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L’uomo e il pilota: Giorgio Terruzzi racconta Ayrton Senna

A Imola il popolare giornalista ha presentato il suo libro “Suite 200”, il luogo dove il pilota brasiliano trascorse la sua ultima notte

 

di Stefano Ravaglia

 

“Mi sono immaginato quell’ultima notte. Un momento dove Ayrton è rimasto con sé stesso. Capita a tutti no? Sono anche momenti belli. Quando tiriamo un po’ le somme”.

Camicia e gilet, la sua zazzera lunga che si mette a posto dietro le orecchie più di una volta. Quel timbro di voce inconfondibile per migliaia di appassionati che rimanda a mille domeniche degli anni Novanta: “Grand Prix” a mezzogiorno, le sue pagelle ai piloti, i suoi servizi. Giorgio Terruzzi, cresciuto alla scuola di Beppe Viola, ha preso molto dal compianto giornalista scomparso nel 1982. E seduto sulla poltrona del palco allestito a Palazzo Sersanti, Imola, il nostro sciorina un’oretta e mezza di emozioni parlando del suo amico Ayrton Senna, pur senza ricordare un solo record del pilota brasiliano, o una vittoria o qualche statistica. Parla del pilota, certo, ma soprattutto dell’uomo. Con cui un giorno si trovò per puro caso fianco a fianco in aereo:

“Il mio volo dal Brasile era in overbooking. E così mi spostarono in business class. Finii di fianco a lui. Lo annoiai un po’ forse, me ne scusai. E invece lui mi prese la mano e mi disse di continuare a raccontargli ciò che stavo dicendo”.

Tante domeniche immersi ognuno nei proprio panni: il pilota e il giornalista.

E quell’ultima notte nella suite 200, che dà il nome al libro scritto sei anni fa e che ancora va in giro a presentare. La notte prima della fine di tutto.

“Senna è stato un film. Come quando sparano agli indiani, ma il capo si nasconde dietro a un cespuglio. Non può morire il capo indiano, altrimenti finirebbe il film. Con Senna invece il film è finito”.

Competizione massima, dettagli, messe a punto, maniacale perfezione.

“Come puoi non essere affascinato da uno che dice, quando sta per vincere il titolo mondiale nel 1988, che vede Dio sulla pista? E magari nemmeno lui gli dava torto. Butto fuori Prost? Certo, fai pure”.

Riflessioni, pensieri, turbamenti, perché Ratzenberger era morto quel pomeriggio a Imola e lui voleva vincere per sventolare la bandiera austriaca.

“La Formula Uno è cambiata dopo il suo incidente. Ma ricordiamoci anche che due settimane dopo, a Montecarlo, Werdlinger ebbe un incidente e rimase in coma. Anche Montermini in Spagna ebbe un grave incidente, e si salvò. Forse se fosse morto anche lui, avrebbero fermato il Mondiale. La grande fortuna della Formula Uno forse è stata avere Schumacher subito dopo Senna”.

E a proposito del tedesco, ecco servito un quadro purtroppo abbozzato di quella che sarebbe stata la loro rivalità:

“Potevi travestirli per non riconoscerli, ma avresti visto ugualmente che lavoravano in maniera identica entrambi. Scrupolosi e maniacali. E poi, il grande pilota, fiuta sempre quando qualcuno vuol dargli fastidio. Senna era così. Aveva capito che quel ragazzino gli avrebbe dato filo da torcere. Tra cento piloti, riconoscono subito quale sarà l’avversario da battere”. 

E se non fosse accaduto nulla, se Senna fosse sopravvissuto sino ai giorni nostri, chi sarebbe?

“Difficile rispondere. Può accadere qualsiasi cosa nella vita di ognuno di noi. Stava già gestendo alcune cose a livello manageriale, magari avrebbe trovato spazio in quel ruolo”.

E quell’amicizia con Berger, suo compagno alla McLaren.

“Senna era un ricco che si sentiva quasi in colpa. Berger era un ricco che se ne fregava. Era guascone, gli faceva scherzi. Quando fece una pole-position partendo davanti al brasiliano, dalla sua reazione capì che non sarebbe più accaduto. E infatti Senna gli partì sempre davanti”.

Mancherebbe una bella opera cinematografica per rendere omaggio a un pilota così. Ma Terruzzi è categorico:

“Dipende tutto dalla famiglia. Senna, anche se è triste dirlo, è un marchio che va gestito. Io stesso nel libro ho raccontato di alcuni particolari personali del pilota, anche se io odio la parola ‘gossip’. Ma è noto che stava con una donna che la famiglia non approvava. E l’hanno sottolineato, seppur io faccia un altro mestiere, semplicemente racconto quello che è accaduto. Ma rispetto assolutamente il loro punto di vista”. 

 

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