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Dorian

D come Dorian

Pensando a quello che attualmente sono i Dallas Mavericks, a quelli che senza paura di sbagliare possono essere definiti i pilastri e i volti della franchigia texana, il caso ci propone due nomi, o meglio un nome e un cognome, accomunati da un particolare minimo comune denominatore alfabetico: la lettera “D”.

Dirk, con chiaro riferimento al leggendario tedesco di Würzburg, e Doncic, ormai un’acclamata e prodigiosa macchina strappa-applausi, rappresentano il passato, il futuro (che dalle parti dell’American Airlines Center si augurano possa essere quanto prima roseo e vincente) e soprattutto il presente di una squadra che, una volta avvenuto il passaggio di consegne sull’asse Germania-Slovenia e messi insieme i giusti pezzi, vuole tornare a competere prima per le posizioni nobili della Western Conference e successivamente anche per qualcosa di più ambizioso.

Al momento però, considerati il record (25 vittorie-29 sconfitte) e le prestazioni alquanto ondivaghe dei biancoblu, la quadratura del cerchio appare ancora tutta da trovare e verosimilmente un grande punto interrogativo accompagnerà i Mavs da qui fino al 10 aprile, giorno in cui la regular season andrà in archivio e per i ragazzi di coach Rick Carlisle potrebbero anche aprirsi le porte di quel paradiso chiamato playoffs, un traguardo che, se raggiunto, varrebbe tantissimo per un team abituato da due anni a questa parte (ultima partecipazione alla postseason nel 2015-16, eliminati per 4-1 al primo turno da Oklahoma City) a inanellare sconfitte e a bazzicare i bassifondi dell’Ovest.

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Rick Carlisle, allenatore dei Mavericks dal 2008-09 (foto: zimbio.com)

La strada per raggiungerli, seppur in una conference sempre più equilibrata e competitiva, appare più che mai tortuosa e in salita. Dopo un avvio spumeggiante, ai Mavericks non sono bastati più i lampi dello sloveno con la maglia 77 e l’essere una delle migliori squadre a difesa del proprio ferro (quarta per rimbalzi totali concessi di media a partita e sesta per punti concessi in vernice fino al 12 dicembre): verso la fine del 2018 infatti Dallas ha improvvisamente perso solidità e continuità registrando strisce negative in serie (la più lunga di 6 sconfitte consecutive proprio tra dicembre e gennaio) intervallate da sporadici successi, una tendenza generale ancora in corso.

In mezzo a tutto ciò si sono registrati, in ordine sparso fino ad oggi, gli addii a Dennis Smith Jr., Wesley Matthews, DeAndre Jordan e Harrison Barnes (quattro elementi su cinque del quintetto base di inizio anno), gli arrivi da New York di Kristaps Porzingis, Tim Hardaway Jr., Courtney Lee, Trey Burke e quelli da Sacramento di Zach Randolph e Justin Jackson, il grave infortunio a J.J. Barea che lo terrà fuori per il resto della stagione e, indagando più nel profondo, un generale calo offensivo della second unit dei Mavericks. Pur reggendo egregiamente botta nella propria metà campo (sesta panchina della lega per realizzazioni dall’arco concesse e decima per percentuale dal campo concessa), in attacco  globalmente tutti coloro che si sono alzati dalla panchina di Dallas hanno messo assieme cifre piuttosto insoddisfacenti: a gennaio in particolare, i cambi dei titolari sono stati tra i peggiori, rispetto ai propri pari ruolo in tutta la NBA, per percentuale dalla lunetta (trentesimi) e per assist prodotti (ventiduesimi) non migliorando inoltre il dato che da inizio anno li vede penultimi nella percentuale di conversione del tiro da tre punti.

La differenza nell’efficacia al tiro pesante tra titolari (36,5%, settimo dato della lega) e riserve (31,8%, terzo peggior percentuale fra tutte le 30 franchigie) è un qualcosa che salta all’occhio subito in maniera piuttosto preponderante ed è una variabile che certamente avrà un indiscutibile peso nel determinare le sorti dei Mavs nella restante parte della stagione. Paradossalmente, a guidare fino a qualche giorno fa i compagni di reparto in questo poco felice riscontro per quanto concerne il tiro pesante era un giocatore che, ad oggi, sta vivendo la sua miglior stagione coi piedi dietro l’arco, un giocatore che, proprio da quanto investito in questo segmento del gioco e da quanto in esso sarà in grado di migliorare, riuscirà o meno a ritagliarsi un ruolo definito nella lega e a costruirsi una carriera.

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Dorian Finney-Smith finisce al ferro (foto: zimbio.com)

Il profilo in questione è quello di un altro rappresentante del “fattore D” di Dallas, ovverosia Dorian Finney Smith. Svezzatosi cestisticamente prima a Virginia Tech e poi, in seguito all’esonero di coach Seth Greeberg, tra le fila dei Florida Gators, “Doe-Doe” (soprannome affibbiatogli dalla madre per via dei suoi occhi) è al terzo anno in Texas dove, al momento, sta vivendo nettamente la sua miglior stagione di sempre. Arrivato alla corte di coach Carlisle nel 2016 dopo non essere stato scelto al draft e aver strappato con grinta e sudore l’ultimo posto disponibile nel roster dei Mavericks all’inizio di quell’anno, in questo 2018-2019 il nativo di Portsmouth (Virginia) sta approfittando del maggior minutaggio concessogli dal proprio allenatore per migliorare tutte le proprie voci statistiche e risultare, valutando complessivamente l’impatto sulle due metà campo, il miglior uomo dalla panchina per la compagine biancoblu.

Tra i quintetti schierati finora in campo per almeno 50 minuti il nome di Dorian compare in quello con il miglior offensive rating, in quello col miglior defensive rating e in quello con il miglior net rating assoluto, sintomi questi della capacità del giocatore di incidere in entrambe le fasi di gioco. Tuttavia, se in una metà campo, la propria, le doti fisico-atletiche (esplosività, verticalità, lunghezza delle braccia) lo hanno portato in maniera quasi naturale ad imporsi come uno dei migliori esponenti difensivi e ad ottenere plausi e buoni risultati, tutt’altro discorso vale per l’altra sezione del parquet dove soluzioni e pericolosità sono il frutto di un intenso lavoro (ancora in corso) compiuto dal giocatore e dallo staff dei Mavericks.

Già ai tempi del college ammirando le sue qualità e le sue propensioni si era intuito in che tipo di giocatore (un role player versatile in difesa e capace di punire col tiro perimetrale in attacco) si sarebbe potuto evolvere Finney-Smith se mai fosse riuscito a sbarcare tra i pro’. Un passaggio questo che non era e non è stato affatto scontato per il numero 10 dei Mavs il quale, per far sì che il suo sogno di proseguire la propria carriera nella pallacanestro americana non svanisse, è stato costretto a superare le insidie della Summer League. Oltrepassato questo duro scoglio, assieme agli assistenti (Jamahl Mosley in primis) in seno alla squadra, l’ex Gator ha iniziato a lavorare alacremente sulla tecnica aumentando consistenza e fiducia nel proprio tiro da fuori, parte del gioco per il quale il suo capo allenatore in Florida Billy Donovan (ora ai Thunder) si era definito preoccupato arrivando a spendere aggettivi come “sporadico” e “inconsistente”.

Dorian Finney-Smith e coach Donovan a Florida (foto: zimbio.com)

I risultati in questa stagione non sono tardati ad arrivare e sono sotto gli occhi di tutti: se escludiamo l’altra sua grande fonte realizzativa ossia i tiri entro i 3 metri dal ferro (45,1% delle sue conclusioni) dove Finney-Smith grazie al suo atletismo riesce a ottenere discreti dividendi, il restante 41,6% delle sue conclusioni proviene da situazioni di catch and shoot con i piedi dietro l’arco dei tre punti, area da dove la sua percentuale di conversione è passata dal 29% delle scorse due stagioni all’oltre 33% di quella corrente e da dove la panchina dei Mavs (prima che nelle ultime gare venisse promosso quintetto a causa dei numerosi avvicendamenti nel roster biancoblu) senza di lui vede scendere la propria percentuale da un già non eccelso 30,1% a un ancor meno incoraggiante 28,3%.

È evidente quindi come il sesto uomo dell’anno nella Southeastern Conference 2014 abbia un’incidenza diretta e indiretta sulle performance dei texani, un risultato a cui il 25enne è arrivato sfruttando appieno lo stop forzato a cui è stato costretto la scorsa stagione a causa di una fastidiosa tendinite al ginocchio sinistro che gli ha consentito di scendere in campo solo 21 volte. In quei frangenti Dorian è riuscito a tramutare positivamente la frustrazione e la rabbia per il suo primo serio infortunio in carriera preparandosi mentalmente a quello che avrebbe dovuto fronteggiare l’anno successivo, lavorando sui dettali e analizzando gli aspetti del gioco dove avrebbe potuto essere più performante.

Questo gli ha consentito non solo di ricevere numerosi lodi per le migliorie apportate al tiro quest’anno (la parte più evidente) ma anche di perfezionare il proprio istinto a rimbalzo (è attualmente il secondo miglior rimbalzista offensivo della squadra) e conoscere meglio abitudini e preferenze dei suoi diretti marcatori per saper poi agire di conseguenza e non trovarsi spiazzato o spaesato in campo. Così facendo Finney-Smith si è guadagnato sempre più il rispetto di compagni, staff e allenatore, il quale di lui apprezza il suo essere “altruista, il suo giocare per vincere e le piccole cose che generalmente molti ragazzi non vogliono fare nella lega”.

Dorian Finney-Smith in difesa su Devon Booker (foto: zimbio.com)

Un ragazzo umile dunque e un atleta apprezzato da tutto l’ambiente per serietà, impegno e grinta quotidiane, peculiarità che gli hanno consentito di farsi notare e poter competere nell’élite della pallacanestro dopo aver superato, proprio grazie all’impegno e agli sforzi profusi nello sport, la tragica perdita del fratello Ra-Shawn all’età di 15 anni. A lungo Dorian, testimone della fatale sparatoria notturna, ha conservato nascosti dentro di sé il dolore e l’immagine del fratello ucciso, senza chiedere aiuto e senza rivelare a nessuno (nemmeno alla madre Desireé alla quale non voleva dare ulteriore tormento) cosa aveva assistito. Bollato per diverso tempo come introverso e chiusosi in sé, a Florida nel suo anno da sophomore Finney-Smith ha finalmente trovato il coraggio e la forza di liberarsi del suo peso ricevendo aiuto e comprensione dal terapista della squadra, dai compagni e dal mondo della pallacanestro in generale.

Ispirato dall’esempio di “Peanut” (così era come veniva amorevolmente chiamato in famiglia Ra-Shawn), “Doe-Doe” ha fatto perciò del lavoro un principio cardine della propria filosofia di vita e, se continuerà a migliorare plasmandosi e affermandosi come un rispettato “3&D” non solo ai Mavs ma nell’intera Nba, molto (se non tutto) lo dovrà a questo approccio grazie quale, nel frattempo, il suo allenatore non ha avuto esitazioni a schierarlo in quintetto per far fronte all’improvvisa emigrazione di quasi tutti i suoi (ex) titolari verso i lidi newyorchesi.

Nell’attesa di capire come inserire i nuovi arrivati e aspettando che questi si integrino con compagni e sistema di gioco, la scelta di coach Carlisle di inserire Dorian nello starting five ha già pagato discreti dividendi in favore dei Mavs: nelle ultime quattro gare iniziate da titolare Finney-Smith ha sfruttato appieno il maggior minutaggio concessogli per crescere ulteriormente in quasi tutte le proprie voci statistiche individuali, dai punti (saliti a 9,3 rispetto alla media stagionale di 7,8) alla percentuale dal campo (47,1% contro 46,7%), dai rimbalzi totali (6,8 di media nelle ultime uscite) agli assist. L’unico dato in cui il numero 10 è calato è proprio la percentuale dall’arco (33,3% contro il 34,8% stagionale) ma c’è da credere che in poche gare, digerito il cambiamento di volti intorno a lui, con la fiducia e il lavoro anche quella tornerà a crescere e il fattore “D” riprenderà ad avere un impatto tangibile nel destino di Dallas.

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