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Nato per questo

Max Verstappen entra nella storia della Formula 1 come il 34esimo campione del mondo. Non solo, raggiunge l’obiettivo della sua vita… e della sua famiglia

Il Gran Premio di Abu Dhabi, tralasciando lo sporco inflitto dalla polemica, dalle arrabbiature e dai reclami, ha incoronato un ragazzo di 24 anni il nuovo campione della massima serie.

Un esito incredibile, a tratti imprevedibile, in una stagione che ha regalato uno spettacolo pirotecnico dal suo inizio, alla sua fine. C’è da dire, che in qualunque modo fosse finita, sia Max che Lewis avrebbero meritato il titolo mondiale: entrambi sarebbero diventati leggenda, chi con uno, chi con otto sigilli iridati.

Sin dal suo arrivo in Formula 1, Max Emilian Verstappen sembrava destinato alla gloria indelebile, al successo, presentandosi sulla griglia di partenza dei “grandi” come un diamante allo stato grezzo.

Schietto, impulsivo, senza peli sulla lingua, determinato e a volte glaciale, ha sempre dovuto fare i conti – a volte prevalendo – con il suo lato oscuro. “Mad o Super Max, questo è il problema”. Che Shakespeare mi perdoni per aver storpiato una delle più celebri frasi del suo Amleto, ma il giovane olandese, per raggiungere il suo obiettivo in pista, ha anche dovuto imparare a gestire il contrasto di questi due potenti aspetti del suo carattere.

Appoggiato, spronato, pressato da papà Jos, Max è ancora minorenne quando entra per la prima volta nell’abitacolo di una monoposto di Formula 1, nell’autunno del 2014. Sembrava nato per quello, indirizzato per quello, assemblato pezzo dopo pezzo, anno dopo anno sin dai tempi dei kart, fino alla creazione di una vera e propria macchina da guerra umana, pronta a dare il tutto e per tutto per compiere la sua missione: scrivere la storia.

La foga, l’irruenza, la voglia di vincere ad ogni costo, spesso gli hanno remato contro. Del resto, la potenza è nulla senza controllo.

Lo sanno bene le strade del Principato, in cui Max ha spesso baciato le barriere salutando anche grandi occasioni; lo sanno bene i contatti al via, in primis con la Rossa; le difese ai limiti del regolamento, i confronti con il compagno di squadra Ricciardo… ma quest’ultimo punto meriterebbe un capitolo a parte.

Il “Verstappencentrismo” della Red Bull, incessantemente messo in atto dal Gran Premio di Spagna del 2016, in alcuni momenti non ha certamente giovato al pilota, forse troppo pompato e convinto di essere legittimato nel compiere determinate azioni e nel rendere dichiarazioni determinati pensieri.

Poi, la svolta. L’esito della gara di Abu Dhabi del 2020 ha rappresentato l’antipasto di cosa avremmo visto nel 2021. Unisci a una macchina forte, affidabile, in continua evoluzione tecnica, un talento puro e più maturo e la combo letale è compiuta. Non sempre Verstappen è riuscito a mettere a tacere il suo “lato oscuro” ma, quando lo ha fatto, ha compiuto imprese straordinarie degne di un campione del mondo. E lo è diventato, contro un pilota detentore dello stesso record di Michael Schumacher.

Proprio su questo ultimo aspetto, c’è una constatazione da fare, e che quasi mette i brividi: nel 2005, Michael Schumacher ha 36 primavere. È sette volte iridato e abdica di fronte alla nuova generazione che, come portabandiera, ha il 24enne Fernando Alonso.

Tutti sappiamo come finì.

Nel 2021, Lewis Hamilton, 36 anni, sette campionati in saccoccia. Verstappen, 24 anni, il rappresentante della nuova generazione. Sappiamo tutti com’è finita. Ma coincidenze o meno, Max ce l’ha fatta. In fondo, è nato per questo.

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