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Michael Knighton, il visionario che voleva prendersi il Manchester United

Nel 1989 un imprenditore del Derbyshire voleva ingigantire gli introiti nel calcio e utilizzare il marchio come un valore di ricavo. E oggi sappiamo che ci aveva visto lungo

di Stefano Ravaglia

A vederlo così, con quei pantaloni corti, la tuta di rappresentanza e l’espressione così entusiastica, pareva un grande acquisto presentato in pompa magna. Il suo faccione e i suoi baffoni ricordavano un po’ quelli di un giocatore degli acerrimi rivali, il Liverpool, che in porta schieravano Bruce Grobbelaar.

Ma loro erano il Manchester United, gli altri, quelli che sono collegati con la città dei Beatles dalla più vecchia ferrovia del mondo, per una delle rivalità più sentite del mondo. E invece Michael Knighton, classe 1951, era nato nel Debyshire, molto più in basso di colui che a Old Trafford diede la svolta dopo tanti anni di magra, ovvero Alex Ferguson, che era l’allenatore di quello United da tre anni e che ancora non aveva vinto nulla su quella panchina.

Nell’agosto di quel 1989 a farsi avanti per acquistare il club fu proprio Knighton, imprenditore che tramite la MK Trafford, società costituita appositamente per l’operazione, propose una acquisizione del 50% delle quote di Edwards per 10 milioni di sterline, con un’offerta di 20 sterline per azione proposta agli altri azionisti del club e la promessa di investire almeno altri 10 milioni sulla squadra e sul rifacimento della Stretford End.

All’epoca lo United aveva una perdita di 1,3 milioni di sterline e ne guadagnava 7 all’anno. Il concetto di marchio e di business nel calcio in quel momento era ancora lontano, e forse a molti nostalgici verranno gli occhi lucidi, ma Knighton fu una sorta di visionario, che intuì tra i primi le potenzialità di questo sport a livello di creazione di introiti e di valorizzazione del brand.

Tanto più che la sua intraprendenza fu messa in faccia ai tifosi quando scese sul prato verde prima di una partita dello United, vestito con una giacca del club, i calzettoni e un pallone per mostrare le sue abilità tecniche, fotografato a ripetizione. E alla fine, di quell’accordo non se ne fece nulla, seppur Edwards avesse accettato, perché i soci della MK Trafford si tirarono indietro e invano il nostro tentò di coinvolgere altri investitori.

Recentemente intervistato per il “Guardian” da Paul Wilson, Knighton ricorda quei giorni con un pizzico di rancore.

“Penso che la storia abbia dimostrato che avevo ragione. Stavo comprando un club in difficoltà, e molti mi chiesero chi me lo faceva fare. Ma io compravo il potenziale: ciò che sarebbe potuto essere e che oggi è diventato. Ero percepito come un ciarlatano, uno che non avrebbe avuto i soldi nel momento in cui contava. Ero praticamente solo. Oggi c’è la televisione, e io avevo già intuito che essa sarebbe stata una grande svolta per questo sport che sarebbe potuto crescere di valore a livello economico. Non solo un cambiamento per il Manchester United, ma anche a livello globale”.

Dopo quel passaggio a vuoto a Manchester, Knighton acquistò il Carlisle nel 1992, con discreti risultati, seppur il club andò ampiamente lontano dalle promesse del suo proprietario di riportarlo in massima serie, cosa che era avvenuta per l’ultima volta negli anni Settanta. Tra parentesi, il club riuscì a salvarsi nel 1999 restando nei professionisti all’ultimo minuto dell’ultima giornata con una rete del portiere Jimmy Glass.

I tradizionalisti storceranno il naso, eppure la Premier League di oggi, oltre a rappresentare un enorme evento tecnico, con grandi campioni, stadi belli e regole rispettate, è comunque una grande macchina da soldi, un po’ come l’aveva pensata Knighton. Che oggi si dà all’arte: niente più calcio, ma dipinti  e scrittura, con un libro in arrivo, sui suoi anni al Carlisle. Phillip Vine invece ne ha scritto uno proprio su Knighton. E non poteva avere che un solo titolo: “Visionary”.

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