Dai dati alla realtà dei campi: tra accuse facili, modelli esteri idealizzati e un sistema che fatica a valorizzare i giovani, il vero problema del calcio italiano potrebbe non essere quello che raccontano.
C’è una frase che torna puntuale, quasi rituale, ogni volta che la Nazionale italiana fallisce un appuntamento importante: “Gli stranieri rubano il posto ai nostri giovani”. È una spiegazione semplice, immediata, perfetta per i talk show e per la politica. Ma proprio per questo rischia di essere anche la più comoda. Perché scarica altrove responsabilità che, probabilmente, sono tutte nostre.
Se si guarda ai numeri, è vero: la Serie A è uno dei campionati con la più alta percentuale di giocatori stranieri. Secondo i dati aggregati di Transfermarkt, siamo stabilmente tra il 66% e il 69%. Un dato elevato, ma non così distante dalla Premier League (ferma al 67-68%), che da anni viaggia su percentuali simili senza che questo abbia minimamente intaccato la competitività della nazionale inglese, oggi tra le più forti al mondo.
E allora il punto non è quanti stranieri ci siano. Il punto è quali stranieri arrivano.
In Inghilterra, in Spagna o in Germania, il mercato è selettivo: si cercano giocatori nel pieno della carriera, pronti a fare la differenza ad altissimo livello. In Italia, troppo spesso, il meccanismo è diverso. Non si importa per alzare il livello, ma per sopravvivere. E così la Serie A si è trasformata, lentamente, in quello che avevamo definito provocatoriamente in un nostro editoriale “un bollito al giorno”: campioni a fine carriera, nomi che fanno curriculum ma non più la differenza, operazioni utili più a vendere diritti televisivi che a costruire valore tecnico.
C’è però un dettaglio che spesso sfugge nel dibattito pubblico: non conta quanti italiani giocano, ma quanto e dove giocano. Perché accumulare presenze in squadre che lottano per salvarsi e senza coppe non equivale a crescere ad alto livello. In Premier League gli inglesi non sono la maggioranza assoluta, ma quelli forti giocano nei top club, in Champions League, sotto pressione costante. In Italia, invece, molti dei nostri migliori talenti maturano in contesti tecnicamente e competitivamente più poveri. E questo, inevitabilmente, si riflette sulla Nazionale.
Questo squilibrio ha conseguenze dirette. Perché se lo straniero che arriva è migliore del giovane italiano, è giusto che giochi. Il problema nasce quando lo straniero non è migliore, ma è più “pronto”, più esperto, più sicuro per l’allenatore che deve salvarsi o centrare un obiettivo immediato. È qui che si crea il corto circuito.
E allora la domanda diventa inevitabile: ma davvero i giovani italiani sono così penalizzati?
In parte sì, ma non per colpa degli stranieri. Piuttosto per un sistema che non li protegge e non li valorizza. In Germania un diciottenne forte gioca. In Francia o in Spagna, un talento viene lanciato anche a costo di sbagliare. In Italia, invece, il giovane deve aspettare. Deve “farsi le ossa”, accumulare minuti altrove, spesso in contesti poco formativi. E quando è pronto, a volte è già tardi.
E poi c’è un altro tema, forse ancora più scomodo: quello degli allenatori. In Italia il margine di errore è praticamente zero. L’esonero è la soluzione più facile. Chi siede in panchina non è considerato un elemento centrale del club, ma un colpevole a cui addossare tutto ciò che non va e sa che due sconfitte possono costargli la carriera, e in questo contesto il giovane diventa un rischio, non una risorsa. Meglio affidarsi al giocatore esperto, magari straniero, che garantisce affidabilità immediata. Altrove, invece, il sistema protegge la crescita: in Germania o in Francia l’errore è parte del percorso. Da noi, troppo spesso, è una condanna. Non è il talento che manca, è il coraggio di aspettarlo.
È un problema culturale prima ancora che tecnico, ma anche profondamente strutturale.
Il passaggio tra calcio giovanile e professionistico in Italia è ancora un salto nel vuoto. Le seconde squadre, che altrove rappresentano una filiera naturale, sono arrivate tardi e senza una vera integrazione nel sistema. Così un talento passa dalla Primavera a uno spogliatoio di Serie C o B senza un percorso lineare, spesso cambiando squadra ogni sei mesi. Più che una crescita, è una dispersione.
A tutto questo si aggiunge un altro paradosso moderno: quello delle plusvalenze. Il giovane italiano è diventato sempre più spesso un asset economico prima ancora che tecnico. Viene valorizzato a bilancio, spostato, prestato, scambiato. Ma raramente costruito. In questo labirinto di operazioni finanziarie, la continuità – che è la base di ogni crescita – si perde. E con essa, anche il talento.
Il confronto con gli altri campionati europei è illuminante. La Bundesliga ha costruito un sistema dove i vivai sono centrali e i club sono incentivati a utilizzare i giovani. La Ligue 1 è diventata una fabbrica di talenti esportati in tutto il mondo. La Liga, pur con le sue difficoltà economiche, continua a produrre e valorizzare giocatori tecnici di altissimo livello.
E la Serie A? Negli anni è diventata un campionato più prudente, meno incline al rischio, più attento al risultato immediato che alla crescita a lungo termine. Non è un caso che molti dei migliori giovani italiani, quando emergono davvero, lo facciano tardi rispetto ai coetanei europei. Attualmente quelli azzurri Under 21 incido sul 2,3% del minutaggio totale del massimo torneo italiano!
C’è poi un aspetto culturale che incide più di quanto si voglia ammettere. Molti giocatori italiani restano dentro un sistema protetto, senza uscire davvero dalla propria zona di comfort. Mentre francesi, tedeschi o inglesi si confrontano sin da giovanissimi con campionati diversi, ritmi differenti e pressioni nuove, i nostri restano spesso confinati in un ambiente che conoscono fin troppo bene. E nel calcio moderno, questo può fare la differenza.
Eppure, in questo contesto, c’è un dato che stona e che dovrebbe far riflettere: l’Italia ha vinto un Europeo nel 2021.
Come è stato possibile?
Quella squadra guidata da Roberto Mancini è stata un’anomalia. Non era composta da fuoriclasse assoluti, ma da un gruppo coeso, organizzato, con idee chiare. È stata una vittoria costruita sulla qualità del lavoro, sulla fiducia e su un’identità precisa. Ma proprio per questo è stata un’eccezione, non la regola.
Molti di quei giocatori non erano protagonisti nei top club europei. Alcuni lottavano per obiettivi modesti in Serie A. Eppure, in quel mese, sono diventati grandi. Segno che il talento italiano esiste, ma non viene sistematicamente sviluppato e valorizzato.
E allora torniamo al punto di partenza. Se gli stranieri non sono il problema, dove sta il problema?
Sta nella filiera. Nella distanza crescente tra il calcio giovanile e quello professionistico. Sta nelle categorie inferiori, che un tempo erano palestra vera e oggi sono spesso terreno di passaggio, tra prestiti continui e logiche economiche che soffocano la crescita tecnica.
Una volta, dalla Serie B, dove gli italiani attualmente sono il 75%, e dalla Serie C emergevano giocatori pronti per la Serie A e per la Nazionale. Oggi accade sempre più raramente. Non perché il talento sia scomparso, ma perché il sistema non lo accompagna.
Invocare la chiusura delle frontiere diventa un’illusione. Un ritorno romantico a un calcio che non esiste più. Il confronto con il passato merita di essere fatto fino in fondo. Nel 2006 l’Italia non era forte perché c’erano meno stranieri, ma perché c’erano i migliori. La Serie A era il centro del mondo, il campionato dove convivevano campioni italiani e fuoriclasse internazionali nel pieno della carriera.
Quella competizione interna alzava il livello di tutti. Oggi il problema non è l’eccesso di stranieri, ma la loro qualità media. Non è che ce ne sono troppi: è che ce ne sono troppo pochi davvero determinanti. Oggi quel sistema non c’è più. E invece di ricostruirlo, si preferisce cercare un colpevole facile.
La verità è più scomoda, ma anche più utile: gli stranieri non rubano il posto a nessuno.
Semmai, occupano uno spazio che il calcio italiano non riesce più a riempire con la stessa qualità di un tempo.
E finché continueremo a cercare un colpevole invece di guardare dentro il sistema, continueremo a raccontarci la storia sbagliata. E a perdere, facendo finta di non capire davvero il perché.
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