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L’insostenibile leggerezza dell’essere un professionista

Milan-Lazio è terminata -purtroppo- con due verdetti; il primo interessa la corsa alla Champions League, che con questa vittoria vede il Milan lanciato a tutta velocità contro Atalanta e Roma, mentre l’altro, di verdetto, è quello che sta facendo parlare più del risultato stesso, il che non è di certo un bene.

Tutto inizia qui…

Quello che è successo a fine partita, ovvero Bakayoko e Kessie che si divertono a sventolare la maglia del difensore biancoceleste Acerbi è un gesto “piccolo”, ignobile, che ha però qualcosa dietro. Già, perchè tutto è iniziato una settimana prima del match, quando Acerbi in un’intervista ha dichiarato la seguente frase (in merito all’imminente partita): «a livello di singoli, non scambierei nessuno.» Dichiarazione che ha subito trovato l’ironica risposta di Bakayoko, con un “ok” sul suo profilo Instagram. Ma attenzione, perchè la frase del difensore, al contrario del gesto dei due milanisti è qualcosa di normale in un contesto normale: nulla di straordinario insomma, ne tanto meno di offensivo ai danni dei giocatori di Gattuso, anche perchè, cosa avrebbe dovuto dire? Che i suoi avversari sono più forti?

Se va bene questo, va bene tutto

La posta in gioco era alta, e per questo gli animi si sono fatti fin da subito bollenti, culminando al triplice fischio con un accenno di rissa tra alcuni giocatori, sedata proprio dall’arrivo di Paquetà e Acerbi, con quest’ultimo che per mettere la parola fine alle polemiche (come spiegherà poi sui social), decide di regalare la sua maglia a Bakayoko. Il centrocampista del Milan però, che ha dimostrato di non avere molto stile, decide di “esibirla” come un trofeo, ignorando l’importanza dei due gesti; quello nobile e pacifico di Acerbi, e il suo, inutile e provocatorio. Sui social sono subito scoppiate le polemiche, tra chi ha condannato il gesto in maniera insindacabile e chi invece lo ha ritenuto come un semplice sfottò, mentre la verità sta semplicemente nel mezzo delle due cose. Parlare di odio, come ha fatto il diretto interessato Acerbi sul suo profilo Facebook è sbagliato: in quel gesto c’è dentro di tutto, scherno, umiliazione, mancanza di rispetto, ignoranza e sopratutto manie di protagonismo, ma non odio. Certamente sarebbe dovuta andare diversamente, magari con i due milanisti che si rifiutano di accettare “il dono”, ma sono sicuro che la loro intenzione non era quella di seminare odio, si sono semplicemente comportati da bambini, senza tener conto che sono dei personaggi pubblici oltre che dei professionisti. Semmai la questione dovrebbe essere un’altra: siamo abituati a veder puniti i cori discriminatori rivolti dalle curve di tutta Italia ai tifosi napoletani o i “buuh” razzisti e gli adesivi raffiguranti Anna Frank dei tifosi laziali, e allora perchè questo gesto non dovrebbe essere punito? Vogliamo forse insinuare che esistano sfottò di serie A e sfottò di serie B? Sarebbe giusto sperare -inutilmente- in una squalifica per non avere, come si suol dire, due pesi e due misure.

Il punto di non ritorno

Il problema, una volta appurata l’entità del gesto -sbagliato- è che se dobbiamo far passare tutto con l’etichetta di “sfottò”, allora non ci sarebbe più alcun limite, ed ecco che ululati, adesivi antisemiti e chi più ne ha più ne metta, diventerebbero l’ordine del giorno, o meglio della domenica. La speranza è quindi che la prova TV faccia il suo dovere dando il buon esempio, cosa che i professionisti dimenticano oramai sempre più volte di fare; cosa accadrebbe se un bambino di 10 anni, che ha in Kessiè il suo idolo, riproponesse una cosa simile al campetto con gli amici? Sarebbe un vero e proprio punto di non ritorno.

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