I bombardamenti di Stati Uniti e Israele e la morte di Ali Khamenei aprono uno scenario inedito: campionato fermo, giocatori in fuga e dubbi sulla partecipazione al torneo che si giocherà anche negli USA.
Sabato mattina Israele e Stati Uniti hanno iniziato a bombardare Iran dopo settimane di minacce, pressioni diplomatiche e negoziati falliti. Gli attacchi aerei hanno colpito principalmente la capitale Teheran, ma anche altre città strategiche del Paese. Nella capitale sono stati centrati edifici governativi simbolo del potere della Repubblica Islamica: il ministero dell’Intelligence, quello della Difesa e soprattutto il complesso dove risiedeva la Guida Suprema, Ali Khamenei.
Dopo ore di indiscrezioni, in serata il presidente statunitense Donald Trump ha confermato in un video pubblicato su Truth l’uccisione di Khamenei. La notizia è stata poi confermata dal governo iraniano. È un passaggio storico per l’Iran, probabilmente il più rilevante dalla rivoluzione del 1979 guidata da Ruhollah Khomeini, che portò alla nascita della Repubblica Islamica. A Teheran alcune persone sono scese in strada per festeggiare, mentre altre zone della città sono rimaste paralizzate da esplosioni, blackout e panico.
Nel corso della giornata l’Iran ha reagito lanciando missili balistici e droni contro Israele e contro basi militari statunitensi in Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha invitato la popolazione a rifugiarsi nei bunker antiaerei e ha annunciato la mobilitazione di 70mila riservisti. A Dubai frammenti di missili intercettati sono caduti nell’area di Palm Jumeirah, ferendo quattro persone e costringendo alla sospensione dei voli nei due principali aeroporti della città. Tra i passeggeri bloccati c’è anche il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, che si trovava negli Emirati per motivi privati.
L’obiettivo dichiarato dell’operazione, ribadito sia da Trump sia da Netanyahu, è il rovesciamento del regime iraniano. Non si tratta più di colpire soltanto infrastrutture nucleari o siti missilistici: la strategia punta direttamente alla leadership politica e militare del Paese. Secondo fonti riportate dal giornalista di Axios Barak Ravid, Stati Uniti e Israele si sarebbero divisi i compiti: Washington concentrata sui siti missilistici, Tel Aviv sull’eliminazione della leadership.
Nel suo discorso, durato poco più di otto minuti, Trump ha definito il regime iraniano una minaccia per la sicurezza nazionale americana da 47 anni e ha invitato apertamente la popolazione a ribellarsi. Si è rivolto anche ai Guardiani della Rivoluzione, chiedendo loro di “lasciare le armi” in cambio di “totale immunità”, promettendo invece “morte certa” a chi continuerà a sostenere il regime. Un messaggio simile è arrivato da Netanyahu, che ha parlato di un’opportunità storica per il popolo iraniano di “liberarsi dal giogo della tirannia”.
La differenza rispetto alla guerra dello scorso giugno è evidente. Allora l’operazione – durata 12 giorni – aveva colpito tre siti nucleari chiave (Fordo, Natanz e Isfahan) con l’obiettivo di rallentare il programma di arricchimento dell’uranio. Trump aveva parlato di programma “annientato”, ma i report preliminari dell’intelligence americana avevano poi ridimensionato l’efficacia dei bombardamenti. Questa volta gli attacchi sono molto più estesi, includono città e centri di comando e mirano apertamente alla caduta del regime.
Nei mesi scorsi Washington aveva ammassato mezzi militari in Medio Oriente ufficialmente per fare pressione durante negoziati indiretti che sarebbero dovuti proseguire a Vienna. Le trattative, già fragili, sono saltate definitivamente. Trump, che nel suo primo mandato aveva ritirato unilateralmente gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare firmato sotto la presidenza di Barack Obama, aveva più volte mostrato scetticismo verso la via diplomatica.
Intanto a Teheran il regime aveva predisposto piani di continuità del comando, in cui un ruolo centrale è affidato ad Ali Larijani, capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Resta però incerto se la strategia di provocare una sollevazione popolare possa funzionare. Le grandi proteste di gennaio, represse con migliaia di morti, avevano mostrato il malcontento diffuso ma anche la brutalità dell’apparato di sicurezza.
Le conseguenze si stanno estendendo anche oltre il piano politico e militare. Mehdi Taj, presidente della federazione calcistica iraniana, ha dichiarato che i bombardamenti potrebbero portare alla mancata partecipazione dell’Iran ai Mondiali del 2026, ospitati anche negli Stati Uniti. Inserita nel Gruppo G, la nazionale iraniana dovrebbe disputare tutte e tre le partite del girone proprio negli USA: il 15 giugno a Los Angeles contro la Nuova Zelanda, il 21 contro il Belgio e il 26 a Seattle contro l’Egitto. “Con quello che è successo è difficile guardare con fiducia alla Coppa del Mondo”, ha detto Taj, sottolineando che la decisione spetterà ai vertici sportivi.
Dal punto di vista sportivo, l’Iran non è una comparsa nel panorama mondiale. La nazionale si è qualificata con largo anticipo al torneo del 2026 dominando il proprio girone asiatico e presentandosi come una delle selezioni più solide del continente. Il blocco della squadra è composto in gran parte da giocatori che militano nei principali campionati asiatici ed europei, con una struttura ormai consolidata negli ultimi anni. La sospensione del campionato interno, però, rischia di interrompere la preparazione tecnica e atletica in una fase cruciale della stagione, mentre diversi calciatori stanno valutando il trasferimento all’estero per garantire continuità professionale e sicurezza personale.
Il calendario del Mondiale rende la situazione ancora più delicata: l’Iran dovrebbe disputare tutte e tre le partite del girone negli Stati Uniti. Un’eventuale rinuncia avrebbe conseguenze sportive enormi, non solo per il movimento calcistico iraniano ma anche per l’organizzazione del torneo, costringendo la FIFA a valutare scenari straordinari come una sostituzione last minute o una riformulazione del girone.
Nel frattempo, lo stop delle competizioni nazionali ha congelato anche le attività delle selezioni giovanili e della nazionale femminile, ampliando l’impatto della crisi sull’intero sistema calcistico del Paese. Il calcio, che negli ultimi anni era stato uno dei pochi spazi di coesione sociale e orgoglio internazionale, si ritrova ora travolto da una crisi che va ben oltre il rettangolo verde.
In Iran il campionato nazionale è stato sospeso a tempo indeterminato e anche il calcio rischia di diventare una delle vittime collaterali di un conflitto che, a differenza del precedente, non sembra avere obiettivi limitati né una durata prevedibile.
Al momento è impossibile stabilire se la strategia di Stati Uniti e Israele porterà davvero al crollo del regime o se aprirà una nuova fase di guerra prolungata in Medio Oriente. Di certo, con la morte di Khamenei e con un attacco diretto alla struttura del potere iraniano, l’equilibrio regionale è entrato in una fase completamente nuova e imprevedibile.
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