Dalla sicurezza in pista ai campioni senza titolo: l’autore svela cosa rende eterno un pilota
Ci sono libri che raccontano la Formula 1. E poi ci sono quelli che provano a spiegarla. Non nei numeri, non nelle statistiche, ma nella sua essenza più profonda: quella che trasforma un pilota in leggenda.
Dopo aver recensito Le leggende della Formula 1, abbiamo voluto fare un passo in più. Capire cosa c’è davvero dietro un racconto che attraversa oltre settant’anni di storia, da Fangio fino ad Antonelli. E lo abbiamo fatto parlando direttamente con l’autore, Francesco Domenighini, che ci ha restituito una visione lucida, a tratti controcorrente, ma sempre profondamente legata allo spirito più autentico di questo sport.
Nel suo libro la Formula 1 sembra quasi una mitologia moderna. Quando ha capito che non stava raccontando solo uno sport, ma qualcosa di più vicino a un racconto epico?
Diciamo che lo sport in generale è la miglior rappresentazione del senso di tenacia e di epicità e nel motorsport questo concetto cresce ancora di più. In questi casi penso che sia importante per chi narra allontanarsi quanto più possibile dai riflettori e pensare solo alla storia dei piloti, perché sono loro che scrivono la leggenda, io spero solo di avergli reso l’onore che meritano
Ha attraversato oltre settant’anni di storia, da Fangio fino ad Antonelli. Qual è stato il momento o il personaggio che più l’ha fatta riflettere sul cambiamento della Formula 1 nel tempo?
Sicuramente i piloti a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 che lottarono per la sicurezza in pista come mai nella storia. Fu talmente forte il passaggio che gran parte della stampa del tempo li ribattezzò come “Piloti latte e miele”, il che fa ridere pensare a gente come Stewart, Rindt, Ickx o Lauda come a dei piloti poco coraggiosi. Proprio questo modo di vedere i piloti solo come dei viziati, portò ancora a un decennio ricco di incidenti fatali, anche se comunque inferiore rispetto agli anni ’50’ e ’60, poi con la morte di Villeneuve la situazione è ben cambiata, però la scintilla e la lotta iniziò nel decennio precedente e penso che sia la più importante rivoluzione di sempre.
Nel libro dà spazio anche ai “quasi campioni”. Quanto conta, secondo lei, nella costruzione della leggenda, il fatto di non aver mai vinto davvero?
Un conto è l’albo d’oro e un conto solo le emozioni e la qualità espressa dai piloti in pista. Naturalmente non si può prescindere dai campioni, ma non basta solo il titolo per fare il campione. Non credo che gente come Gilles Villeneuve o Ronnie Peterson, per citarne due, abbia emozionato di meno o valesse di meno rispetto a chi ha effettivamente vinto un Mondiale, per questo era giusto secondo me posizionarli all’interno delle leggende
La Formula 1 moderna è spesso criticata per essere meno “umana” rispetto al passato. Scrivendo questo libro, ha avuto la sensazione che si sia perso qualcosa oppure è solo cambiato il modo di raccontarla?
È il più semplice gioco del “una volta era tutto più bello”. Già negli anni ’50 c’erano i domini monomarca, il primissimo Mondiale fu una lotta solo tra Alfa Romeo per la superiorità netta della monoposto, idem i titoli di Ascari arrivarono con una Ferrari fuori concorso per le altre. La differenza la fa poi il modo con cui il pilota vince. Nel 2023 almeno 8 piloti avrebbero vinto con la Red Bull? Penso proprio di sì, ma quanti avrebbero vinto 19 gare su 22? Probabilmente solo Verstappen, infatti Norris vince con la super macchina ma lo fa con un margine minimo su Max. La Williams del ’97 era nettamente superiore rispetto alla Ferrari e alla fine vince Jacques Villeneuve, ma Schumacher lo porta al limite fino all’ultima gara e quando ha la macchina dominante non dà spazio a una possibile lotta. I campioni vanno con le macchine migliori, lo è sempre stato, solo che i fenomeni hanno modo di far compiere quel tocco finale in più
Guardando al futuro, ha citato Kimi Antonelli come possibile simbolo della nuova generazione. Cosa deve avere oggi un pilota per diventare una leggenda in un’epoca così diversa rispetto al passato?
Come ho detto prima, cambia il regolamento ma non cambia l’automobilismo. Per essere nella leggenda serve vincere in pista, emozionare con sorpassi e saper gestire le varie fasi della gara, sapendo quando rallentare e quando spingere. Spesso ci perdiamo in discorsoni filosofici ma che in realtà fanno solo parte o della malinconia per un passato mai vissuto o per la malinconia di una gioventù andata. Ciò che non cambia è il coraggio dei piloti e l’amore per le corse dei tifosi.
Conclusioni
C’è una linea sottile che attraversa tutte le risposte di Domenighini, ed è quella che separa la nostalgia dalla realtà. La Formula 1 cambia, si evolve, si trasforma insieme al mondo. Ma ciò che resta è il cuore del racconto: uomini che spingono oltre il limite, pubblico che si emoziona, storie che resistono al tempo.
Ed è forse proprio questo il punto più interessante emerso da questa intervista: le leggende non appartengono a un’epoca. Appartengono a ciò che riescono a lasciare.
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