La vittoria ai supplementari contro il Marocco è arrivata dopo un rigore contestato, proteste, un’uscita dal campo e venti minuti di caos che hanno rovinato il finale del torneo.
La finale della Coppa d’Africa 2025 doveva essere la celebrazione definitiva del calcio africano, il punto più alto di un torneo organizzato con ambizione e orgoglio dal Marocco. È finita invece per diventare una partita vinta dal Senegal, ma segnata da polemiche, tensioni e da una gestione arbitrale che ha rischiato di rovinare tutto.
Il Senegal ha conquistato il suo secondo titolo continentale battendo il Marocco 1-0 dopo i tempi supplementari, grazie al gol di Pape Gueye al 94’. Una vittoria meritata sul piano dell’esperienza e della tenuta mentale, ma arrivata al termine di una finale che nei minuti conclusivi dei tempi regolamentari è scivolata in una spirale surreale.
I 90 minuti si erano chiusi sullo 0-0, ma il recupero ha acceso la miccia. Al 92’ il Senegal aveva trovato il vantaggio con Ismaïla Sarr, bravo a ribadire in rete da pochi passi. Un gol annullato però per un fallo giudicato lieve di Abdoulaye Seck su Achraf Hakimi: un contatto minimo, che ha lasciato la sensazione di una decisione severa e frettolosa. Pochi istanti dopo, dall’altra parte, il Marocco ha beneficiato di un calcio di rigore per una trattenuta altrettanto leggera di El Hadji Malick Diouf su Brahim Díaz.
Qui la partita si è spezzata. L’arbitro Jean Jacques Ndala ha concesso il rigore dopo un controllo VAR rapidissimo, senza la gestione necessaria in un momento così delicato. Una decisione che, paradossalmente, invece di favorire i padroni di casa, li ha messi in difficoltà, trasformando la finale in un caos totale. Il Senegal ha reagito in modo sbagliato: su invito del suo allenatore Pape Thiaw, la squadra ha temporaneamente abbandonato il campo, rischiando seriamente sanzioni disciplinari da parte di CAF e FIFA. Un gesto antisportivo, pericoloso e che non appartiene alla tradizione di una nazionale abituata a vincere.
In quel momento, mentre il calcio africano sembrava perdere credibilità davanti al mondo, una figura si è distinta su tutte: Sadio Mané. L’unico a non voler percorrere il tunnel degli spogliatoi, l’unico a cercare i compagni, a invitarli a tornare in campo, a ricordare che una finale si chiude giocando. Dopo il fischio finale, Mané si è anche avvicinato ai tifosi senegalesi per calmare gli animi. Un gesto che racconta la sua grandezza non solo come calciatore, ma come uomo.
Dopo oltre venti minuti di proteste, i giocatori del Senegal sono rientrati in campo. Il rigore è stato finalmente battuto da Brahim Diaz, che ha scelto una soluzione sorprendente: alla Panenka. Una scelta inspiegabile in un momento così teso, che ha alimentato sospetti e discussioni. Il tiro è stato debole, leggibile, facilmente parato da Edouard Mendy. Un errore che pesa come un macigno e che, per molti, resta difficile da interpretare.
Scampato il pericolo, la partita è scivolata ai tempi supplementari. Qui è emersa tutta l’esperienza del Senegal, capace di trasformare la rabbia e la tensione in energia positiva. Al quarto minuto del primo tempo supplementare, Pape Gueye ha trovato il gol decisivo, gelando Rabat e consegnando ai Leoni della Teranga un titolo storico.
Il Senegal conferma così il suo status di potenza del calcio africano moderno, vincendo la Coppa d’Africa per la seconda volta dopo il trionfo del 2021. Il Marocco, grande favorito e padrone di casa, esce sconfitto ma a testa alta per quanto riguarda il percorso complessivo e l’organizzazione di un torneo di altissimo livello. La sensazione, però, è che questa finale resterà più per ciò che è accaduto fuori dal gioco che per il calcio espresso.
L’arbitraggio ha inciso troppo, male e nel momento peggiore. Ha tolto lucidità ai protagonisti, ha generato proteste e ha rischiato di trasformare una festa continentale in un caso internazionale. Il Marocco non meritava di essere messo in difficoltà da una decisione così discutibile, il Senegal non doveva reagire abbandonando il campo.
Resta l’amaro in bocca per una finale che poteva essere epica e che invece è stata rovinata nel suo momento più delicato. Resta però anche l’immagine di Mané, simbolo di un calcio che dovrebbe sempre ricordarsi di sé stesso prima di tutto. E resta il verdetto del campo: il Senegal è ancora sul trono d’Africa.
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