La morte di Beccalossi non porta via soltanto un ex numero 10 dell’Inter. Porta via un’idea di calcio che oggi sembra quasi impossibile da spiegare ai più giovani. Non giocava contro gli avversari. Giocava contro la normalità. E forse è proprio per questo che i tifosi nerazzurri non lo dimenticheranno mai.
Viviamo in un epoca meno romantica, dove si percepisce una differenza enorme tra i grandi calciatori e quelli che diventano memoria collettiva. I primi vincono, segnano, riempiono statistiche e bacheche. I secondi, invece, restano dentro le persone. Evaristo Beccalossi apparteneva a questa categoria rarissima: quella dei giocatori che non avevano bisogno di essere perfetti per essere amati. Anzi, forse venivano amati proprio perché imperfetti.
Oggi che il calcio moderno sembra aver trasformato ogni partita in un laboratorio di dati, GPS, chilometri percorsi e mappe di calore, la morte di Beccalossi assume quasi il valore simbolico della fine definitiva di un altro modo di vivere il pallone. Un calcio in cui il talento poteva ancora permettersi di camminare. In cui un numero 10 non era obbligato a rincorrere il terzino fino alla bandierina per dimostrare di meritarsi il posto.
Evaristo Beccalossi non correva per convincerti. Aspettava. Studiava. Si nascondeva dentro la partita come fanno certi musicisti jazz che sembrano distratti fino all’istante esatto in cui toccano il pianoforte e cambiano il ritmo della serata. Lui non giocava novanta minuti: ne accendeva cinque. Ma quei cinque bastavano a giustificare il prezzo del biglietto, il freddo della domenica, la nebbia di San Siro e perfino le sconfitte.
Per questo motivo l’Inter non lo ha mai considerato soltanto un calciatore. Beccalossi era un sentimento. Era il lusso dentro una squadra operaia. In mezzo ai polmoni di Oriali, Marini e Baresi, lui rappresentava l’eresia romantica. Il fantasista che non doveva spiegazioni a nessuno. Quello che poteva sparire per mezz’ora e poi inventare una traiettoria impossibile con il sinistro, come se il pallone gli obbedisse per educazione.
Non a caso Gianni Brera lo ribattezzò “Dribblossi”. Non era solo un soprannome: era una definizione culturale. Beccalossi apparteneva a una stirpe di giocatori che oggi il calcio tende a rifiutare. I talenti intermittenti. I poeti maledetti. Quelli che fanno innamorare più degli uomini perfetti perché sembrano umani anche quando toccano il sublime.
Ed è probabilmente qui che nasce il legame irripetibile con il popolo interista. L’Inter, storicamente, ha sempre avuto un rapporto particolare con i suoi fantasisti. Da Mario Corso ad Alvaro Recoba, passando proprio per Beccalossi: giocatori capaci di dividere, di far discutere, di sembrare persi dentro la partita per poi illuminarla all’improvviso. Evaristo era il più malinconico di tutti. Sembrava quasi vivere il calcio con una forma di pudore. Non aveva l’arroganza dei dominatori. Aveva la sensibilità degli artisti.
Per capire davvero cosa sia stato Beccalossi bisogna tornare a quel derby del 28 ottobre 1979. Pioggia, fango, nebbia, sigarette accese sugli spalti e San Siro che sembrava un quadro sporco di provincia industriale italiana. L’Inter batte il Milan 2-0 e lui segna entrambe le reti. Ma il dettaglio che trasforma quella partita in leggenda è un altro: i gol li realizza di destro. Lui, mancino quasi esclusivo, decide inconsciamente che il mito ha bisogno di una contraddizione per diventare eterno.
Fu quella sera che nacque davvero il personaggio Beccalossi. “Mi chiamo Evaristo, scusi se insisto”, disse Beppe Viola in una frase diventata immortale. Ma quella battuta funzionava perché raccontava perfettamente l’uomo. Evaristo sembrava chiedere scusa persino quando umiliava gli avversari.
Eppure il momento che spiega davvero il suo rapporto con l’Inter non è una vittoria. È un errore.

Il 15 settembre 1982, contro lo Slovan Bratislava, sbaglia due rigori in pochi minuti. Due. In uno stadio normale sarebbe stato il processo pubblico. A San Siro, invece, successe qualcosa di diverso: la gente continuò ad amarlo. Forse ancora di più. Perché Beccalossi non rappresentava il calciatore invincibile. Era il riflesso dell’interista medio: capace di sentirsi onnipotente un attimo prima e malinconico quello successivo.
Quel giorno San Siro comprese definitivamente che il “Becca” non apparteneva alla categoria degli eroi tradizionali. Era qualcosa di più raro: un giocatore fragile abbastanza da diventare eterno.
Il calcio italiano, in fondo, non ha mai saputo davvero cosa farsene di uno come lui. Troppo anarchico per i sistemi rigidi dell’epoca. Troppo libero per un’Italia calcistica che stava entrando nell’era dell’organizzazione assoluta. Non è un caso che con la Nazionale abbia avuto spazio marginale. Enzo Bearzot cercava equilibrio, disciplina, struttura. Beccalossi era istinto puro. Era il tunnel bellissimo ma non funzionale al gioco. Era il dribbling scelto quando sarebbe bastato il passaggio semplice.
Oggi probabilmente sarebbe stato criticato ogni domenica dai social. Gli avrebbero rimproverato i chilometri percorsi, il pressing, le statistiche difensive. E forse è proprio questo il pensiero più triste della sua morte: capire che il calcio contemporaneo non produce più giocatori così perché non sa più aspettarli.
Beccalossi apparteneva a un tempo in cui anche il pubblico aveva pazienza. In cui si andava allo stadio non soltanto per vincere, ma per vedere qualcosa di irripetibile. Un colpo di tacco. Un tunnel arrogante. Una pausa improvvisa. Un sinistro che sembrava dipingere geometrie nel fumo della nebbia milanese.
Persino dopo il ritiro continuò a rappresentare quell’idea romantica di calcio. Le apparizioni televisive, i racconti da opinionista, il tono ironico e disincantato: Beccalossi non smise mai di sembrare un uomo degli anni Ottanta rimasto per errore nel mondo moderno. E forse anche per questo generava ammirazione.
Non a caso anche Enrico Ruggeri lo aveva trasformato in una figura quasi letteraria. Nel brano Il fantasista, dedicato ai giocatori irregolari e malinconici del calcio mondiale, dentro quella galleria di uomini imperfetti e geniali c’era anche l’anima di Beccalossi. Perché Evaristo non è mai stato soltanto un numero 10: era il simbolo di un calcio che preferiva emozionare piuttosto che solo vincere.
Negli ultimi mesi aveva già combattuto la partita più difficile, quella contro le conseguenze dell’emorragia cerebrale che lo aveva colpito nel gennaio 2025. Il risveglio dal coma aveva illuso tanti tifosi interisti di poterlo rivedere ancora una volta sorridere davanti a una telecamera o commentare il calcio con quella leggerezza malinconica che lo aveva reso unico anche fuori dal campo. Oggi, invece, se ne va davvero.
E con lui se ne va forse anche l’ultimo grande fantasista italiano che non chiedeva il permesso per essere diverso.
La verità è che Evaristo Beccalossi non apparteneva soltanto all’Inter. Apparteneva a un’Italia che non esiste più. Quella dei pomeriggi grigi, delle radioline, della nebbia vera a San Siro, dei numeri 10 che potevano anche sbagliare due rigori senza perdere l’amore della gente.
Perché il pubblico, certe cose, le riconosce sempre. Riconosce chi gioca per mestiere e chi invece gioca per lasciare una sensazione.
Evaristo Beccalossi lasciava sensazioni.
Per questo oggi non ci lascia soltanto un ex calciatore dell’Inter. Se ne va un modo romantico di intendere il calcio. Un calcio che forse non tornerà più, ma che ogni interista continuerà a cercare inconsciamente ogni volta che un numero 10 rallenterà il gioco per inventare qualcosa che non serve a nulla, se non a far battere il cuore.
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