La nazionale di basket della Jugoslavia con l’oro di Eurobasket 1991, poco prima della dissoluzione del Paese

The Lost Dream Team: la vittoria surreale della Jugoslavia mentre il Paese si disgregava

Un gruppo di fenomeni cresciuti come una famiglia, dominatori d’Europa e del mondo, travolti dalla guerra proprio mentre sognavano l’Olimpiade di Barcellona ’92 e la sfida impossibile agli Stati Uniti.

C’è stato un momento, all’inizio degli anni Novanta, in cui il basket mondiale ha avuto un bivio davanti agli occhi. Da una parte il futuro, patinato e globale, del Dream Team USA di Barcellona ’92. Dall’altra una squadra che il futuro non avrebbe mai potuto giocarlo, perché il presente le stava crollando addosso. The Lost Dream Team racconta esattamente quel punto di rottura: l’ultima Nazionale della Jugoslavia unita, capace di vincere EuroBasket 1991, ospitato in Italia, mentre il Paese che rappresentava stava già smettendo di esistere.

Per chi era ragazzo nel 1991, quell’estate ha un colore preciso. Io la ricordo mentre preparavo gli esami, con la radio accesa, le cassette che giravano sempre uguali, e l’eco ancora fortissima di Mondiali di Italia 1990. Ero cresciuto con l’idea che lo sport fosse una parentesi felice, un linguaggio comune. Non capivo – e forse non capisco ancora – perché tutto potesse rompersi così in fretta.

E mentre vivevo quell’estate con l’ingenuità tipica di chi sta ancora crescendo, anche la Jugoslavia sembrava attraversare una stagione d’oro che andava oltre il basket. Nel calcio dominava con la Nazionale e con i club: la Stella Rossa aveva appena vinto la Coppa dei Campioni con il Marsiglia, imponendosi come una potenza europea organizzata, tecnica, moderna e con soli ragazzi cresciuti nel Paese. Da fuori, tutto dava l’idea di un sistema solido, vincente, quasi invidiabile.

C’erano le radio private che trasmettevano sempre gli stessi pezzi, le cassette riavvolte con la penna, i primi jeans larghi, le magliette coloratissime oversize, un Paese che si muoveva tra leggerezza e spensieratezza senza interrogarsi troppo sul domani. Giugno 1991 aveva il suono della musica che girava ovunque e il ritmo lento di un’estate che sembrava non dover finire mai. Dalle radio passavano “Quattro Amici” di Gino Paoli, una clamorosa Rapput (Claudio Bisio con Rocco Tanica), Sadeness (Enigma) Losing My Religion (R.E.M). Era un sottofondo continuo che accompagnava pomeriggi infiniti e serate che iniziavano senza un vero programma. Tutto sembrava stabile, ripetibile, destinato a durare più a lungo di quanto avrebbe fatto davvero.

Ed è forse per questo che ciò che stava accadendo dall’altra parte dell’Adriatico mi risultava così difficile da comprendere. Per me lo sport era ancora un rifugio, una lingua comune capace di unire tutto e tutti. Non riuscivo a immaginare che proprio mentre una squadra vinceva, un Paese intero stesse già andando in pezzi. E tutto a pochi passi da me.

Tra il 1988 e il 1991 quella generazione vinse tutto: due Europei, un Mondiale, un argento olimpico con una squadra giovanissima. Nomi che ancora adesso fanno rumore: Dražen Petrović, Toni Kukoč, Predrag Danilović, Saša Đorđević, Vlade Divac, Dino Rađa, Jure Zdovc, Žarko Paspalj. Cresciuti come una famiglia, allenati per pensare prima al gioco e poi all’ego, in un equilibrio tecnico e fisico che nessuna nazionale non americana ha mai più avuto.

Gli Europei del 1991 a Roma sono il cuore emotivo del documentario. Una vittoria limpida sul parquet e una tragedia fuori dal campo. Petrović, la stella tanto attesa, non c’è: “Non difenderò la bandiera di una nazione che butta giù le nostre case”. Zdovc se ne va prima della semifinale con la Francia per non essere marchiato come traditore in Slovenia. I croati restano, sotto pressioni enormi, con famiglie che non sono più al sicuro. Eppure vincono l’oro, battendo l’Italia di Ferdinando Gentile in una finale che oggi appare quasi surreale.

In campo sembrano muoversi per inerzia, come se il basket fosse l’unico linguaggio rimasto intatto, l’ultimo spazio neutro in cui rifugiarsi. Giocano con una lucidità impressionante, con automatismi costruiti in anni di lavoro comune, mentre fuori dal parquet tutto è già confuso, fragile, instabile. È come se per quaranta minuti riuscissero a sospendere la realtà, a rimandare l’inevitabile. Poi la sirena suona, l’oro è al collo, e ciò che sta accadendo nel loro Paese torna a farsi sentire, più forte di prima.

Una delle immagini più potenti è quella della premiazione al PalaEur. L’inno Hej, Slaveni parte, ma lo cantano in pochi. Gli sguardi sono bassi, tesi. La paura è palpabile. Settantadue ore dopo, la Jugoslavia non esisterà più. Quella foto, con l’oro al collo e la bandiera già svuotata di senso, è la sintesi di tutto.

Non ci sarà nessun aeroporto gremito ad accoglierli, nessun bagno di folla come era accaduto al ritorno dall’Argentina nel 1990. Nessun ricevimento ufficiale, nessuna celebrazione. Nemmeno la sera della vittoria riuscirà a trasformarsi davvero in festa: i giocatori si ritrovano in una discoteca romana, ma l’aria è cupa, irreale, fuori tempo. Ognuno porta addosso un peso diverso. Nessuno sa quale sarà il proprio futuro, e soprattutto quello delle proprie famiglie. È una vittoria senza seguito, senza domani, consumata in silenzio mentre tutto, intorno, sta già crollando.

Il regista Jure Pavlović è intelligente nel non trasformare il racconto in una semplice celebrazione sportiva. Le interviste a Divac, Kukoč, Rađa, Đorđević, Danilović e all’allenatore Dušan Ivković vanno dritte al punto: come si continua a giocare per una squadra che porta il nome di chi, fuori, sta distruggendo la tua casa? Che senso ha una nazionale senza una nazione? Domande senza risposta, che rendono il documentario doloroso e attuale.

Certo, il confronto con il Dream Team di Barcellona 92 resta un sogno. Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird avrebbero probabilmente vinto lo stesso. Ma sudando. E il punto non è il risultato: è l’idea che quella partita non si sia mai potuta giocare perché la Storia ha deciso di entrare in campo senza chiedere il permesso.

Rivedere oggi quelle immagini, intrecciate con quelle della guerra appena iniziata, lascia un senso di tristezza profonda. Perché le ragioni di tutto questo restano, per molti di noi, incomprensibili. E perché quella pallacanestro – collettiva e allo stesso tempo piena di talento individuale – resta un modello irraggiungibile. The Lost Dream Team non racconta solo una squadra imbattibile che sognava di sfidare gli Stati Uniti. Racconta un sogno spezzato, e il momento esatto in cui abbiamo capito che nemmeno lo sport, a volte, può salvarci dalla Storia.

A proposito di Cristian La Rosa

Cristian La Rosa. Classe ’76, ama il calcio e lo sport in generale. Segue con passione il calcio internazionale e ha collaborato con alcuni web magazine. È il fondatore, ideatore ed editore.