Prima dei miliardi di Abu Dhabi, il City precipitò fino alla terza divisione mentre gli Oasis conquistavano il mondo. Noel immaginò di acquistare il club, ma furono la musica, Maine Road e un gol al 95′ a impedirgli di scomparire nell’abisso.
C’è stato un tempo in cui comprare il Manchester City non significava entrare nell’aristocrazia del calcio mondiale.
Non c’erano Guardiola, Haaland, il centro sportivo avveniristico e le notti di Champions League. Non esisteva nemmeno l’Etihad Stadium. C’erano Maine Road, i debiti, una società instabile e una squadra capace di cambiare allenatori con la stessa velocità con cui gli Oasis conquistavano le classifiche.
A metà degli anni Novanta Noel Gallagher ebbe una delle sue idee a metà strada tra la provocazione, la battuta e il desiderio autentico.
“Spero che il Manchester City retroceda in terza divisione, così potrò comprarlo per circa un milione di sterline”.
Lo disse nel 1995, quando gli Oasis stavano diventando la band più importante del Regno Unito e il City cominciava una discesa apparentemente inarrestabile. Sembrava soltanto una frase da pub pronunciata da un tifoso esasperato.
Tre anni più tardi si trasformò in una profezia.
Il Manchester City finì davvero in terza serie. Noel, però, non lo comprò.
Eppure, mentre lo United dominava il calcio e i Citizens sprofondavano verso il punto più basso della propria storia, furono proprio gli Oasis a conservare nel mondo l’orgoglio, l’immagine e l’identità popolare del club.
GLI OASIS CONQUISTAVANO IL MONDO, IL CITY PERDEVA MANCHESTER
Nel 1995 Definitely Maybe aveva già dato una voce a una generazione. (What’s the Story) Morning Glory? stava per trasformare Noel e Liam Gallagher nei nuovi simboli della musica britannica.
Gli Oasis riempivano le prime pagine, dominavano le classifiche e preparavano concerti destinati a entrare nella storia. Il Manchester City rappresentava quasi l’esatto contrario.
Mentre Noel scriveva canzoni che avrebbero riempito gli stadi per decenni, la sua squadra cercava disperatamente di non abbandonare quelli della Premier League. Mentre Liam affrontava il mondo con il mento rivolto verso l’alto, i tifosi del City erano costretti ad abbassare lo sguardo davanti ai successi del Manchester United.
La distanza tra le due sponde della città era diventata brutale.
A Old Trafford giocavano Eric Cantona, David Beckham, Ryan Giggs, Paul Scholes, Roy Keane e Peter Schmeichel. Sir Alex Ferguson stava costruendo una delle più grandi dinastie del calcio europeo.
A Maine Road si susseguivano allenatori, dirigenti, promesse e progetti falliti. Steve Coppell rimase in carica appena 33 giorni, travolto da una pressione diventata insostenibile. In meno di due anni il City cambiò cinque tecnici, senza riuscire a fermare la propria caduta.
In quel contesto, la sparata di Noel non sembrava neppure completamente assurda. Il milione di sterline era una cifra volutamente provocatoria, ma raccontava meglio di qualsiasi bilancio quanto si fosse ridimensionato il valore percepito del club.
Gallagher conosceva però abbastanza bene il calcio da comprendere la differenza tra sognare di possedere la propria squadra e doverne pagare i debiti. Acquistare il City non avrebbe significato soltanto firmare un assegno: avrebbe voluto dire ereditare il caos di una società e la rabbia di migliaia di tifosi.
Lo avrebbe riassunto anni più tardi con una delle sue immagini più efficaci: non aveva lavorato duramente per tutta la vita per ritrovarsi le finestre di casa prese a sassate dopo uno 0-0 contro lo York City.
MAINE ROAD, LE DUE NOTTI IN CUI IL CITY TORNO’ PADRONE DELLA CITTA’
Il 27 e il 28 aprile 1996 accadde qualcosa che nessun risultato di campionato avrebbe potuto spiegare.
Gli Oasis scelsero di suonare a Maine Road, lo stadio nel quale Noel e Liam erano cresciuti da tifosi. Non cercarono un luogo neutro né una cornice più elegante per l’industria musicale. Vollero esibirsi nella casa del Manchester City, in mezzo alle tribune, ai ricordi e alle delusioni della loro gente.
In quelle due notti, la squadra più fragile di Manchester possedette la band più grande del mondo.
Sul palco c’erano la chitarra con la Union Jack, la voce di Liam e canzoni che sembravano già appartenere alla storia. Sugli spalti comparivano ovunque le maglie celesti di un club incapace di offrire soddisfazioni sul terreno di gioco.
Per qualche ora Maine Road non fu più il simbolo della crisi. Divenne il centro della cultura britannica.
Gli Oasis restituirono al City la centralità che il calcio gli aveva tolto. Mostrarono che quella maglia poteva rappresentare qualcosa di più importante di una classifica: Manchester, la working class, la fedeltà alle proprie origini e il rifiuto di abbandonare una squadra soltanto perché perdeva.
Il contrasto con ciò che avvenne pochi giorni dopo fu spietato. Il 5 maggio 1996, pareggiando contro il Liverpool, il City retrocesse dalla Premier League.
Gli Oasis avevano appena conquistato Maine Road davanti al mondo. La squadra lo abbandonava da sconfitta e retrocessa in Championship.

LA MAGLIA DEL CITY DIVENTA UN SIMBOLO DEL BRITPOP
Negli anni più difficili della società, Noel e Liam svolsero inconsapevolmente una funzione che oggi richiederebbe una costosissima campagna internazionale: resero il Manchester City riconoscibile anche lontano dal calcio.
Nel 1994 il fotografo Kevin Cummins li immortalò con le maglie celesti nei pressi di Maine Road. Quelle immagini contribuirono a inserire la divisa del City nell’estetica del Britpop, accanto agli anorak, alle Adidas, alle pettinature e all’atteggiamento provocatorio della Manchester popolare.
La maglia, prodotta all’epoca da Umbro, non comunicava vittorie. Comunicava appartenenza.
In molte parti del mondo alcuni ragazzi conobbero il Manchester City attraverso gli Oasis prima ancora di vederlo giocare. La squadra perdeva terreno sul campo, ma ne guadagnava nell’immaginario collettivo.
Il paradosso era perfetto. Lo United possedeva i campioni, i trofei e il potere. Il City aveva due fratelli di Burnage capaci di salire sui palchi più importanti del pianeta senza nascondere la propria fede calcistica.
Quando a Knebworth qualcuno urlò dalla folla che il City faceva schifo, Noel non cercò di negare l’evidenza. Rispose rivendicando che il club aveva comunque i tifosi più belli del mondo.
Era questo lo spirito. Essere del City non significava poter affermare di essere i migliori. Significava continuare a esserci quando non esisteva alcun motivo razionale per farlo.

1998, LA PROFEZIA DI NOEL DIVENTO’ REALTA’
La retrocessione del 1996 non rappresentò il punto più basso. Era soltanto l’inizio.
Due anni più tardi il Manchester City arrivò all’ultima giornata della seconda divisione inglese sapendo di non essere più padrone del proprio destino. Il 3 maggio 1998 affrontò lo Stoke City: doveva vincere e sperare nei risultati favorevoli provenienti dagli altri campi.
Il City segnò cinque volte e chiuse la partita sul 5-2. In condizioni normali sarebbe stata una giornata da celebrare. Quella volta ogni gol servì soltanto a rendere più assurdo il finale.
Portsmouth e Port Vale vinsero le rispettive partite. Il risultato di Stoke non bastò.
Per la prima e unica volta nella propria storia, il Manchester City retrocesse nel terzo livello del calcio inglese, la Second Division dell’epoca e l’equivalente dell’attuale League One.
Non era un campionato dilettantistico, come viene talvolta raccontato per accentuare il disastro. Era una categoria professionistica. Ma per una società con la storia, il pubblico e le dimensioni del City rappresentava comunque un abisso.
Mentre lo United di Ferguson lottava ai vertici della Premier League e preparava la squadra che avrebbe conquistato il Treble nel 1999, i Citizens si apprestavano ad affrontare Macclesfield Town, Wycombe Wanderers, Colchester, Walsall e York City.
La vecchia battuta di Noel tornò inevitabilmente a circolare. La terza divisione era arrivata. Il prezzo da saldo, almeno nell’immaginario popolare, anche.
Mancava soltanto l’acquirente.
YORK AWAY: IL VERO PUNTO PIU’ BASSO DEL MANCHESTER CITY
La retrocessione certificò il fallimento, ma il fondo sportivo e psicologico fu raggiunto nei mesi successivi.
Il blasone non rendeva semplice la risalita. Ogni avversaria affrontava il City come se stesse disputando una finale. Gli stadi più piccoli si riempivano per l’arrivo della grande decaduta e i settori ospiti faticavano a contenere una tifoseria abituata ad altri palcoscenici.
Le sconfitte contro Lincoln City e Wycombe Wanderers mostrarono quanto quella categoria potesse essere ostile. Poi arrivò il 19 dicembre 1998.
Lo York City sconfisse il Manchester City per 2-1 a Bootham Crescent. Al termine di quella giornata, la squadra di Joe Royle occupava il dodicesimo posto della terza serie.
Ancora oggi, tra i tifosi più anziani, l’espressione “York away” indica il punto più basso della storia del club. Il giorno in cui non sembrò più sufficiente domandarsi quando il City sarebbe tornato grande. Bisognava chiedersi se avrebbe mai ricominciato a risalire.
La situazione finanziaria rendeva tutto ancora più inquietante. La società era appesantita da una rosa sovradimensionata, contratti onerosi, continue indiscrezioni su possibili acquirenti e timori concreti per il proprio futuro.
Joe Royle non doveva soltanto allenare una squadra. Doveva ridarle una struttura, liberarla dagli esuberi e convincere giocatori e ambiente che il Manchester City non fosse definitivamente finito.
Paradossalmente, la sconfitta di York rappresentò anche l’inizio della reazione.
DAL FANGO DELLA TERZA SERIE AL VECCHIO WEMBLEY
Dopo quella notte il City cambiò passo. Rimase imbattuto nelle dodici partite successive e costruì una rimonta che gli permise di chiudere il campionato al terzo posto.
La promozione diretta sfumò, costringendo la squadra a passare dai playoff. Superato il Wigan Athletic in semifinale, rimaneva un ultimo avversario: il Gillingham.
La finale venne disputata il 30 maggio 1999 a Wembley.
Quattro giorni prima, a Barcellona, il Manchester United aveva battuto il Bayern Monaco con due gol nel recupero, completando il Treble dopo i successi in Premier League e FA Cup.
Il divario tra le due squadre di Manchester aveva raggiunto proporzioni quasi irreali. Lo United era campione d’Europa. Il City si giocava agli spareggi il ritorno in seconda divisione.
Una città, due universi.
Per oltre ottanta minuti la finale contro il Gillingham rimase bloccata. Poi Carl Asaba portò in vantaggio la formazione del Kent. All’87’ Robert Taylor segnò il 2-0.
Sembrava finita.
Alcuni sostenitori del City lasciarono Wembley in lacrime, incapaci di assistere alla festa degli avversari. Davanti alla squadra si apriva la prospettiva di un’altra stagione nel terzo livello, con conseguenze sportive ed economiche impossibili da prevedere.
Il club non era matematicamente condannato a sparire. Sostenere che avrebbe sicuramente dichiarato fallimento sarebbe scorretto. In quel momento, però, nessuno poteva sapere dove si sarebbe fermata la caduta.
I CINQUE MINUTI CHE CAMBIARONO LA STORIA DEL CITY
Al 90′ Kevin Horlock raccolse un pallone vagante e accorciò le distanze.
Sembrava il classico gol della consolazione, arrivato troppo tardi per cambiare la storia. L’arbitro Mark Halsey aveva però concesso cinque minuti di recupero.
Il City si gettò in avanti un’ultima volta. Il pallone arrivò a Paul Dickov, attaccante scozzese cresciuto nell’Arsenal e diventato uno dei simboli di quella squadra operaia.
Dickov controllò e fece partire un destro violentissimo sotto la traversa.
Era il 95′.
Wembley esplose. I tifosi rimasti sugli spalti furono travolti da un’esultanza quasi isterica. Chi aveva già lasciato lo stadio udì il boato dalle strade circostanti e tentò disperatamente di capire cosa fosse accaduto.
Una coincidenza rese quel gol ancora più incredibile: il portiere del Gillingham, Vince Bartram, era uno degli amici più stretti di Dickov. Erano stati testimoni l’uno al matrimonio dell’altro. Il tiro che salvò il City colpì proprio l’uomo che conosceva meglio il suo autore.
Dopo i supplementari senza reti, la promozione venne decisa ai rigori. Il ventenne Nicky Weaver respinse due conclusioni e, una volta terminata la serie, cominciò a correre per il campo inseguito dai compagni.
Non fu un’esultanza elegante. Fu l’esplosione disordinata di una squadra che si era creduta morta pochi minuti prima.
Per molti tifosi storici, il gol di Dickov possiede un valore paragonabile persino a quello realizzato da Sergio Agüero contro il Queens Park Rangers nel 2012.
Agüero rese il City di Roberto Mancini campione d’Inghilterra dopo 44 anni. Dickov gli permise di iniziare a risalire dall’abisso.
Senza quel pareggio non possiamo sapere che cosa sarebbe successo. Non è possibile affermare che il club sarebbe fallito o che gli investitori di Abu Dhabi avrebbero certamente scelto un’altra società.
Una cosa, però, è incontestabile: Wembley 1999 cambiò la traiettoria del Manchester City. Fermò la caduta, restituì fiducia all’ambiente e aprì la strada alla seconda promozione consecutiva, quella che nel 2000 riportò i Citizens in Premier League.
Se la retrocessione del 1998 aveva realizzato la profezia di Noel Gallagher, il gol di Paul Dickov impedì che diventasse una condanna.
NOEL GALLAGHER PROVO’ DAVVERO A COMPRARE IL CITY?
Nel 1998 non esistette un’offerta concreta presentata da Noel o dagli Oasis. La vecchia dichiarazione sul milione tornò d’attualità perché il club era finito esattamente nella categoria indicata tre anni prima, ma rimase una provocazione.
La possibilità tornò a circolare in forma più credibile nel giugno del 2007.
Il City attraversava un’altra fase di difficoltà economica e societaria. Gallagher parlò pubblicamente dell’eventualità di partecipare all’acquisto insieme a una cordata di investitori, spiegando quanto la situazione fosse diventata frustrante per i sostenitori.
Anche quell’ipotesi non si trasformò in un’offerta vincente.
La società passò prima nelle mani di Thaksin Shinawatra e, nel 2008, venne acquistata dall’Abu Dhabi United Group. Da quel momento la sua storia cambiò radicalmente: arrivarono gli investimenti, i grandi giocatori, i titoli inglesi e infine il punto più alto con la conquista della Champions League a Istanbul contro l’Inter.
Noel poté continuare a ricoprire il ruolo probabilmente più adatto alla sua personalità: non il proprietario obbligato a difendere bilanci, allenatori e scelte di mercato, ma il tifoso illustre libero di festeggiare, protestare e prendere in giro gli avversari.

GLI OASIS NON COMPRARONO IL CITY: GLI IMPEDIRONO DI DIVENTARE IRRILEVANTE
La storia più importante non riguarda quindi una rockstar che avrebbe potuto acquistare una squadra di calcio per un milione di sterline.
Riguarda ciò che Noel e Liam fecero senza diventare proprietari.
Negli anni in cui il Manchester City collezionava retrocessioni, affrontava trasferte in terza serie e viveva all’ombra dello United, gli Oasis continuarono a esibire quella maglia davanti al mondo. Suonarono a Maine Road, parlarono del club nelle interviste e trasformarono una fede apparentemente perdente in un simbolo culturale.
Non salvarono i conti della società. Salvarono il suo orgoglio.
Nel 2024 il cerchio si è chiuso con la maglia speciale Definitely City, disegnata con la collaborazione di Noel e ispirata alla copertina di Definitely Maybe. Negli anni Novanta erano stati gli Oasis a portare il City dentro la cultura popolare; trent’anni dopo è stato il City vincente a celebrare ufficialmente l’estetica della band.
Liam Gallagher ha sintetizzato il capovolgimento con una delle sue battute migliori: quando gli Oasis andavano alla grande, il City faceva schifo; quando gli Oasis si sono sciolti, il City ha cominciato a vincere.
Per comprendere davvero il legame tra queste due storie, però, bisogna tornare al 1998. Allo York City, alle trasferte in terza divisione, ai tifosi che uscivano da Wembley in lacrime e al destro di Paul Dickov al 95′.
Prima dei miliardi, dei trofei e di Guardiola, essere del Manchester City significava soprattutto questo: restare quando sembrava non esserci più nulla da salvare.
Noel Gallagher non comprò mai il club per un milione di sterline.
Ma negli anni in cui il City non riusciva più a vincere Manchester, gli Oasis gli regalarono qualcosa che nessun proprietario avrebbe potuto acquistare: un’identità capace di sopravvivere persino all’inferno.
Oggi, invece, è lo United a soffrire a Manchester e la città ha cambiato padrone.
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