annati):

Libia: Il Paese a noi più prossimo (e, non dimentichiamolo, ex colonia italiana) ha sperato fino all’ultima giornata delle qualificazioni di staccare il pass per l’Egitto, nonostante fosse stata inserita in un girone molto complicato che vedeva la presenza di Nigeria e Sudafrica. Ai libici non sono bastati i sei punti fatti con le Seychelles (5-1 e 8-1) e lo 0-0 con il Sudafrica per passare il turno. Come detto, era un girone davvero complicato, diventato praticamente impossibile dopo l’inizio dell’offensiva di Haftar contro Tripoli e il presidente Al Serraj, che tra le altre cose ha causato l’ “esilio” in Tunisia della nazionale per l’ultima partita del girone.

La situazione nel Paese è veramente complicata: dalla caduta di Gheddafi nel 2011 (arrestato e ucciso a seguito dell’offensiva mossa da Francia, USA e Gran Bretagna e appoggiata da UE e ONU) la nazione non è più stata in grado di essere tale. La Libia è un Paese solo sulle cartine, ma nella realtà dei fatti al suo interno il territorio è suddiviso in due regioni che si comportano da Stati (la Cirenaica e la Tripolitania) e, per complicare ancora di più il tutto, vi sono spazi sterminati controllati solo ed esclusivamente da milizie armate che non si riconoscono né nel governo di Haftar né in quello di Al Serraj. A rendere il tutto ancora più esplosivo vi è l’inferno che vivono i migranti giunti in Libia negli ultimi anni. Grazie ad accordi criminali stretti dai governi libici con l’Unione Europea, i migranti vivono in veri e propri campi di prigionia e di lavoro, dove mancano le più basilari forme di assistenza e dove la sopravvivenza stessa degli individui è messa in forte discussione. Non sono rare ormai le immagini e i video ritraenti migranti legati o incatenati con segni evidenti di percosse subite. Ma all’Unione Europea (e all’Italia in particolare, e già da prima di questo governo) sembra andare bene così; gli sbarchi sulle coste della Fortezza Europa sono calati drasticamente e non vi è motivo alcuno per fare qualcosa per le migliaia di persone imprigionate senza nessun motivo in questi campi di concentramento. Dallo scoppio della guerra intestino non sono rari i casi di migranti, sia uomini che donne, obbligati a partire per il fronte e utilizzati come prima linea d’attacco. La Libia è un inferno in Terra, ed essendo questo il Girone dei D(annati) della Coppa d’Africa, non può che vincerlo a mani basse. E se ci fossero anche i turni a eliminazione diretta la Libia arriverebbe senza problemi fino in fondo alla manifestazione.

Niger: Il Niger ci ha provato ad entrare alla fase finale della Coppa d’Africa, ma quando nel girone ti ritrovi Egitto e Tunisia le chance sono poche o nulle. E infatti i nigerini hanno ottenuto quattro punti contro eSwatini (0-0 e 2-1) e un punto contro il già qualificato Egitto all’ultima giornata (1-1). Unico rimpianto quello 0-0 contro eSwatini, nazionale sicuramente meno attrezzata di quella del Paese nigerino, che ha reso subito complicatissimo il percorso degli arancioni. Ma la mancata qualificazione alla fase finale della competizione continentale non è di sicuro il problema maggiore del Niger. Questo è uno dei Paesi più poveri del mondo che per anni ha vissuto (senza che vi fosse nulla di illegale in questo) del trasporto verso la Libia dei tanti migranti provenienti dai Paesi limitrofi. In pratica, visto l’alto numero di migranti che giungevano in Niger in quanto snodo cruciale delle rotte migratorie, per un certo periodo di tempo lo Stato stesso ha “fatto cassa” con chi andava verso Nord a cercare maggiore fortuna. In particolare ad Agadez, città snodo cruciale delle rotte sopra citate, quasi l’intera popolazione viveva di questo: i migranti pagavano regolarmente un biglietto per il trasporto su corriere o su fuoristrada che li conducessero fino al confine con la Libia. In questo modo ne beneficiavano le aziende di trasporti, le agenzie di viaggio, il comune di Agadez (che impose una specie di tassa di soggiorno per chi transitava sul territorio comunale in attesa di rimettersi in marcia verso il Nord) e le forze dell’ordine, impegnate quest’ultime più nell’organizzazione di questi viaggi che nella lotta al crimine, crollato, visto l’impegno praticamente totale della cittadinanza in questa filiera. Ma a guadagnarci veramente da tutto questo erano i migranti stessi, che a fronte di una spesa media di 230 euro, riuscivano a pagare la tassa di soggiorno e il viaggio verso la Libia. Tutto ciò però è finito. Questo mondo non esiste più dal giorno dell’accordo firmato dagli Stati dell’UE a La Valletta (Malta) nel 2015. Quel giorno l’Unione Europea decise che ne aveva abbastanza dei flussi migratori e si decise a contrastarli facendo proprio lo slogan che va tanto di moda tra i partiti populisti di destra per mascherare il proprio razzismo: aiutiamoli a casa loro. Peccato che dare soldi a pioggia a governi dalla dubbia moralità non sia esattamente il modo migliore per aiutare davvero i Paesi interessati. Il Niger è stato il Paese che più di tutti ha beneficiato economicamente dell’accordo maltese, avendo ricevuto da quella data la bellezza di 266 milioni di euro. Il governo nigerino si è subito attivato per smantellare la filiera della migrazione riuscendo anche nel proprio intento. Peccato che il prezzo pagato dal Paese africano sia altissimo: città come Agadez si sono riscoperte da un giorno all’altro scatole piene di disoccupati e di disperati, di nigerini (non migranti badate bene, ma nigerini, cittadini dello stesso Stato che ha incassato più di 260 milioni di euro dall’UE) privi di lavoro e senza più futuro. I sussidi offerti dallo Stato sono pochi e i tempi per riceverli sono infiniti: domande presentate nel 2016 attendono ancora oggi, a tre anni di distanza, risposta. Nel frattempo il Niger ha blindato il confine con la Libia, rendendo impossibile (o quasi) il passaggio dei migranti, che ora per raggiungere lo stato libico devono affidarsi ai trafficanti di uomini, spendendo circa 700 euro (a fronte dei 230 che servivano prima che il Niger accettasse “l’aiuto” dell’UE). I flussi migratori non si sono comunque fermati e anzi, a causa della chiusura della frontiera con la Libia, nel 2017 l’UNHCR si è trovato obbligato ad aprire un campo profughi per i sudanesi in fuga dalla dittatura del loro Paese, con il risultato che ora i nigerini iniziano a dire: Perché aiutate i migranti e non noi?

Tutto il mondo è paese.

Sudan: Calcisticamente il Sudan è poca roba. Gli unici tre punti conquistati nelle qualificazioni sono arrivati contro il Madagascar già qualificato (battuto 3-1). In più il suo figlio calcistico più illustre Almoez Ali ha deciso di vestire la casacca del Qatar, nazionale portata al trionfo in Coppa d’Asia proprio grazie ai suoi goal. Ma essendo questo il girone D(annati) il Sudan ha tutte le carte in regola per fare bene e passare il turno, anche grazie a quanto sta accadendo proprio negli ultimi mesi. Il Sudan, già provato dalla perdita delle regioni del Sud che hanno deciso di autogovernarsi dando vita al nuovo Stato del Sud Sudan (2011), negli ultimi mesi ha assistito alla caduta del suo tiranno, Ahmad al-Bashir, che si è visto obbligato a mollare il potere a seguito di quella che è stata definita “La primavera araba del Sudan”. L’11 aprile scorso al-Bashir si è trovato costretto, a seguito della presa di posizione dell’esercito, a lasciare lo scettro del potere che stringeva tra le sue mani dal giugno del 1989. Ma si è arrivati a tanto grazie alla sollevazione popolare, una sollevazione con numeri mai visti a queste latitudini e con una partecipazione variegata come non mai. Non solo più uomini in piazza, ma addirittura donne che prendono il “comando” delle proteste indicando la via del futuro ai propri connazionali. La situazione è però tutt’altro che risolta: al-Bashir è uno storico alleato dell’Arabia Saudita (e perciò anche del confinante Egitto), tanto che ci sono almeno tremila sudanesi ancora impegnati nel conflitto in Yemen a supporto dell’esercito saudita, e l’influenza di uno Stato tanto ricco come quello degli sceicchi potrà sicuramente ritornare a farsi sentire se la situazione che si andrà a formare nel Paese sudanese non sarà di suo gradimento. Al momento le uniche cose che sappiamo (e che potrebbero comunque cambiare) sono che l’opposizione scesa in piazza ha ottenuto il via libera al tempo di tre anni prima di recarsi alle urne per dar vita al primo parlamento eletto liberamente (si spera) nella storia moderna del Sudan e che l’esercito e i fedelissimi dell’ex presidente al momento non sembrano pronti ad un colpo di mano, che farebbe si vacillare la primavera sudanese, ma che rischierebbe di rendere il Sudan una nuova Siria (con le dovute proporzioni e i differenti interessi internazionali che andrebbero toccati in questo caso, sicuramente meno “importanti” di quelli siriani visto che il petrolio si trova quasi tutto nel Sud Sudan). A noi non resta che seguire la situazione e cercare di comprenderne l’evoluzione.

Mozambico: Cosa dire del Mozambico? Calcisticamente i ragazzi ci hanno provato fino in fondo ad arrivare in Egitto, ma i sei punti contro lo Zambia (sconfitto due volte 1-0) e i due punti contro la Guinea-Bissau (in entrambi i match il risultato finale è stato 2-2) non sono bastati a staccare il pass. L’ex colonia portoghese avrebbe avuto bisogno come il pane di questa qualificazione, visto che solo dall’inizio del 2019 è successo veramente di tutto nel Paese.

A marzo, il ciclone tropicale Idai ha provocato più di mille morti e seicentomila sfollati (tra cui almeno duecentocinquantamila bambini), mettendo in ginocchio una nazione già ridotta sul lastrico. Come se non bastasse, appena un mese più tardi, è arrivato un secondo ciclone (Kenneth) meno devastante in numeri di vittime e sfollati ma non meno brutale per un territorio già massacrato appena quaranta giorni prima. A questi eventi atmosferici catastrofici va aggiunta l’instabilità nella zona Nord del Paese, che da qualche tempo vede la presenza del primo gruppo jihadista mozambicano, che proprio in questo ultimo periodo sta aumentando il numero di attacchi verso la popolazione civile dei villaggi, seminando panico e morte.

Il Mozambico poi ha scoperto da qualche anno di essere anche un territorio diamantifero, dopo che casualmente un contadino, lavorando un suo terreno, ha scoperto un rubino. Da quel momento è iniziata la “corsa al Mozambico” da parte delle multinazionali del settore, che hanno sfruttato la situazione economica disperata del Paese per strappare contratti a prezzi favorevolissimi al governo di Maputo. Ogni giorno nascono nuove miniere nelle quali si cerca il prezioso diamante rosso e vi sono zone del Paese che ormai ricordano una forma di emmental, visto quante ormai sono le buche presenti (il Mozambico esporta anche oro, minerale che concorre ad aumentare il numero di miniere). Al fianco delle miniere legali delle multinazionali esiste però un’economia di sopravvivenza completamente illegale: in territori riparati dalle grandi foreste equatoriali, sono nate centinaia di miniere illegali nelle quali lavorano, in condizioni indegne, migliaia di mozambicani, che sperano di trovare qualche pietra preziosa da poter rivendere a ricettatori che gliele pagheranno un decimo (nella migliore delle ipotesi) del loro reale prezzo di mercato. Quest’economia sommersa è assolutamente invisa alle multinazionali, che hanno obbligato il governo a prendere posizione e a mandare l’esercito a sfollare gli accampamenti nati a ridosso delle miniere.

Tra i quattro Stati presi in esame in questo articolo, il Mozambico è sicuramente quello che ha il maggior numero di problemi slegati fra loro che danno vita ad una situazione assolutamente tragica.

Chi passa il turno

Come avete visto, le storie di questi quattro Paesi parlano da sé: povertà, guerre intestine, rivolte, sfruttamento sono le realtà quotidiane che i cittadini di Libia, Niger, Sudan e Mozambico sono costretti a vivere. Per rimanere al mio gioco di chi passerebbe il turno in questo girone, stilare una classifica è veramente complicato. La situazione libica è forse la più fuori controllo; il Niger è sicuramente lo Stato che sul lungo periodo pagherà il prezzo più alto; il Sudan vive in un limbo che si risolverà, forse, fra tre anni con le prime elezioni libere e al momento vive “alla giornata”; il Mozambico ha problemi da qualunque angolazione lo si guardi e nei prossimi anni creerà un numero molto alto di migranti che andranno a rendere ancora più esplosiva la situazione in altri Stati africani. Per svicolare alla domanda però dico questo: l’articolo prende in considerazione solo quattro Paesi, ma i problemi in Africa (sia creati da noi occidentali, sia creati da governanti pessimi che hanno come unico scopo politico quello di gonfiarsi le tasche rubando senza ritegno dalle casse dello Stato che dovrebbero amministrare) sono molti di più e non sono solo questi quattro Stati a trovarsi in situazioni critiche (magari fosse così!). Repubblica Centrafricana, Ciad, Eritrea, Liberia, Sierra Leone, Congo e altri ancora vivono situazioni molto diverse ma accomunate dall’emergenza. E fino a quando non ci si convincerà che l’Africa siamo tutti noi, questi problemi non verranno mai risolti. Troppo semplice apprezzare Salah, Ziyech, Manè e Koulibaly senza chiedersi cosa sia davvero il continente da dove questi campioni arrivano.

E ora buona Coppa d’Africa a tutti e che sia l’Africa tutta a vincere, a prescindere da chi alzerà la coppa.

 

Di Davide Ravan

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