Tra stadi all’altezza, grandi campioni e partite di altissimo livello, la Coppa d’Africa 2025 in Marocco racconta un continente pronto a competere con i migliori.
La prima fase è finita, ma la sensazione è quella di essere solo all’inizio. Non di un torneo, bensì di una consapevolezza. La Coppa d’Africa 2025 sta raccontando un continente che non chiede più spazio: se lo prende. Lo fa con il calcio, certo, ma soprattutto con un’idea di calcio. Tecnica, tattica, organizzazione, identità. E con una cornice, il Marocco, che non è semplice paese ospitante, ma regista silenzioso di uno spettacolo riuscito.
Guardando le partite si ha la percezione netta che qualcosa sia cambiato. Non è più il calcio africano ridotto a stereotipo, a racconto esotico buono per qualche momento di highlights. È un calcio pensato, allenato, studiato. Squadre che sanno quando alzare il ritmo e quando addormentarlo, che costruiscono dal basso con personalità, che difendono alte senza paura, che leggono le partite. Si vedono idee, non improvvisazione. Si vedono allenatori preparati e giocatori che sanno stare dentro un sistema di gioco. Le partite sono belle perché sono vere, tirate, spesso equilibrate, sempre intense. E lo spettacolo nasce proprio da lì, dalla competizione reale.
In questo contesto il Marocco emerge come simbolo. Un solo trionfo nella storia della competizione, datato 1976 in Etiopia, ma oggi una Nazionale all’undicesimo posto del ranking FIFA e da quarto posto nell’ultimo Mondiale in Qatar, una generazione probabilmente irripetibile, un movimento sostenuto da investimenti strutturali e da una visione chiara. Essere paese organizzatore non è un dettaglio: significa stadi moderni, infrastrutture, logistica, sicurezza, passione popolare che riempie gli spalti e accompagna ogni azione con un’energia continua. È la somma delle parti che fa la differenza. Non a caso Opta attribuisce ai Leoni dell’Atlante la più alta probabilità di successo, 19,1%. La sensazione è quella del “ora o mai più”, ma senza frenesia: con maturità.
Attorno al Marocco, però, c’è un’Africa intera che spinge. I campioni in carica della Costa d’Avorio, il Senegal solido e competitivo, l’Algeria che ha chiuso il girone a punteggio pieno, l’Egitto che vive del carisma eterno dei suoi leader, la Repubblica Democratica del Congo che abbina fisicità e qualità. E poi Nigeria e Camerun, ferite dalla mancata qualificazione al Mondiale 2026, ma proprio per questo affamate, pronte a trasformare la CAN in un riscatto. Il dato che pesa più di ogni analisi è semplice: tutte le big africane sono agli ottavi. Nessuna è mancata all’appello. Segno di equilibrio, ma anche di profondità del movimento.
I volti noti illuminano il torneo, ma non lo esauriscono. Victor Osimhen incarna la Nigeria che corre, attacca la profondità, vive di ritmo e presenza. Mohamed Salah resta l’asse su cui ruota l’Egitto, anche quando le partite si sporcano. Attorno a loro, però, c’è una costellazione di talenti meno raccontati, ma non meno determinanti. Ed è forse questo il punto: non è più il torneo di due o tre stelle, ma di squadre vere.
In Italia, finalmente, tutto questo arriva con un racconto all’altezza. Sportitalia ha fatto una scelta coraggiosa e culturale, acquisendo i diritti della più importante competizione africana e portandola in chiaro e gratuitamente nelle case degli italiani. I numeri parlano chiaro: oltre 2 milioni di contatti complessivi nelle prime tre giornate, con punte oltre l’1,5% di share. Ma i numeri, da soli, non spiegano tutto. A fare la differenza è il modo. Non solo partite, ma contesto. Non solo calcio, ma Africa.
La Coppa d’Africa diventa così un’occasione per raccontare culture, cucina, stile, energia, per capire perché sugli spalti si balla senza sosta, perché certi soprannomi hanno un significato profondo, perché il calcio, lì, non è mai solo un gioco. È identità, appartenenza, racconto collettivo.
E poi c’è una voce che, più di tutte, ha bucato lo schermo. Malu Mpasinkatu non commenta: spiega. Non si mette al centro: accompagna. Snocciola dati, svela retroscena, inserisce la statistica nel momento giusto, ma soprattutto restituisce dignità a un calcio spesso raccontato con superficialità. Non c’è traccia di boria, di autoreferenzialità, di quella pedanteria che troppo spesso affligge il commento mainstream. C’è competenza, simpatia, autorevolezza. C’è amore vero per il pallone africano. Fuori dal campo, almeno per ora, il vero vincitore di questa Coppa d’Africa è lui.
La fase a gironi ha lasciato verdetti chiari. L’Algeria ha dominato il Gruppo E, il Burkina Faso ha strappato il secondo posto, il Sudan si è aggrappato con merito al pass delle migliori terze. Nel Gruppo F, la Costa d’Avorio ha chiuso davanti al Camerun per differenza reti, in un equilibrio che ha tenuto tutti col fiato sospeso fino all’ultimo. Senegal, RD Congo, Tunisia, Nigeria a punteggio pieno, Mali, Egitto, Sudafrica: il tabellone degli ottavi è un concentrato di incroci ad altissimo tasso tecnico. Non esistono partite comode. Esiste solo il campo.
E mentre il torneo entra nella sua fase più cruda, resta una sensazione che va oltre il risultato finale. Questo non è più il calcio africano dei campi polverosi e delle infrastrutture improvvisate. È un calcio moderno, competitivo, credibile. Un calcio che può dire molto anche ai prossimi Mondiali. Un calcio che, oggi, esprime quattro o cinque Nazionali complessivamente più forti dell’Italia. Fa male ammetterlo? Forse. Ma è anche uno stimolo.
La Coppa d’Africa 2025 non sta chiedendo attenzione. La sta meritando. E chi la sta guardando, senza pregiudizi, lo sa già. Ora vengono gli ottavi. E lo spettacolo, quello vero, è appena cominciato.
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