Shakira durante le riprese del nuovo inno ufficiale dei Mondiali 2026: la FIFA riparte dalla voce simbolo delle ultime grandi colonne sonore della Coppa del Mondo. (Credit: Captura YouTube)

Da “Notti magiche” a “Waka Waka”: perché le canzoni dei Mondiali sono entrate nella memoria di tutti

Gli inni delle Coppe del Mondo raccontano epoche, estati e generazioni: e oggi la FIFA prova a ritrovare quella magia perduta affidandosi ancora a Shakira

Per milioni di persone i Mondiali non si ricordano soltanto per un gol, una finale o una delusione sportiva. Spesso basta una canzone per tornare improvvisamente a un’estate precisa, a una piazza piena di bandiere, a una televisione accesa fino a notte fonda.

Le Coppe del Mondo di calcio hanno spesso avuto questo potere: trasformare una semplice colonna sonora in un pezzo di memoria collettiva.

Basta ascoltare “Notti magiche” per ritrovarsi improvvisamente nell’Italia del 1990, tra le sere d’estate, le televisioni accese fino a tardi e le lacrime per la semifinale persa contro l’Argentina. Oppure sentire “Waka Waka” di Shakira e tornare immediatamente ai Mondiali sudafricani del 2010, alle vuvuzelas, ai colori dell’Africa e alla Spagna campione del mondo.

Oggi, però, qualcosa sembra essersi incrinato nel rapporto tra i Mondiali e la loro colonna sonora. Gli inni delle ultime edizioni hanno certamente generato numeri importanti sulle piattaforme streaming, ma raramente sono riusciti a entrare davvero nell’immaginario collettivo come accadeva tra gli anni Novanta e i primi Duemila. In Russia 2018, ad esempio, “Live It Up” di Nicky Jam, Will Smith ed Era Istrefi venne lanciata con enorme investimento pubblicitario, ma finì presto dimenticata dopo il torneo. Lo stesso successe nel 2022 in Qatar, dove la FIFA scelse addirittura più brani ufficiali nel tentativo di intercettare pubblici diversi, senza però ottenere una vera hit globale capace di accompagnare emotivamente il Mondiale.

Una parte del problema è probabilmente legata anche al cambiamento del consumo musicale. Un tempo esistevano poche canzoni-evento che dominavano radio, televisioni e stadi per mesi. Oggi il pubblico ascolta musica in modo molto più frammentato, veloce e legato agli algoritmi delle piattaforme digitali. Di conseguenza anche gli inni dei Mondiali sembrano avere una vita più breve, spesso consumata nel giro di qualche settimana.

Per questo la scelta della FIFA di tornare ancora una volta su Shakira per il Mondiale del 2026 appare tutt’altro che casuale. La cantante colombiana è rimasta l’ultima artista realmente capace di associare la propria immagine all’atmosfera unica della Coppa del Mondo. “Waka Waka” non fu soltanto una hit estiva: diventò un simbolo culturale di quell’edizione, entrando negli stadi, nei social, nelle scuole e perfino nei cori spontanei dei tifosi. Un livello di impatto che nessuna canzone ufficiale è più riuscita a raggiungere negli ultimi dodici anni.

“Dai Dai” è uno dei brani legati alla promozione del Mondiale 2026 e rappresenta perfettamente la nuova direzione musicale scelta dalla FIFA: sonorità globali, ritmo immediato e forte attenzione al pubblico streaming e social. La canzone unisce Shakira, ormai volto storico delle colonne sonore della Coppa del Mondo, e Burna Boy, superstar nigeriana dell’afrobeats che negli ultimi anni ha conquistato il mercato internazionale.

Il titolo “Dai Dai” richiama volutamente un’espressione semplice, quasi da coro da stadio, facile da ricordare e da cantare in qualsiasi lingua. Nel videoclip ufficiale vengono alternati immagini di tifosi, coreografie urbane, richiami alle città ospitanti del Mondiale 2026 e sequenze che puntano molto sull’energia multiculturale dei protanosti, i calciatori, del torneo tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Dal punto di vista musicale, il brano mescola pop latino, afrobeats ed elementi elettronici, cercando di replicare quella dimensione globale che aveva reso “Waka Waka” un fenomeno planetario. La differenza, però, è che oggi la FIFA punta molto di più sulla viralità digitale e sulle piattaforme social rispetto al passato, dove le canzoni diventavano successi soprattutto attraverso radio e televisioni.

La presenza di Burna Boy non è casuale: dopo il successo africano di “Waka Waka” nel 2010, la FIFA continua a cercare artisti capaci di rappresentare mercati musicali internazionali sempre più centrali nella cultura pop mondiale.

La relazione tra calcio e musica, in realtà, nasce quasi insieme ai Mondiali stessi. Già nel 1930, durante la prima edizione disputata in Uruguay, esisteva una sorta di inno non ufficiale: “Uruguay campeones”, una canzone celebrativa scritta qualche anno prima per i successi della nazionale uruguaiana. Non era ancora marketing sportivo, ma era già il segnale di quanto il calcio stesse diventando un fenomeno culturale totale.

Bisogna però aspettare il secondo dopoguerra per vedere nascere qualcosa di più simile agli inni moderni. Nel 1962, in Cile, la band Los Ramblers pubblicò “El Rock del Mundial”, considerata dalla stessa FIFA la prima vera canzone dei Mondiali. Era un brano travolgente, pieno di entusiasmo, con influenze rock’n’roll e un testo che definiva il torneo una “festa universale”. Un concetto che sarebbe tornato decenni dopo anche nelle produzioni moderne.

Da quel momento ogni edizione iniziò lentamente a costruire una propria identità musicale. Nel 1966 l’Inghilterra dedicò una canzone alla mascotte Willie the Lion, mentre nel 1974 la Germania Ovest coinvolse addirittura i calciatori della nazionale in “Fußball ist unser Leben”, diventata popolarissima dopo la vittoria del Mondiale casalingo.

Negli anni Settanta e Ottanta la tradizione continuò a consolidarsi. Argentina 1978 e Spagna 1982 ebbero musiche e composizioni dedicate che contribuirono a creare l’atmosfera del torneo, anche se con una diffusione ancora prevalentemente locale. Quella più celebre del 1982 fu quella di Placido Domingo intitolata “El Mundial”. Fu invece Messico ’86 a rappresentare un passaggio importante verso la modernità: grazie alla crescita delle televisioni internazionali e alla figura di Diego Armando Maradona, il Mondiale messicano fu il primo a vivere pienamente una dimensione globale anche dal punto di vista dell’intrattenimento. Quella più celebre venne cantata da Juan Carlos Abara: titolo “El mundo unido por un balon”.

Non esisteva ancora una vera hit planetaria come quelle che sarebbero arrivate negli anni Novanta, ma il legame tra calcio, musica e spettacolo stava diventando sempre più evidente.

Per molti appassionati, il Mondiale del 1986 resta l’ultimo grande torneo prima dell’era delle colonne sonore globali. Le immagini di Maradona che scarta tutta l’Inghilterra, le partite giocate sotto il sole messicano e le sigle televisive dell’epoca sono rimaste nella memoria collettiva quasi quanto le canzoni ufficiali che sarebbero arrivate negli anni successivi.

Il vero salto arrivò però negli anni Novanta, quando la FIFA comprese definitivamente il valore commerciale di una colonna sonora globale. Italia ’90 rappresentò una svolta non solo calcistica ma anche culturale. “To Be Number One”, nella sua versione italiana “Un’estate italiana”, diventò molto più di una semplice sigla televisiva. Giorgio Moroder costruì una melodia epica, mentre Gianna Nannini ed Edoardo Bennato riuscirono a trasformarla in qualcosa di profondamente emotivo.

Ancora oggi “Notti magiche” viene cantata negli stadi italiani come un inno generazionale. È successo anche nel 2021, durante la cavalcata dell’Italia agli Europei, segno di quanto quel brano sia rimasto vivo nell’immaginario collettivo.

La World Cup del 1994 negli Stati Uniti provarono invece a trasformare la musica del torneo in un prodotto globale. Arrivò un album ufficiale, “Soccer Rocks the Globe”, che mescolava inni scritti appositamente a brani già celebri come “We Are The Champions” dei Queen. “Gloryland” di Daryl Hall è considerata l’inno ufficiale dell’album. Era il calcio che iniziava a parlare definitivamente il linguaggio dello spettacolo americano.

Poi arrivò Francia ’98 e, con essa, una delle canzoni più iconiche della storia del torneo: “La Copa de la Vida” di Ricky Martin. Quel mix di ritmo latino, energia e coreografie perfette rese il brano un successo planetario. Ancora oggi è impossibile ascoltare il celebre “Go, go, go! Ale, ale, ale!” senza pensare immediatamente ai Mondiali. A dire il vero, quella scelta prima del torneo era cantata da Youssou N’Dour e Axelle Red intitolata “Le cour des grand”.

In Corea del Sud e Giappone del 2002 rappresentarono un’altra tappa importante nell’evoluzione musicale della Coppa del Mondo. L’inno ufficiale fu “Boom” di Anastacia, una canzone che accompagnò il primo Mondiale organizzato in Asia e che contribuì a dare al torneo un’identità moderna e internazionale. Erano gli anni in cui internet iniziava a diffondersi nelle case e il calcio stava diventando sempre più globale. Tra le parate di Oliver Kahn, i gol di Ronaldo e la sorprendente corsa della Corea del Sud, anche quella colonna sonora è rimasta impressa nella memoria di molti tifosi.

Negli anni Duemila, però, il vero volto musicale della Coppa del Mondo diventò Shakira. Prima con una versione remixata di “Hips Don’t Lie” nel 2006 in Germania dove l’Italia si laureò per la quarta volta Campione del Mondo, poi soprattutto con “Waka Waka” nel 2010 in Sudafrica. Il successo di quella canzone fu enorme perché riuscì a fare qualcosa che gli inni successivi non hanno più saputo replicare: unire il calcio, la danza, la televisione e i social in un unico fenomeno globale.

Il ritornello “Zamina-mina, hé-hé, Waka waka, hé-hé” entrò ovunque. Nei bar, negli stadi, nelle radio, nei villaggi turistici, persino nelle scuole. Il videoclip pieno di immagini storiche, campioni e tifosi contribuì a renderla immortale. E soprattutto arrivò nel momento perfetto: i primi Mondiali africani erano già un evento storico e “Waka Waka” ne amplificò l’atmosfera festosa.

Anche Brasile 2014 riuscì ancora a trasformare il Mondiale in un evento musicale globale. La FIFA puntò su “We Are One (Ole Ola)”, interpretata da Pitbull, Jennifer Lopez e Claudia Leitte, cercando di unire sonorità pop, latino-americane ed elementi brasiliani in una canzone pensata per conquistare radio e televisioni di tutto il mondo. Il brano venne eseguito dal vivo durante la cerimonia inaugurale all’Arena Corinthians di San Paolo e, nonostante le critiche di alcuni tifosi brasiliani che la consideravano poco rappresentativa della cultura locale, ottenne milioni di ascolti e una enorme esposizione mediatica.

Ma il vero successo popolare di quell’estate fu ancora una volta firmato da Shakira. “Dare (La La La)” uscì inizialmente come singolo dell’album della cantante colombiana, prima di essere riadattato in versione mondiale con riferimenti espliciti al torneo e la partecipazione di tanti calciatori nel videoclip, da Neymar a Gerard Piqué. La melodia orecchiabile, i colori del Brasile e il ritmo trascinante trasformarono il brano in uno dei simboli non ufficiali di quel torneo.

Dopo il 2014, però, gli inni della Coppa del Mondo iniziarono lentamente a perdere centralità. Le canzoni successive sembravano costruite più per inseguire le piattaforme streaming e le tendenze social del momento che per creare un vero legame emotivo con il torneo e i tifosi. Russia 2018 e Qatar 2022 hanno avuto inni ufficiali, ma nessuno è davvero rimasto nella memoria collettiva. In molti casi le canzoni sembravano costruite più per TikTok e gli sponsor che per accompagnare emotivamente un torneo destinato a entrare nella storia.

Qatar 2022 segnò una rottura con la tradizione degli inni unici che avevano caratterizzato le edizioni precedenti. La FIFA decise infatti di lanciare una vera e propria colonna sonora composta da più brani, riuniti sotto il progetto “FIFA World Cup Qatar 2022 Official Soundtrack”. Tra le canzoni più rappresentative ci furono “Hayya Hayya (Better Together)”, interpretata da Trinidad Cardona, Davido e Aisha, e “Dreamers” del cantante sudcoreano Jung Kook dei BTS insieme a Fahad Al Kubaisi.

Nonostante il successo commerciale e i milioni di visualizzazioni online, nessuno di questi brani riuscì però a entrare nell’immaginario collettivo come accaduto in passato. Le canzoni accompagnarono il torneo, ma senza diventare parte integrante del suo racconto emotivo. Ancora oggi, quando si pensa a Qatar 2022, vengono più facilmente in mente la finale epica tra Argentina e Francia, Lionel Messi che alza la Coppa del Mondo o la sorpresa del Marocco in semifinale che non una specifica colonna sonora.

Paradossalmente, negli ultimi anni sono stati spesso i tifosi a creare gli inni più autentici. L’esempio più famoso resta il celebre “Po Po Po Po”, nato da “Seven Nation Army” dei White Stripes e diventato simbolo dell’Italia campione del mondo nel 2006. Un coro spontaneo, non pensato a tavolino, capace però di attraversare generazioni e confini.

Forse è proprio questo il segreto delle grandi canzoni dei Mondiali: non possono essere soltanto prodotti commerciali. Devono riuscire a catturare un momento storico, un’emozione collettiva, un’estate che milioni di persone non vogliono dimenticare.

Ed è probabilmente per questo motivo che, nel 2026, la FIFA abbia deciso di tornare ancora una volta da Shakira. Perché certe canzoni non accompagnano soltanto il calcio. Diventano la colonna sonora dei ricordi.

A proposito di Cristian La Rosa

Cristian La Rosa. Classe ’76, ama il calcio e lo sport in generale. Segue con passione il calcio internazionale e ha collaborato con alcuni web magazine. È il fondatore, ideatore ed editore.