Campioni d’Europa. Ancora. Allora il problema non sono i giovani

L’Under 17 conquista l’Europa per la seconda volta consecutiva, mentre la giovane Nazionale di Baldini convince tra i grandi: allora perché il calcio italiano continua a non fidarsi dei propri talenti?

L’Italia Under 17 è campione d’Europa per la seconda volta consecutiva.

Già questa, da sola, dovrebbe essere una notizia capace di fermare il dibattito per qualche giorno. Dovrebbe costringere dirigenti, allenatori e presidenti a porsi una domanda semplice: se continuiamo a vincere a livello giovanile, perché poi facciamo così fatica quando quei ragazzi diventano grandi?

Eppure il rischio è che anche questa volta finisca come sempre.

Qualche titolo celebrativo, qualche foto con la coppa, qualche post sui social. Poi tutti a lamentarsi che in Italia non esistono più i talenti.

La verità è che i talenti esistono eccome.

Lo dimostra la squadra di Daniele Franceschini, capace di salire sul tetto d’Europa battendo il Belgio dopo una finale emozionante. Lo dimostra uno storico bis continentale che non può più essere considerato una coincidenza.

E allora forse il problema non è il talento o la voglia di arrivare.

Forse il problema è quello che succede dopo.

Per anni ci siamo raccontati che i giovani italiani non erano pronti. Che mancavano personalità, qualità e mentalità. Che fosse necessario andare all’estero per trovare giocatori migliori.

Poi però arriva l’Europeo Under 17 e scopriamo che i migliori d’Europa sono ancora loro.

Italiani.

Il paradosso è evidente.

Quando hanno diciassette anni vincono contro tutti.

Quando ne hanno venti non sappiamo più che fine hanno fatto.

Possibile che il talento evapori così in fretta?

Oppure c’è qualcosa che il nostro sistema continua a sbagliare?

La risposta, probabilmente, sta nel modo in cui il calcio italiano guarda ai giovani.

Li celebriamo quando vincono.

Li dimentichiamo quando devono crescere a differenza di altre discipline.

Tra la Primavera, seconde squadre e la Serie A esiste ancora un vuoto enorme. Un territorio difficile da attraversare, dove tanti ragazzi si perdono tra panchine, prestiti e attese infinite.

Nel frattempo arrivano giocatori dall’estero, spesso più pronti, altre volte semplicemente più fortunati nel trovare spazio.

E i nostri talenti restano sospesi.

La cosa curiosa è che nelle stesse ore in cui l’Under 17 conquistava l’Europa, la Nazionale maggiore guidata ad interim da Silvio Baldini lanciava un messaggio altrettanto chiaro.

Niente rivoluzioni tattiche.

Nessuna formula magica.

Semplicemente fiducia nei giovani.

Contro Lussemburgo e Grecia si è vista una squadra piena di entusiasmo, di Under 21 e di ragazzi che aspettavano soltanto un’occasione. E quella squadra ha risposto presente senza far rimpiangere nomi più celebrati.

Non significa che tutti diventeranno campioni.

Significa però che il coraggio di provarci spesso manca più ai dirigenti che ai ragazzi.

Perché il vero problema del calcio italiano non è la mancanza di talento.

È la paura.

La paura di sbagliare.

La paura di perdere una partita.

La paura di affidarsi a un diciassettenne invece che a un professionista più esperto.

Eppure il resto d’Europa continua a dimostrare il contrario.

I giovani migliorano giocando nelle squadre più titolate d’Europa.

Sbagliando.

Crescendo.

Non aspettando.

Per questo il trionfo di Tallinn non dovrebbe essere soltanto una festa.

Dovrebbe essere un esame di coscienza.

Perché dopo due Europei Under 17 consecutivi diventa difficile continuare a sostenere che il problema siano i ragazzi.

Forse, per una volta, dovremmo avere il coraggio di guardare altrove.

Magari verso un sistema che continua a chiedere risultati immediati ma fatica a investire davvero sul futuro.

L’Italia Under 17 ha fatto il suo dovere.

Adesso tocca al calcio italiano dimostrare di essere all’altezza dei suoi campioni.

A proposito di Cristian La Rosa

Cristian La Rosa. Classe ’76, ama il calcio e lo sport in generale. Segue con passione il calcio internazionale e ha collaborato con alcuni web magazine. È il fondatore, ideatore ed editore.