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Il Milan ha salutato Burini, ala goleador dello scudetto 1950-51

Scomparso a 92 anni uno dei giocatori più rappresentativi del primo scudetto rossonero del dopoguerra

 

di Stefano Ravaglia

 

Palmanova, Udine, è una città particolare. E’ tutta raccolta a cerchio con una grande fortezza a forma di stella a nove punte che fu edificata alla fine del Cinquecento per proteggere il territorio nord-orientale dai saccheggi dei nemici. E’ unica nel suo genere, ma Renzo Burini, che lì era nato, non conosceva fortezze quando c’era da buttare giù le porte.

Se n’è andato il 25 ottobre, aveva compiuto 92 anni quindici giorni prima e fu uno dei simboli della rinascita del Milan del dopoguerra. Fondata nel 1899, la squadra rossonera incamerò subito tre titoli nei suoi primi otto anni di vita (1901, 1906. 1907), salvo entrare poi in un periodo di lungo buio per i decenni a venire.

Lo scoppio delle due guerre tranciò diverse edizioni del torneo, ma il Milan restò comunque senza vincere nulla fino al 1951. Da quattro anni era già in rossonero Burini, che da Palmanova dove aveva esordito si era trasferito per un pugno di ceci al Milan con una clausola: lavorare anche in una maglieria. Ve lo immaginate oggi Zaniolo che oltre a giocare nella Roma lavora in un negozio? Preistoria e romanticismo massimo. Quando divenne titolare, ovviamente, fece il calciatore a tempo pieno.

Giunto ventenne, restò in rossonero fino al 1953, titolare e uomo gol di una squadra che, condotta dall’ungherese Lajos Czeizler, riportò quel titolo a casa dopo quarantaquattro anni d’attesa. C’era quando il Milan piegò 7-1 la Juventus a Torino nel 1950, in mezzo ai tre santoni, Gren, Nordhal e Liedholm, che misero le fondamenta per il primo grande ciclo del Milan moderno che oltre a quello del 1951 vinse il titolo nel 1955, 1957 e 1959.

In quell’anno di resurrezione Burini segnò 12 reti, e ne collezionò 88 totali in 194 presenze con i rossoneri. Un quotidiano dell’epoca definì Burini “giovanile e compitissimo, un ‘civilino’ come direbbero in Toscana”.

Nel 1953 lascia i rossoneri e passa alla Lazio: un infortunio al piede insinuò nella testa del Milan che il nostro fosse finito, ma anche ai biancocelesti vivrà anni positivi. Chiuderà poi la carriera nel Cesena, nel 1962 dandosi poi alla panchina: Forlì, Pro Patria, Omegna, Monza.

In nazionale, soltanto quattro presenze, di cui tre amichevoli, in cui segna una rete al Portogallo. Poco tempo fa era stato ospitato, come di recente capita a diverse vecchie glorie del Milan, a San Siro, prima di una partita dei rossoneri, ricevendo dalle mani di Massaro la maglia numero 7 con il suo nome.

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