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Cosa resterà di questo grande Liverpool

Il 4-0 al Palace da virtualmente il titolo al Liverpool. Una squadra formidabile, giovane e destinata a scrivere un ciclo strepitoso.

di Stefano Ravaglia

Gli anni Ottanta sono stati il punto più alto e insieme il più basso della città di Liverpool. Le sue squadre lottavano per titoli nazionali e internazionali, la città navigava in una grave disoccupazione e in balia della tempesta, tutto humus da cui sarebbe cresciuta la terribile pianta della violenza, anche da stadio. Ecco, quando quel decennio finì, Raf si chiese cosa ne sarebbe restato in una sua celebre canzone, mentre noi, oggi, nel 2020, dentro una civiltà soggiogata alla tecnologia, passiva e omologata, e sballottati dall’emergenza sanitaria che ci ha fatto perdere quasi ogni cognizione, ci chiediamo cosa resterà di questo grande Liverpool Football Club.

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Confesso, non riesco ad aspettare la matematica certezza, che ormai deve arrivare da trent’anni (ultimo titolo dei reds nel 1990) e per la quale ancora bisogna aspettare almeno stasera, almeno Chelsea-City, perché in caso di passo falso degli uomini di Guardiola, ad Anfield si potrebbe già festeggiare. E’ quel “già” che stona, perché cribbio, l’attesa dura appunto da tre decadi. No, dopo questo 4-0 al Crystal Palace è difficile tenere chiusi gli argini. Al Liverpool manca un metro per essere campione, e nonostante fosse un trionfo annunciato, resta inebriante come queste maglie rosse interpretano il calcio.

Lo dicono in particolare due dati curiosi: Firmino, uno dei front-man del club, ad Anfield, in Premier, quest’anno non ha mai segnato. Se n’è accorto qualcuno? No, perché questa orchestra così bella e proficua diretta da Klopp, che ha fatto crescere col suo lavoro ogni singolo giocatore, copre pure una statistica che in caso di crisi sarebbe di certo uno dei motivi di recriminazione.

E poi Alexander Arnold: il murales a lui dedicatogli nelle strade intorno ad Anfield, è il minimo che gli si potesse riservare. A 21 anni e 261 giorni è il più giovane a segnare su punizione tra le mura amiche, dal gol di Fowler allo United nel 1995. Ma soprattutto, 26 assist: il record di Scholes, 55, è in serio pericolo. Il prodotto del vivaio rosso è già a metà e non c’è ragione di pensare che non mantenga fede al sorpasso.

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Il Liverpool vince la Premier League perché i successi l’hanno aiutato a vincere ancora: dopo la grande delusione del 2014, scivolone di Gerrard col Chelsea, dopo le finali perse nel 2016 con il Siviglia (Europa League) e nel 2018 con il Real Madrid (fatemela chiamare ancora Coppa dei Campioni) quel trofeo alzato un anno fa a Madrid con il Tottenham, ha aperto le danze. Il Liverpool è divenuto cannibale, e l’autostima è schizzata verso l’alto. I miracoli delle vittorie.

Non c’è ragione di pensare che questo ciclo debba finire: la squadra in molti elementi è giovane, e un titolo atteso da trent’anni potrebbe essere tranquillamente replicato se il Liverpool farà mercato come si deve rimpolpando una rosa valida ma corta negli elementi in panchina, seppur i vari Shaqiri, Origi, Lallana e Gomez abbiano avuto una parte fondamentale nelle sbornie dell’ultimo biennio.

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E’ brutto questo calcio confezionato per le televisioni, con i cori finti e i teloni pubblicitari a coprire i seggiolini vuoti, reso possibile dal Covid ma che in fondo piacerebbe molto a chi business is business. No, ad Anfield stasera c’erano i vessilli della Kop e di chi tiene alle sorti del club, a donare colore e a far sembrare che tutti fossero lì. Molto meglio degli spettatori virtuali e pietosamente animati dal digitale, come accade da altre parti. Su uno di questi grandi bandieroni, proprio dietro la porta, c’era scritto: “Our club, our crest, our life”.

Il nostro club, il nostro simbolo, la nostra vita. Fate spazio nei libri di storia del calcio: di questo Liverpool resterà il dono più bello, ossia giocare a calcio abbinando una superba bellezza.

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