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Milan-Medellin 17 dicembre 1989: all’improvviso, Chicco Evani

Trent’anni fa il successo in Coppa Intercontinentale del Milan di Sacchi

di Stefano Ravaglia

Erano trascorsi vent’anni da quell’inferno. Il Milan di Rocco si giocava la Coppa Intercontinentale a Buenos Aires e dopo il 3-0 dell’andata a San Siro bisognava limitare i danni in Argentina. Avversario l’Estudiantes che invece non aveva limiti a causare danni: tazze di caffè bollente sui giocatori del Milan, interventi da codice penale, intimidazioni.

Durante la foto di squadra, tirarono anche delle pallonate ai giocatori rossoneri in posa. Finì 2-1 per loro (segnò Rivera per il Milan), negli spogliatoi Nestor Combin, membro delle file rossonere, fu pure arrestato per renitenza alla leva. Il Milan scappò letteralmente dalla capitale col trofeo danneggiato e consegnato negli spogliatoi: Rivera aveva gettato la coppa a terra in senso di stizza.

Il 17 dicembre 1989 invece, fu tutto diverso. Nel frattempo la Coppa Intercontinentale era divenuta gara da disputare a migliaia di chilometri di distanza, in gara unica a Tokyo: la Toyota aveva messo il suo marchio sul trofeo e dal 1980 le trombette dello stadio Olimpico della capitale giapponese divennero una colonna sonora riconoscibile ancora oggi.

Il Milan di Sacchi, che non doveva mangiare il panettone due anni prima e invece ha vinto Coppa dei Campioni e Supercoppa Europea, trova sulla sua strada il temibile Atletico Nacional di Medellin di Francisco Maturana, stratega che oltre ad allenare fa il dentista.

Il Milan arriva in Giappone e Alberigo Evani ha raccontato: “Non riuscivo a stare sveglio, dovunque mi appoggiassi rischiavo di addormentarmi”. La squadra si allena in un campo con una tribunetta da dove, per mezzo di un megafono, Arrigo, tutt’altro che addormentato, impartisce indicazioni soldatesche.

A una settimana dal Natale, sotto un sole cocente, le squadre danno vita a una partita che pare infinita. La trasmette Italia Uno, con la telecronaca di Bruno Longhi e il commento tecnico di Bettega quando in Italia sono le 4 e anche i tifosi rossoneri di dormire non ne vogliono sapere. “Non riuscivamo a venirne fuori”, dirà sempre Sacchi di quel match. Come mai era accaduto prima, il Medellin è tutt’altro che disposto a prenderle come accadde al Real Madrid pochi mesi prima e imbriglia i rossoneri nella sua rete.

In porta c’è un eccentrico estremo difensore: si chiama René Higuita ed è il precursore, per la verità un po’ sopra le righe, di un nuovo modo di fare il portiere, partecipando all’azione. L’anno dopo al Mondiale italiano combinerà una frittata che costerà l’eliminazione alla sua Colombia, mentre quattro anni dopo salterà il Mondiale americano: viene arrestato con l’accusa di essere vicino al Re del narcotraffico colombiano Escobar.

La partita a scacchi finisce 0-0 e dopo 90 minuti si va ai supplementari. A tre minuti dai rigori, Van Basten viene falciato al limite dell’area, pochi centimetri prima che possa essere decretato il rigore. E forse è meglio così: ci saremmo persi la punizione del timido Evani, che aveva dovuto saltare le ultime due recite dei rossoneri in Europa per infortunio, che passa da un corridoio quasi impossibile aggirando la barriera e bucando Higuita.

Credit: AC Milan

Adriano Galliani, immerso nel suo cappotto nero, si ritrova improvvisamente in campo a braccia alzate. È il gol che decide la partita e scalda la notte invernale di migliaia di rossoneri in Italia. Sull’aereo del ritorno, il compianto Andrea Pazzagli, riserva di Giovanni Galli, gira tra i sedili a intervistare i suoi compagni. “Frank ma dove trovi il tempo di farti tutte queste lampade?” dirà a Rijkaard. Evani invece si coccola la Coppa.

“Dopo il gol sei andato ad abbracciare la Toyota parcheggiata dietro la porta”, gli chiede Pazzagli. “Hai visto veramente male!”, ride Alberigo. Che da quella sera sarà per tutti “Chicco San”, il samurai che ha spezzato il Medellin e messo il Milan in cima al mondo.

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