“Don’t Look Back In Anger” non racconta soltanto il trionfale tour della reunion. Nel viaggio di Liam e Noel Gallagher c’è una storia di fratellanza, appartenenza e riconciliazione, capace di parlare anche a chi nel 1996 non era ancora nato.
La prima sorpresa non arriva dallo schermo, ma dalla sala cinematografica. Tra il pubblico ci sono tanti giovani che nel 1996, quando Don’t Look Back In Anger diventava uno degli inni di una generazione, non erano ancora nati. Alcuni non hanno mai conosciuto gli Oasis come una band realmente esistente: per loro Liam e Noel Gallagher appartenevano già alla storia, ai racconti dei genitori, ai dischi ascoltati in casa e ai video recuperati molti anni dopo.
Eppure sono lì.
Cantano canzoni scritte trent’anni prima, conoscono i ritornelli e avvertono l’importanza di un ritorno che, anagraficamente, non dovrebbe neppure appartenergli. È probabilmente questa la misura più autentica della grandezza degli Oasis. La loro musica non è rimasta prigioniera degli anni Novanta e non è diventata un semplice oggetto di nostalgia. Ha lasciato un segno nella mia generazione e quella generazione, spesso senza neppure rendersene conto, lo ha trasmesso ai propri figli.
Le mode hanno una data di scadenza. Le grandi canzoni, invece, continuano a cercare nuove persone.
MOLTO PIU’ DI UNA REUNION
Oasis: Don’t Look Back In Anger racconta il trionfale “Oasis Live ’25”, il tour che ha riportato Liam e Noel sullo stesso palco dopo sedici anni. Ma considerarlo soltanto un documentario musicale significherebbe fermarsi alla superficie.
Dentro il film ci sono la fratellanza ritrovata, un viaggio attraverso i continenti e migliaia di persone provenienti da culture e realtà sociali differenti. Cambiano le città, i volti e le lingue, ma non cambia il modo in cui il pubblico reagisce quando partono le prime note.
Per qualche ora le differenze perdono importanza. Persone che non condividono nazionalità, religione, orientamento politico o condizione economica finiscono per cantare le stesse parole, abbracciarsi e riconoscersi nello sconosciuto che hanno accanto.
È il contrario del mondo che ci viene raccontato ogni giorno.
Viviamo in un tempo nel quale tutto sembra costruito per separarci. La politica ha bisogno di schieramenti permanentemente in guerra, le religioni vengono utilizzate per tracciare confini, i grandi interessi economici alimentano le disuguaglianze e una parte dei media trasforma ogni argomento in uno scontro. Siamo continuamente invitati a scegliere un nemico, spesso prima ancora di avere compreso il problema.
Il pubblico degli Oasis offre un’immagine diversa. Dimostra che le persone conservano sentimenti umani e hanno ancora bisogno di condividerli. Perché non si può essere davvero umani fuori dall’umanità. Abbiamo bisogno degli altri, anche quando qualcuno prova a convincerci del contrario.
GLI OASIS NON APPARTENGONO A UNA PARTE
Il documentario mostra quanto sia sbagliato rinchiudere gli Oasis dentro un recinto ideologico. Non sono una band di destra e la loro musica non appartiene a uno schieramento politico. Il loro pubblico è troppo vasto, popolare e trasversale per essere ridotto a un’etichetta.
Il viaggio attraversa Paesi e continenti, mostrando persone di ogni provenienza unite dallo stesso sentimento. Gli Oasis parlano a chi ha conosciuto la rabbia, il riscatto, la solitudine, l’amicizia, la caduta e la voglia di rialzarsi. Sono esperienze umane, non proprietà di una parte politica.
In Italia, con l’eccezione delle riviste specializzate, una parte della critica non li ha mai compresi fino in fondo. Forse perché da noi si preferisce classificare un artista prima ancora di ascoltarlo. Accade puntualmente durante il Festival di Sanremo, quando i media sembrano prendersi a cazzotti per stabilire chi sia di destra e chi di sinistra, trasformando perfino una canzone in una dichiarazione di appartenenza.
Gli Oasis sfuggono a questa logica. Sono contraddittori, imperfetti, popolari e universali. Proprio come il pubblico che li segue.
SEDICI ANNI DOPO, DUE FRATELLI
Uno dei momenti più emozionanti del film è il primo incontro tra Liam e Noel dopo una separazione durata sedici anni. Non servono discorsi solenni. Bastano gli sguardi, la tensione e tutto ciò che rimane sospeso tra due fratelli che si sono feriti pubblicamente per molto tempo.
In quella scena non si ritrovano soltanto due musicisti. Si incontrano due uomini diventati più grandi dentro un mondo profondamente cambiato.
Durante la loro lontananza abbiamo attraversato una pandemia, nuove guerre, crisi economiche e disuguaglianze sempre più profonde, mentre ricchezza e potere si concentravano nelle mani di pochi. Per molti la crescita è rimasta una promessa; per altri l’incertezza è diventata una condizione quotidiana.
In mezzo a tutto questo, Liam e Noel hanno scoperto che forse non valeva più la pena continuare a odiarsi.
È qui che il titolo assume un significato più grande della canzone: non guardare indietro con rabbia. Non significa cancellare il passato o fingere che le ferite non siano mai esistite. Significa scegliere di non restarne prigionieri.
Vale per i fratelli Gallagher. Vale per i loro fan. Forse vale anche per tutti noi.

UNA STORIA DI PACE SENZA PREDICHE
Il documentario riesce a parlare di pace senza trasformarsi in un comizio. Lo fa mostrando quanto appaiano assurde le guerre decise dai potenti quando vengono osservate dalla prospettiva della gente comune. Quelli che mandano il mondo a combattere raramente finiscono sotto le bombe. A pagare sono persone che, incontrandosi in uno stadio o davanti a un palco, probabilmente scoprirebbero di avere molte più cose in comune di quanto sia stato fatto loro credere.
Un concerto non può fermare una guerra e una canzone non può eliminare la povertà. Possono però ricordarci qualcosa che rischiamo di dimenticare: la maggioranza delle persone non desidera odiare. Vuole vivere, amare, crescere i propri figli, sentirsi compresa e concedersi almeno una sera senza paura.
La gente ama gli Oasis anche per questo. Le loro canzoni permettono di vivere alcune ore senza pensieri, ma senza risultare vuote. Dentro quei ritornelli c’è una forma di liberazione collettiva. Non risolvono la vita, ma restituiscono per un momento la sensazione che possa essere affrontata.
COME SEGUIRE UN CLUB INGLESE
Assistere a un concerto degli Oasis assomiglia molto al seguire una squadra di calcio inglese. C’è lo stesso clima, lo stesso senso di appartenenza, la stessa capacità di trasformare una folla in una comunità.
Ci sono le maglie, le sciarpe, i cori che cominciano prima dell’ingresso dei protagonisti e sconosciuti che cantano fianco a fianco come se occupassero da sempre lo stesso settore. Alcune canzoni vengono vissute come gli inni di un club: non si ascoltano, si cantano insieme.
È una liturgia popolare. Il palco prende il posto del campo e la band quello della squadra, ma il sentimento è il medesimo. Non si acquista soltanto un biglietto per assistere a uno spettacolo: si entra, per una notte, dentro qualcosa di più grande.
Gli Oasis, tifosissimi del Manchester City, hanno compreso meglio di molti altri gruppi il rapporto tra musica, identità popolare e cultura britannica. Non osservano la folla dall’alto. Sembrano provenire ancora dallo stesso luogo emotivo del loro pubblico.

SEPARATI SONO GRANDI, INSIEME DIVENTANO GLI OASIS
Negli anni della separazione Liam e Noel Gallagher hanno pubblicato diversi album da solisti, alcuni dei quali molto belli. Hanno dimostrato di poter vivere artisticamente anche lontani l’uno dall’altro. Ma il film conferma una verità difficile da spiegare soltanto attraverso la tecnica: insieme producono qualcosa che non esiste nelle rispettive carriere individuali.
Insieme sono una bomba.
La voce di Liam, le canzoni e la chitarra di Noel, le loro personalità incompatibili e proprio per questo complementari generano una tensione irripetibile. Il sound dal vivo è ancora intatto: potente, ruvido e immediatamente riconoscibile. Non tenta di inseguire il presente e non ha bisogno di modernizzarsi per sembrare attuale. È ancora il suono degli Oasis, e nessun altro gruppo suona davvero così.
Fondamentale è anche il ritorno di Paul “Bonehead” Arthurs. La sua presenza non rappresenta soltanto un richiamo affettivo alla formazione originale. La sua chitarra contribuisce a ricreare quel muro sonoro compatto e quasi fisico che caratterizzava gli Oasis dei primi tempi. Bonehead non è un elemento decorativo della reunion: è parte della sua identità musicale.
ANDATE AL CINEMA
Non vi annoierò con la solita playlist dei brani indispensabili, con la classifica delle canzoni migliori o con il tentativo di stabilire quale esibizione meriti il primo posto.
Il consiglio è molto più semplice: andate al cinema e divertitevi.
Ascoltate quella musica nel modo in cui merita di essere ascoltata. Guardate i volti dei ragazzi che nel 1996 non erano ancora nati, quelli degli adulti che ricordano dove si trovavano quando sentirono per la prima volta quelle canzoni e quelli di due fratelli che hanno finalmente deciso di deporre le armi.
Poi osservate anche le persone sedute accanto a voi.
Potreste scoprire che Don’t Look Back In Anger non racconta soltanto il ritorno degli Oasis. Racconta il bisogno di una società stanca delle divisioni di ritrovarsi, almeno per la durata di una canzone.
Il mondo continua a costruire nemici. Gli Oasis, trent’anni dopo, riescono ancora a costruire un coro.
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