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Andreani in concerto con la maglia del Sankt Pauli

ESCLUSIVO Filippo Andreani e il secondo tempo che non esiste

Filippo Andreani è uno dei più interessanti cantautori italiani di questi anni. Con lui abbiamo fatto una breve chiacchierata per parlare del suo ultimo disco e della sua passione per il calcio.

Filippo Andreani, comasco classe ’77, è uno dei più interessanti cantautori italiani di questi anni.

Dal 1993 al 2008 ha suonato negli Atarassia Grop, band per la quale ha scritto tutte le canzoni. Dal 2012, per due anni, ha suonato assieme agli Erode, storica band oi! riunitasi ad inizio anni ’10 per qualche concerto.

Da solista è al quarto album e ogni disco che passa la sua musica migliora e appassiona sempre più.

A settembre 2017 è uscito Il secondo tempo, suo ultimo lavoro, pubblicato dapprima solo in vinile e distribuito esclusivamente da negozi di dischi e librerie indipendenti per scelta dello stesso Filippo, ora invece acquistabile anche in cd in tutti i negozi di dischi.

Il secondo tempo è prodotto da Guido Guglielminetti e ha la copertina (e gli interni) disegnata da Osvaldo Casanova.

Con Filippo abbiamo fatto una breve chiacchierata per parlare del suo ultimo disco e della sua passione per il calcio.

 -Come nasce l’idea del disco Il secondo tempo?

”Semplicemente da quella specie di bisogno di scrivere che da sempre mi da un dolcissimo tormento.

Le canzoni sono nate in momenti diversi e ispirate da letture, da incontri, da semplici casualità. Non ho iniziato a scrivere pensando ad un disco, ma una volta raccolte una decina di canzoni era chiaro che sarebbe stata quella la loro destinazione naturale”.

-Nel disco ti avvali di collaborazioni con artisti affermati, penso tra gli altri a Militant A degli Assalti Frontali e a Valerio Mastandrea. Com’è lavorare con artisti di questo calibro e come si convince un attore come Mastandrea a collaborare ad un disco?

”E’ bellissimo averli per amici. Dico “amici” perché abbiamo frequentato le stesse strade e le stesse facce, facciamo gli stessi sogni, amiamo le stesse cose ed abbiamo gli stessi nemici.

Io sono politeista e tra i miei dei ci sono sia Militant A che Valerio, quindi oltre che amico sono anche un loro fedele. La loro apparizione in un mio lavoro lo rende sacro ai miei occhi!

Non li ho convinti a partecipare, non sono una persona insistente e odio gli invadenti. Gliel’ho semplicemente chiesto, come si fa con chi è come te. Ripeto, io e loro parliamo la stessa lingua, tutto diventa naturale. Detto questo, è chiaro che io gli sia estremamente grato per il tempo che mi hanno dedicato”.

-A poco più di un anno dall’uscita il disco sta andando molto bene, hai sfiorato il Premio Tenco e stai girando l’Italia per concerti. In più la scorsa estate hai aperto il concerto di Francesco De Gregori nella tua Como, e immagino che l’emozione sia stata palpabile per te in quell’occasione. Ti aspettavi un tale successo de Il secondo tempo?

”Ci speravo e tutti i santi giorni lavoro perché questa strada prosegua. Certo, in mezzo ci sono stati dei fantastici “imprevisti” come quelli a cui fai cenno… questi davvero non me li aspettavo! Però, giuro, sono uno che “ci crede”, come si dice. Crede in quello che fa e- sia pur con tutta l’umiltà del caso e rispettando i miei tanti limiti- vorrei che le mie canzoni potessero arrivare a tutti”.

-Nel disco c’è molto calcio. Quanto ti appassiona questo sport?

”Più che lo sport in sé, mi affascina da sempre il suo contorno, i suoi odori, i suoi colori, le sue storie. Oltretutto, il calcio sa diventare una perfetta metafora della vita e quindi si presta ad essere raccontato anche senza un riferimento al gesto atletico”.

-Nel tuo lavoro precedente, La prima volta, tra le altre c’è una canzone dedicata a Gigi Meroni, canzone che ti ha portato allo stadio Olimpico Grande Torino prima di una partita del Toro a fare il giro di campo. Che significato ha per te, musicista e amante del calcio, cantare le gesta della Farfalla granata?

”E’ un privilegio poterlo cantare, un vero privilegio. Gigi Meroni, comasco come me, è stato un uomo ed un artista, prima che un giocatore. Ogni volta che mi metto in bocca il suo nome sento di avere una grande responsabilità, sento che sto portando avanti una memoria importante, sento che sto smuovendo emozioni ancora forti”.

-Nella tua carriera hai cantato anche un altro grande e sfortunato campione, Stefano Borgonovo, che a Como vi fece impazzire di gioia e vi regalò un calcio strepitoso. Quanto è innamorata ancora oggi Como del suo Numero 9?

”Follemente. All’entrata della curva di casa c’è un dipinto che lo ritrae, accompagnato dalla scritta “Non c’è paura nel cuore di chi lotta”. Per tutti Stefano è stato un grande giocatore, per noi è anche un esempio di coraggio.

Il suo ritorno al Sinigaglia, inchiodato alla carrozzina dalla SLA, è una serie di fotogrammi tatuati sul nostro cuore”.

-Lo segui ancora il tuo Como nonostante la Serie D e alcuni avvicendamenti societari “poco chiari”?

”Io amo i miei colori, amo la mia gente, amo quello stadio in riva al lago. La categoria non conta.

Detto questo, lo seguo poco o niente ma la ragione non è il mio disamore, è che la musica mi impegna sempre tantissimo”.

-Ultima domanda: a me la tua musica rimette in pace con il “sistema calcio”. Quando canti di Vendrame, di Signorini, di Beppe Viola e del Grande Torino mi rendo conto che nel calcio non tutto è da buttare, ma che ci sono stati e ancora ci sono personaggi che questo sport, o meglio questo gioco, continueranno a farmelo amare. Ma tu perché li canti? Per nostalgia di un calcio che oggi non esiste più o per non far passar la passione verso il mondo del calcio a chi ti ascolta?

”Non ritengo di avere una missione sociale, questo vorrei chiarirlo! Io li canto perché mi va, li canto perché è quello che mi piace raccontare, li canto perché li amo, li canto perché mi ci rivedo.

Forse, in qualche misura -ma non vorrei sembrare un vecchio!- li canto perché mi riportano ad un tempo in cui avevo ancora tutto da fare e potevo tirare i capelli ai sogni che mi correvano davanti. Ecco, forse è questo: li canto perché ne ho nostalgia, e ho nostalgia anche di quel bambino che aveva il mio stesso nome”.

 

Di Davide Ravan

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