Gravina
Fonte: profilo X FIGC

E adesso, pover’uomo?

L’Italia salta il terzo Mondiale di fila e forse è arrivato il momento che qualcuno si faccia da parte. 

Stavolta per davvero.

Adesso partono i processi

Italia
Fonte: ANSA

Dodici anni che l’Italia non va a un Mondiale, ma questa volta c’è qualcosa di diverso, forse di peggiore: l’idea di potercela fare per davvero, mai come in questa occasione. Al di là di errori arbitrali o altro, la realtà ci dice che la nostra nazionale ancora una volta resterà a casa a giugno e guarderà gli altri contendersi un Mondiale che, un tempo, era quasi scontato.

L’Italia è passata, in 20 anni esatti, da essere sempre una delle contendenti alla coppa più ambita dalle nazionali di tutto il mondo, a un eccezione se riesce a qualificarsi. Ma perché il movimento italiano non riesce più a esprimersi?

Inutile ora iniziare i soliti processi: si parlerà di giovani che non ci sono, di eccessivo tatticismo fin dalle giovanili, di talento mancante. Ma se il problema fosse alla base? Perché in Italia Vergara esordisce in Serie A a 23 anni e viene chiamato “giovane” se in altri paesi alla sua età sono stabilmente titolari nelle loro squadre di club e hanno accumulato presenze anche nelle competizioni internazionali, spesso sfiorando o sfondando il tetto delle centinaia?

Si dice che i giovani in Italia ci sono, semplicemente non riusciamo a valorizzarli. E allora vanno in prestito, in un ciclo infinito per farli giocare, “fargli fare la gavetta“.

Diciamo una volta per tutte le cose come stanno: ai club italiani i giovani servono solo per fare numero nelle rose, in quelle categorie con requisiti specifici, per il resto, se non sono da buttare, poco ci manca.

Azzerare per ripartire

Paolo Di Canio
Paolo Di Canio (lanotiziasportiva.com)

Non ha senso dire che bisogna ripartire, l’Italia non può ripartire senza delle basi e forse è arrivato il momento di immergersi in una vasca di umiltà e rendersi conto che il nostro calcio non è e non sarà più “quello di una volta“: quando commentatori televisivi si prendono il lusso di chiamare gli avversari “salmonari”, è lì il problema del calcio italiano, vivere della propria supposta superiorità. Stiamo diventando come gli inglesi, i maestri del football che non partecipavano ai Mondiali perché non organizzati nel loro paese, che invitavano le nazionali che vincevano competizioni importanti per dimostrarle chi erano veramente i più forti, finendo spesso in debacle storiche passate agli annali (googlate Grande Ungheria contro Inghilterra e avrete qualche chiarimento in merito).

Quando una squadra italiana che l’anno prima è stata finalista di Champions League esce agli ottavi di finale dalla stessa competizione e i giocatori sembrano quasi non rimpiangere questo risultato, affermando di non aver visto la superiorità degli avversari (nonostante i numeri e l’atteggiamento in campo smentiscano tutto ciò), sta sempre lì il problema del calcio italiano: come tutte le grandi decadute ama vivere di ricordi; si culla nello status guadagnato nel secolo scorso e si appunta, con fierezza e spavalderia, l’idea della superiorità data dalla storia, quando quest’ultima dimostra che tutte le grandi potenze del passato hanno sempre incontrato (o incontreranno) una caduta vertiginosa e a tratti disastrosa.

Questa è l’Italia: una nobile decaduta, che rischia seriamente di scomparire dal panorama mondiale calcistico perché vittima di sé stessa, della sua storia, della sua alterigia e della sua incapacità di fare tesoro delle lezioni degli altri, a livello sportivo come nazionale in altri settori.

Come si riparte? Si deve per forza di cose azzerare tutto, ma per davvero, ripartendo da persone veramente competenti, che mettano in campo un progetto di riforma del sistema calcistico italiano serio, al passo con i tempi, capace di valorizzare i giocatori dei settori giovanili, evitare la dispersione del talento in cicli infiniti e inutili di prestiti, cambiare i requisiti dei giocatori da avere in rosa per tutti i campionati, mettendo il calciatore al primo posto, che viene valorizzato e preparato a livelli sempre maggiori di competitività, allenato mentalmente a resistere a pressioni e social media (purtroppo un fattore da tenere in considerazione al giorno d’oggi, per forza di cose), dai campionati Primavera alla Serie A.

Se non c’è una base non c’è speranza.

Gravina
Gravina (lanotiziasportiva.com)

Tuttavia, il calcio italiano è in crisi, i suoi grandi club lo dimostrano tra debiti e la necessità di ricevere nuove entrare dai fondi che li possiedono, gli appelli a cambiamenti che garantiscano introiti maggiori e competitività maggiore restano inascoltati. Ecco, allora, che si insegue solo il denaro, perché è l’unico che ti garantisce la sopravvivenza: se il giocatore sbaglia, crea un possibile danno economico, quindi metterlo in campo è un rischio, l’obiettivo finale deve essere raggiunto a ogni costo e chi non serve va messo da parte.

Una brutalità degna del peggiore capitalista.

Alla FIGC è arrivato il momento di farsi da parte, andarsene davvero e lasciare lo spazio a chi le idee le ha e le vuole mettere in campo. La palazzina di via Gregorio Allegri deve dare un segnale per non chiudersi in sé stessa e continuare a perseguire i suoi obiettivi privatistici, dimenticando un calcio italiano che si sta spegnendo sempre più lentamente.

È adesso il momento, pover’uomo.

di Simona Ianuale

A proposito di Simona Ianuale

Appassionata di calcio dall'età di 5 anni e tifosissima del Napoli, oltre al sogno di aprire una casa editrice, vorrei poter trasformare questa mia grande passione in un lavoro.