Giocatori della Nazionale italiana seduti sul campo con le mani sul volto dopo una sconfitta, in uno stadio avvolto dalla nebbia e dal silenzio, simbolo della crisi del calcio italiano
Il silenzio dopo la sconfitta: l'Italia a terra, tra delusione e crisi di identità del calcio azzurro

Tre funerali e nessuno se n’è accorto: l’Italia muore a Zenica nel silenzio dei colpevoli

Dalla rabbia alla rassegnazione: il terzo fallimento consecutivo segna non solo una crisi sportiva, ma la perdita definitiva dell’identità emotiva della Nazionale

C’è qualcosa di più inquietante della sconfitta. È il silenzio.

A Zenica non è morto solo un sogno e nemmeno un ciclo. È morto qualcosa di più profondo, più difficile da ricostruire: il rapporto emotivo tra l’Italia e la sua Nazionale.

E la cosa più grave è che quasi nessuno se n’è accorto. C’erano le lacrime contro la Svezia. C’era la rabbia dopo la Macedonia del Nord.

Oggi non c’è nulla.

Solo un brusio di fondo, i soliti commenti ripetuti da almeno un decennio, una rassegnazione che sa di abitudine. Come se perdere fosse diventato parte del paesaggio, un evento previsto, quasi accettato.

È questo il vero salto nel vuoto.

Quando il tifoso smette di arrabbiarsi, significa che ha smesso di credere. E quando smette di credere, il calcio smette di essere passione e diventa consumo. Un contenuto tra tanti, da scorrere senza fermarsi davvero.
L’Italia non fa più male e tantomeno paura. Ed è proprio questo il problema.

La parola più usata negli ultimi anni è stata sempre la stessa: progetto. Nuovo ciclo. Giovani. Costruzione. Parole giuste, per carità ma anche pericolose, se diventano un alibi.

Perché dietro questa narrazione si nasconde un fallimento più profondo, meno visibile, ma più grave: quello di un sistema che ha smesso di premiare il merito immediato in nome di una pianificazione spesso teorica.
Non è una questione di singoli. Non è il limite di un allenatore o di un gruppo di giocatori. È un problema di visione.

Un calcio che si racconta come “in costruzione” mentre perde competitività reale è un calcio che rischia di costruire su fondamenta fragili. E quando arriva il momento della verità, come è accaduto in Bosnia, il cantiere non regge.

Zenica non è un incidente. È una conferma dopo vari segnali che non si sono mai voluti cogliere. C’è poi un’altra domanda, più scomoda. Quanto conta ancora la Nazionale?

In un calcio dominato dai club, che tra l’altro ottengono risultati scarsissimi anche a livello europeo, dai diritti televisivi, dai calendari compressi e dalle logiche economiche, la maglia azzurra sembra essere diventata un elemento secondario. Non per i tifosi, forse. Ma per il sistema sì.

La Nazionale interrompe. Disturba. Complica. Non genera plusvalenze. Non alimenta il ciclo economico dei club. È una parentesi, non il centro.

E allora succede qualcosa di sottile ma decisivo: si abbassa l’urgenza. Si perde la priorità. Si smette di costruire davvero attorno a quell’identità. Non è una scelta dichiarata, ma una deriva evidente.

E poi c’è Wembley.

Quel trionfo che sembrava l’inizio di qualcosa e che invece, oggi, appare sempre più come un’eccezione irripetibile. Un picco isolato, più che una base.

A Zenica quella narrazione si è sciolta definitivamente.

La mistica della Nazionale, quella sensazione di essere sempre competitivi nei momenti che contano, è evaporata. Non c’è più l’aura, non c’è più la paura negli occhi degli avversari.

C’è solo una squadra normale. Forse troppo.

E poi si è consumato il terzo funerale: Svezia. Macedonia. Bosnia. Tre momenti diversi, un unico filo conduttore.

Ma se i primi due erano stati vissuti come traumi, questo terzo ha un sapore diverso. Più freddo. Più definitivo. Perché il vero rischio non è fallire ancora. È abituarsi a farlo.

E allora la domanda resta lì, sospesa. Dopo tre funerali, c’è ancora qualcuno disposto a firmare l’atto di morte?

Oppure continueremo a raccontarci che l’Italia, solo perché in passato ha vinto 4 Mondiali, è ancora un’élite del calcio, mentre tutto intorno dice il contrario?

A proposito di Cristian La Rosa

Cristian La Rosa. Classe ’76, ama il calcio e lo sport in generale. Segue con passione il calcio internazionale e ha collaborato con alcuni web magazine. È il fondatore, ideatore ed editore.