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Il vero sbarco NBA di Shake, il figlio del “lattaio”

Pizza, caramelle, miele, cioccolato, burrito. Il legame tra cibo (magari non proprio quello più salutare) e il mondo della pallacanestro americana è stato ed è da sempre più forte di quello che si possa pensare. Sono tanti gli aneddoti legati a giocatori, ai loro gusti particolari e alle loro tendenze culinarie ed altrettanti numerosi sono coloro che, vedendo accostati il proprio nome o cognome a quello di un particolare alimento, hanno assunto soprannomi tanto indimenticabili quanto le loro giocate.

Dal “White Chocolate” di Jason Williams, al “Butterbean” di Bob Love, dal “The leaning tower of pizza” di Charles Barkley fino al “Bean burrito” di un ancora imberbe Nick Young, sono tanti i nicknames gastronomici che hanno attraversato in tempi più o meno recenti il mondo della NBA. Quest’usanza pluridecennale però non ha colpito solo ed esclusivamente il mondo dei professionisti ma ha caratterizzato anche i livelli più bassi, dove non è e non è mai stato inusuale trovare atleti etichettati con curiosi epiteti legati al food.

Nick Young ai tempi dei Wizards quando veniva soprannominato Bean Burrito (fonte: zimbio.com)

Fra questi, annoverabile certamente nella categoria dei “bizzarri ed originali”, c’è stato anche “The Milkman”, ovverosia il lattaio, nomignolo con il quale specialmente nei suoi anni al college a Bartlesville Wesleyan, un piccolo e privato istituto cristiano nell’Oklahoma, è stato a lungo soprannominato Myron Milton. Nato a Houston nel 1968 e trasferitosi in Oklahoma per completare gli studi, Myron ha dedicato lunghi e intensi momenti della sua vita alla pallacanestro, una passione che prima lo ha portato nel tempo a ricoprire più ruoli (giocatore, allenatore e soprattutto arbitro) e con cui poi ha contagiato anche i figli, primogenito maschio compreso.

Registrato all’anagrafe con il nome di Malik il 26 settembre 1996, a costui però senza saperlo, ben prima di nascere, era già stato affibbiato un soprannome che lo avrebbe poi accompagnato per sempre negli anni a seguire e avrebbe permesso di tenere viva la nomea che simpaticamente aveva circondato il padre sui parquet collegiali: agitandosi nello stomaco della madre Lisa, un giorno Myron usò apostrofare il prossimo nascituro “piccolo Milk-shake” e da quel momento per tutti in famiglia, addirittura prima che venisse al mondo, lui è stato semplicemente “Shake”.

Malik “Shake” Milton, una volta cresciuto, ha dato profondamente seguito all’amore per il basket del padre e oggi sta lasciando le sue prime vere tracce nella National Basketball Association, un traguardo importante che Myron, seppur non fisicamente, avrà ammirato e certamente festeggiato in cielo. Dal 2012 infatti il “lattaio” ha lasciato per sempre Malik, suo fratello e le sue due sorelle, i quali allora inevitabilmente si sono stretti ancor di più attorno alla madre per superare la difficile perdita e proseguire le rispettive vite.

Un giovanissimo Milton con la canotta di Owasso (fonte: insidethehall.com)

Così nei due anni successivi alla sua scomparsa, facendo tesoro dei suoi insegnamenti (tanto dentro quanto fuori dal campo) e assieme al caloroso supporto della famiglia e al sostegno di coach Vancuren (che lo definisce come “il miglior tiratore che lui abbia allenato”), Shake riesce a distinguersi come uno dei migliori giocatori dello stato dell’Oklahoma con Owasso High School, guadagnandosi sia nel 2013/14 che nel 2014/15 il titolo statale di Gatorade Player of the Year e, soprattutto, attirando le attenzioni a livello nazionale di diversi atenei.

A SMU, l’università opzionata dal giovane fra le tante a disposizione, la sua crescita non si arresta e anno dopo anno, prima con coach Larry Brown e poi con Tim Jankovich, il numero 1 in maglia rossoblù non smette di farsi notare, migliorando costantemente le proprie cifre, mettendo in mostra un buonissimo tiro dalla distanza ed entrando per due stagioni consecutive nel secondo quintetto dell’AAC. Shake sembra definitivamente proiettato verso il primo giro al draft NBA del 2018 ma il fato si accanisce ancora una volta con particolare cinismo sulla sua vicenda del nativo di Savannah (Georgia), ponendogli di fronte due impegnativi ostacoli da superare a distanza di qualche mese l’uno dall’altro.

Shake impegnato con Smu (fonte: zimbio.com)

Prima infatti è una dolorosa frattura alla mano a mettere anzitempo fine alla sua brillante annata (18 punti di media con 4,4 assist e il 43% abbondante da tre punti) con la canotta dei Mustangs. Il figlio di Myron però non molla, decide di partecipare comunque alla lottery e di prendere parte, una volta ristabilitosi, a tutti i tradizionali workout pre-draft con le franchigie NBA interessate. Dopo poco tuttavia, durante questa delicata fase, è una frattura da stress alla schiena a farlo fermare nuovamente e costringerlo ad assistere da infortunato a un draft dove, irrimediabilmente, la sua chiamata risente dello sfortunato evento: Malik viene scelto alla fine del secondo giro con la 54^pick dai Dallas Mavericks ma subito viene girato ai Philadelphia 76ers in cambio delle scelte numero 56 e 60 e del duo Ray Spalding-Kostas Antetokounmpo.

Nella città dell’amore fraterno non perdono tempo e, consci della situazione, cinque giorni dopo avergli fatto firmare un two-way contract dichiarano che non prenderà parte alla Summer League e si dedicherà da subito al programma di riabilitazione per essere a disposizione di coach Brett Brown per l’inizio del training camp. Shake deve faticare ancora una volta ma non perde di vista l’obiettivo e si fa trovare pronto per la data richiesta trascorrendo tutta la la preseason al fianco di Joel Embiid, Ben Simmons e JJ Redick.

Shake Milton posa con la maglia dei 76ers (fonte: zimbio.com)

Aver siglato un contratto come quello da lui sottoscritto però vuol dire anche, se non soprattutto, tanta G-League ed è lì che fa il suo debutto stagionale tornando finalmente a divertirsi sul parquet. Coi Delaware Blue Coats non impiega molto a mostrare le proprie qualità e ad affermarsi non solo come uno dei migliori (se non il migliore) giocatori in squadra ma persino dell’intera lega di sviluppo. Dopo sei gare a oltre 20 punti di media, a fine novembre arriva così la prima chiamata da parte degli allenatori dei Sixers che vogliono avere qualcosa in più in uscita dalla panchina dal proprio reparto guardie.

Il 30 novembre 2018 Shake entra per la prima volta in campo in una gara ufficiale NBA nella vittoria di Philly sui Wizards siglando 5 punti in 11 minuti, un discreto esordio tra i pro’ che, sebbene non sia sufficiente per la conferma istantanea nel roster biancoblu per le gare immediatamente successive, tuttavia vale abbastanza per cominciare a fare la spola (a ritmi piuttosto serrati) fra le due formazioni a partire dalla seconda decade dicembre.

L’ex SMU però non si cura più di tanto dei numerosi e repentini spostamenti da una parte all’altra degli States perché, alla fine, sempre di basket si tratta e lui ha parecchi arretrati da riscuotere sotto questo punto di vista visti i lunghi mesi passati lontani dalle competizioni agonistiche. Alterna allora con facilità trentelli e gare da sette triple segnate coi Coats a comparsate coi Sixers i quali da gennaio, soppesati gli exploit con la squadra affiliata, non possono più davvero ignorarne il potenziale e gli concedono via via sempre più minuti e responsabilità quando decidono di portarlo con loro.

Milton a canestro durante una gara dei Delaware Coats (fonte: (delawaresportsblitz.com)

Le cose per Milton sembrano finalmente andare per il verso giusto, i sacrifici e l’attesa stanno venendo ripagati ma all’improvviso, quando il numero 18 di Delaware pare aver spiccato il volo ed esser definitivamente in grado di volare con le proprie ali verso minuti e spazi consolidati, l’ennesimo infortunio lo riporta brutalmente a dover cominciare (quasi) da zero. A saltare, nel match del 5 febbraio dei Bue Coats contro gli Austin Spurs, è il quarto metacarpo della mano destra già precedentemente infortunata, un incidente che lo costringe subito all’operazione chirurgica e a più di un mese di stop.

Milton, nonostante la situazione, affronta questo nuovo intoppo con calma e senza perdere la pazienza: gliel’ha insegnato papà Myron. È conscio della propria forza e delle proprie possibilità, sa cosa fare in campo (“il gioco gli viene naturale” come diceva coach Vancuren) e infatti, dal rientro in maglia Delaware l’8 marzo, chiude il mese conclusivo in G-League a 27 punti, 4,6 assist di media tirando con oltre il 50% dal campo e il 39% da tre punti, risultando complessivamente il secondo miglior realizzatore dell’intera lega di sviluppo con 24,9 punti.

Shake Milton in panchina di fianco a Jimmy Butler, suo “tutor” a Philadelphia (fonte: philly.com)

Terminate le fatiche coi Coats, Philadelphia allora non si fa scrupoli nel chiamarlo e aggregarlo subito al proprio roster per tutto il finale di stagione. La mossa ha chiaramente lo scopo di far riposare e recuperare dagli infortuni alcuni dei titolari in vista dei playoff ma a Shake non interessa e, ogni volta che coach Brown lo chiama in causa, prova a ripagare la fiducia datagli dal suo allenatore cercando di mettere in campo la stessa aggressività e le stesse qualità (versatilità e affidabilità nel tiro pesante su tutte) che ne hanno fatto un protagonista in G-League. In allenamento poi non smette di lavorare duro, cosa che viene apprezzata e giustamente riconosciuta anche dai compagni e, in particolare, da Jimmy Butler: con l’ex Bulls e Twolves (il primo a fargli sentire la propria vicinanza dopo il secondo infortunio alla mano), Shake instaura un rapporto molto forte, quasi fraterno, finendo sotto la sua ala protettiva e ricevendo da lui, a seconda delle situazioni, i complimenti o i rimproveri del caso.

Entrambi però sono fondamentali per apporre altri tasselli nel proprio percorso di crescita e in questo modo per Milton al rientro in divisa 76ers, nella recente sconfitta contro i Magic, arriva di conseguenza anche il proprio career high in NBA (13 punti con 6/8 dal campo), una prestazione al termine della quale riceve parole miele da parte del suo head coach (“Ha colto quello che la partita gli ha dato, giocando con una facilità, una tranquillità e una fluidità che lo hanno fatto sembrare molto sotto controllo. Il fatto poi che sappia tirare è un valore aggiunto”) e inizia a sollevare alcuni interrogativi nell’ambiente attorno a Philadelphia sul fatto che possa essere lui, l’anno prossimo, la più efficace ed economica soluzione per allungare le rotazioni e aumentare la pericolosità della panchina della compagine della Pennsylvania.

Milton al tiro nella serata del proprio career high contro i Magic (fonte: libertyballers.com)

Queste speculazioni e queste analisi, assieme e più dei massimi in carriera e delle gare successive a quella di Orlando (più sottotono), sono il segno che, dopo infortuni, ricadute ed imprevisti, il figlio del “lattaio” ce l’ha fatta, è sbarcato definitivamente nella lega evidenziando inoltre un potenziale che la prossima stagione i Sixers (ma forse non solo loro) vorranno provare ad esplorare con maggior frequenza e curiosità. Per le regole vincolanti del two-way contract Shake non potrà scendere in campo nei prossimi playoff e per assaggiare la post-season dovrà aspettare almeno un’altra stagione, la 2018/19, quando verosimilmente gli verrà proposto un contratto classico, da vero giocatore NBA.

Nel frattempo Malik affronterà le ultime gare di regular season a Philadelphia con la stessa determinazione, lo stesso piglio e la stessa voglia di riscatto di uno a cui il caso ha tolto tanto e le circostanze hanno ritardato (e quasi compromesso) la realizzazione dei propri sogni, questi ultimi tuttavia realizzati (ma lontani dall’essere finiti) rivolgendo spesso il pensiero al cielo, ricordando i dettami e immaginando l’orgoglio provato lassù dal “lattaio” o, più semplicemente, dal padre di un sempre più maturo Shake Milton.

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