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I Warriors e le Finals: una scalata diversa tra avversari e infortuni

Ci siamo ormai. L’ultimo atto della stagione NBA 2018/18 sta per andare in scena e a contendersi il Larry O’Brien Trophy sul palcoscenico delle Finals saranno Golden State Warriors e Toronto Raptors, un accoppiamento inedito a questi livelli.

I canadesi, approfittando dell’assenza a Est di LeBron James emigrato a LA, si sono aggrappati a Kawhi Leonard (arrivato in estate dopo uno scambio molto discusso con uno degli idoli locali DeMar DeRozan) sbarazzandosi di Magic, Sixers (in sette gare) ed infine dei Bucks del probabile MVP della regular season Giannis Antetokounmpo rimontando da 0-2.

Proseguendo dunque in questo percorso che li ha portati per la prima volta sul tetto della Eastern Conference, ora la squadra di coach Nick Nurse scenderà sul parquet potendo sfruttare il fattore campo alla Scotiabank Arena in quello che potrebbe rivelarsi un confronto storico per i nordamericani, un confronto che potrebbe condurli direttamente al primo anello della loro (recente) storia. Per riuscirci però dovranno avere la meglio sulla squadra che tutti, a inizio anno, pronosticavano come prima e indiscussa finalista e favorita per il successo finale, i Golden State Warriors.

Iguodala contro Kyle Lowry in uno dei due scontri fra Raptors e Warriors quest’anno (fonte: sporting news)

La formazione della Baia non ha deluso le attese e i pronostici dei bookmaker ma alle Finals è giunta passando per vie ed ostacoli non preventivabili a ottobre, compiendo un percorso che una volta di più ha messo in luce i cardini e la forza di un team arrivato a giocarsi lo scettro della NBA per il quinto anno consecutivo (come loro solo i Boston Celtics degli anni 60’).

Per ciò che i gialloblù si sono trovati ad affrontare negli ultimi playoff, il trionfo nella Western Conference (eliminando Clippers, i temibili Rockets e infine i Blazers) assume più di altre volte i connotati di un’impresa su cui vale la pena spendere qualche parola.

All’inizio della postseason i Warriors si sono presentati in ottime condizioni fisiche e di amalgama, col fattore campo a favore e la consueta pressione/desiderio di confermarsi ai vertici della lega. Gli infortuni in serie prima di DeMarcus Cousins contro i Clippers e poi specialmente quello di Kevin Durant nel delicato scontro contro Houston (squadra che aveva trasformato Golden State nella propria ossessione) sembravano poter improvvisamente cambiare le carte in tavola e mettere precocemente fine alla loro dinastia, rendendoli preda facile per i texani o eventualmente per chi avrebbero incontrato nel turno successivo.

DeMarcus Cousins in borghese contro i Rockets (fonte: zimbio)

Invece, smentendo ancora una volta tutto e tutti (questa ormai diventata praticamente una specialità della casa), Golden State ha tirato fuori gli artigli e in cinque gare ha dimostrato cosa è stata in grado di costruire nelle quattro annate precedenti, ovvero un sistema, una macchina di pallacanestro vincente capace di sopperire alle difficoltà individuali delle proprie star con un oleato gioco collettivo in grado di esaltare e tirare fuori il meglio da tutti gli altri componenti.

La serie contro Portland in questo senso rappresenta il più fulgido esempio. Contro Lillard e compagni alle assenze dei numeri 0 e 35 si è aggiunta anche quella di Andre Iguodala, perno difensivo e giocatore chiave della rinomata Death Lineup o “Hamptons Five” che dir si voglia. Il forfait dell’ex Denver andava a costituire certamente un’altra, l’ennesima, perdita importante per gli equilibri e la pericolosità sulle due metà campo dei californiani ma anche qui, in maniera splendida, i Warriors sono riusciti a venire a capo di una situazione complicata. Come? Pescando tra i files della propria memoria muscolare di squadra, riaffidandosi al duo Curry-Thompson in attacco, lasciando a Green il controllo emotivo del team e coinvolgendo splendidamente tutti gli altri.

Il risultato di questo processo ha portato allo sweep ai danni della compagine dell’Oregon e ha fatto girare la testa di molti: è possibile che senza tre All-Star, tre dei loro giocatori più incisivi e decisivi, i Warriors non abbiano lasciato neanche le briciole di una misera vittoria ai rivali nelle finali di conference? Possibilissimo, ma solo toccando le giuste corde dei propri giocatori e solo grazie a un sistema collaudato basato su pochi ma basilari tasselli.

Draymond Green a canestro contro i Rockets: il numero 23 nei playoff è tornato sui livelli a cui aveva abituato (fonte: zimbio)

Tutto parte dalla cultura vincente che caratterizza la franchigia, un qualcosa che è stato costruito nel tempo e reso solido dalle vittorie conquistate in successione. Fondamentale tuttavia, per far sì che questa prendesse piede tra staff e giocatori e si diffondesse poi in tutti i rami della società, è stato l’arrivo tra le proprie fila di gente che avesse vinto in carriera, che sapesse come iniziare e poi come continuare a farlo e in questo senso le esperienze maturate da Steve Kerr ai Bulls (da giocatore) e agli Spurs (da assistente, ruolo ricoperto a San Antonio anche dal suo attuale vice Mike Brown) possono definirsi assolutamente propedeutiche.

Saper come motivare, come agire sulla testa dei giocatori (oltre a come comportarsi a livello tecnico in determinate circostanze) è stato quel quid indispensabile che ha aiutato gli Warriors in più d’un occasione durante gli ultimi anni e ha permesso ai giocatori di potersi fidare ciecamente prima di chi gli impartiva gli ordini e poi soprattutto di loro stessi. Rendere solide le relazioni staff-atleti ha consentito perciò la creazione di quella solidità imprescindibile per restare calmi e venire tutti insieme a capo delle avversità che nel tempo non sono mancate in quel della California.

Steve Kerr (fonte: zimbio)

Con questa base alle spalle, nei momenti down dunque è bastato toccare, singolarmente e collettivamente, i giusti argomenti e le giuste motivazioni per riattivare energia ed agonismo in uno o più elementi e rimettere così perfettamente in asse tutto l’ambiente. A posteriori quindi forse non c’è da sorprendersi delle prestazioni realizzate dal supporting cast di Golden State nelle ultime quattro gare di playoff quando, tutti hanno saputo rispondere presente e fornire alla causa un contributo più o meno sostanziale.

Ecco, quelle performance partono dalle motivazioni, dagli stimoli individuali e dalle ambizioni di ciascun giocatore che, riversate sul parquet, hanno portato a un’incredibile unità d’intento. Contro Portland la voglia di smentire i critici di Draymond Green, il lungo cammino di Alfonzo McKinnie, la rivalsa di Jonas Jerebko dopo il taglio dei Jazz, il desiderio di confermarsi da parte di Kevon Looney, la forza di Shaun Livingston dopo l’infortunio subito anni fa sono elementi che convogliati sul campo hanno portato ogni singolo uomo chiamato in causa a dare quel qualcosa in più per far fronte all’emergenza.

Shaun Livingston schiaccia sotto gli sguardi di Tucker e Capela (fonte: zimbio)

Ai loro background e ai loro incentivi personali poi, chi più recentemente chi tempo addietro, si è aggiunta un’inesauribile fame di gloria e di vittorie, quella che porta chi ha vinto a voler vincere ancora di più e chi non ha vinto a voler trionfare la prima volta. È quella che negli anni ha appianato contrasti, litigi ed invidie mettendo tutto in secondo piano pur di stabilirsi in cima al mondo.

Lassù i Warriors ci sono arrivati per ben tre volte negli ultimi quattro anni e minacciano di salirci per un’altra volta. Con o senza alcuni dei propri big se ci riusciranno, oltre a quello che abbiamo già detto, sarà anche per l’estrema semplicità dei precetti di gioco e delle regole applicate in campo: molta transizione (innescata da un’incredibile coesione e comunicazione difensiva), il giusto numero di schemi chiamati dalla panchina e tante, tantissime letture.

Sono infatti le rapidissime interpretazioni di ciò che accade in campo e i conseguenti movimenti dei cinque uomini schierati sul terreno di gioco a fare la differenza, in attacco come in difesa. Anche questa ovviamente è una skill che viene allenata e migliorata col tempo e gli allenamenti, riproducendo assiduamente situazioni e aggiustamenti in maniera tale che tutti seguendo una traccia sappiano più o meno a memoria dove muoversi, che porzione di campo occupare, se e quando tagliare o spaziare il campo.

Stephen Curry (fonte: forbes)

È un sistema che apparentemente può sembrare quasi anarchico per la libertà nell’adoperare delle scelte in mano ai giocatori ma che in realtà di anarchico ha molto poco, dato che questo potere decisionale sottostà comunque a delle linee guida ben precise da cui partire e a un chiaro gameplan disegnato dagli allenatori che di volta in volta improntano tutta una serie di piccoli aggiustamenti per trarre e far trarre potenzialmente ai propri atleti il massimo vantaggio possibile.

In questo quadro poi brillano certamente anche le triple siderali di Steph Curry, gli isolamenti di Durant e gli 1vs1 di Klay Thompson che in effetti spesso rientrano nella categoria “forzature” ma sono quelle giocate che ispirate dalla classe possono fare la differenza e cambiare l’inerzia del match. Anche agli altri, grazie al sistema, è concesso di forzare delle soluzioni ma la storia dei Warriors insegna che per questi e per il team è più funzionale approfittare intelligentemente degli spazi aperti dai propri top player e dalle circostanze favorevoli che questi vengono a creare con le proprie invenzioni.

Alfonzo McKinnie (fonte: sfgate)

Nel caso delle seconde linee, dove non arriva il talento, sono la passione per il gioco, la dedizione, l’impegno e soprattutto gli incentivi personali di cui si diceva sopra ad entrare in gioco e a risultare, plasmati secondo input vincenti, dei fattori decisivi per imporsi nelle partite e, più in generale, per dare forza e continuità a quella che sicuramente è una dinastia che ricorderemo per parecchio tempo.

Un altro titolo potrebbe aumentare l’aurea di leggenda che già oggi gravita attorno alla franchigia della Baia la quale, a prescindere dal rientro o meno di Durant (out sicuramente in gara 1) e dal pieno recupero di Cousins e Iguodala, potrà affidarsi alla propria cultura, la propria fame e ai propri dettami per incentivare tutti i giocatori gialloblù a fornire quei contributi sulla carta impensabili, veri spartiacque nell’attribuzione o meno di un anello NBA.

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