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Vita e consigli da mamma NBA

Sarà perché in lei “si trova sempre un perdono” come diceva Balzac, sarà per il legame viscerale che a lei ci lega, sarà per quella comprensione e quel calore che solo lei sa offrire, sarà per tutti questi motivi che per molti è difficile trovarsi in disaccordo con Elsa Morante la quale, in maniera tanto sintetica quanto apprezzabile, aveva sostenuto che “nessun affetto nella vita uguaglia quello della madre”.

È lei infatti di solito la prima a cercarci quando andiamo via di casa o quando non ci facciamo sentire per un po’ ed è sempre lei a fornirci consigli, suggerimenti e avvertimenti apparentemente banali ma in realtà sempre preziosi e dispensati con calore perché, dovunque noi siamo e qualunque cosa facciamo, possiamo mantenerci in salute, essere felici e continuare nella nostra crescita come persone che abitano questo mondo.

Il ruolo, la funzione e la presenza della madre, già solo per il fatto di averci messo al mondo, ricoprono un’importanza fondamentale nell’equilibrio e nello svolgimento della vita di ogni essere umano tanto che, per quanto prima o dopo uno tenti di separarsene, lei alla fine in qualche modo ritorna, pensa a noi e per noi e c’è sempre, anche nelle situazioni professionali e familiari più buie e delicate. Avere al proprio fianco una figura genitoriale forte come quella materna per molti è una vera e proprio fonte di sicurezza e tranquillità, un appoggio su cui poter contare e su cui far affidamento in qualunque momento per condividere difficoltà come gioia e trionfi individuali.

Anche (se non a maggior ragione) in un universo come quello NBA, dominato dalla forte competizione, dalle rigide regole del business e dove soldi, riflettori e popolarità possono indurre in facili errori e trasgressioni, le madri hanno, hanno avuto e continuano ad avere un peso notevole, a livello decisionale e non, al fianco dei propri figli-giocatori nel loro percorso non privo di trappole e momenti duri all’interno della lega.

Lucille O’Neal saluta suo figlio Shaquille prima di un suo match in maglia Celtics (foto: zimbio.com)

Sebbene tutto inizi da un momento di gioia intensa (quello della firma sul contratto che sancisce, via draft o non, l’ingresso nel mondo del basket professionistico americano) che le madri come i propri pargoli vivono come riconoscimento agli sforzi e ai sacrifici fatti da entrambi le parti in gioventù, una volta mossi i primi passi nel grande circo mediatico sono molteplici gli aspetti e le situazioni a cui trovare una soluzione: dalla ricerca di una nuova dimora a quella di una scuola/asilo per gli eventuali figli, dalla valutazione di contabili e avvocati da assoldare al prendere confidenza con le strutture della nuova città, tutto necessita di essere vagliato, provato e opzionato con attenzione per far sì che poi l’unica preoccupazione sia il rendimento sul campo e quindi il proprio lavoro, quello di giocare a pallacanestro.

Per questo motivo la lega, conscia dei problemi in cui possono incorrere coloro che si approcciano per la prima volta al mondo NBA, già di per sé fornisce un aiuto notevole grazie al Rookie Transition Program che dal 1986 si occupa, attraverso una settimana circa di lezioni, di educare e rendere meno stressante e complicato l’ingresso tra i pro’. Una volta però ricevute tutte le giuste direttive e avvertimenti, spetta ai giocatori applicarle e rispettarle ciascuno nella maniera che ritiene più consona per lo sviluppo della propria carriera e dei propri affari ed in quest’ottica le madri (e più in generale i genitori) tornano prepotentemente alla ribalta, affiancandosi ai figli nella missione di alleggerirgli la pressione quotidiana e tenerli il più possibile sulla retta via coi propri consigli e le proprie riflessioni.

Non si tratta di un controllo opprimente ma più spesso di una gestione e di un aiuto da parte dei parenti più stretti in ambiti che possono essere più o meno vicini alle questioni di campo: alcuni atleti delegano momentaneamente ai genitori la cura dei nipoti, altri si occupano dei rapporti comunicativi o più semplicemente controllano che a casa del proprio prediletto tutto sia a posto, altri ancora invece li interrogano di frequente per i consigli più disparati.

NBA
Ritratto di famiglia per la famiglia Westbrook (foto: zimbio.com)

Si passa così da Shannon Horton, madre di Russell Westbrook definita da lui stesso senza esitazioni come icona e fonte d’ispirazione per il suo (stravagante) modo di vestire e presenziare in pubblico (“lei ha sempre avuto stile e mi ha sempre tenuto aggiornato sulle tendenze della moda e sullo stile per cui oggi posso ancora chiamarla e avere a riguardo il suo “ok” o la sua bocciatura”), a Deborah Kingwood, mamma di Royce O’Neal (ala dei Jazz), che dal proprio ragazzo si è sempre sentita dire che lui avrebbe giocato in NBA, un desiderio concretizzatosi quest’anno dopo anni di peregrinazioni in Europa e dopo aver ascoltato e ricevuto un sacco di rassicurazioni sulla brillante carriera che avrebbe fatto oltreoceano.

Digeriti quei pareri da parte degli agenti, Deborah disse all’attuale numero 23 di Utah “non lasciare che qualcuno ti dica cosa puoi o non puoi fare” dando così forza all’ostinazione del figlio che, dopo comunque qualche annata spesa nel Vecchio Continente, verrà ripagata con un posto nella rotazione di coach Quin Snyder. La morale di questo messaggio, quella di non mollare mai e credere sempre di poter essere artefice del proprio destino, sta alla base pure di quello che Steph Curry ha definito come “il miglior consiglio” ricevuto da sua madre Sonya: “Nessuno deve scrivere quella che sarà la tua storia a parte te. Non certi scout, non certi tornei, non certi ragazzi che potrebbero fare meglio di te questo o quello e neanche il tuo cognome: nessuna di queste persone o cose possono essere gli artefici della tua storia, solo te. Quindi pensaci, prenditi il tuo tempo e poi vai, scrivi quello che vuoi che sia scritto”.

Si tratta di un messaggio molto profondo e diretto, atto a far riflettere e a ispirare il proprio figlio nel suo essere padrone della propria vita, una vita che per essere gestita a questo livello ha bisogno tanto di spinte motivazionali del tenore di quella data al numero 30 di Golden State da Sonya quanto di consigli, altrettanto importanti, più pratici e concreti. In questo senso, ad esempio, è intervenuta la madre di Kevin Durant, Wanda Pratt, nei confronti di suo figlio attualmente compagno di Curry in quel di Oakland.

Wanda Pratt abbraccia Kevin Durant (foto: zimbio.com)

Sentitamente elogiata nel discorso di KD35 per il conseguimento del premio di MVP nel 2013-2014, mamma Durant ha voluto porre l’accento col figlio sulla gestione economica-monetaria dei propri guadagni, dicendogli sì di godersi il frutto del proprio lavoro ma senza sacrificare progettualità, investimenti (è recente la notizia dell’apertura del Durant Center Prince George’s County nel Maryland per aiutare nel percorso verso il college gli studenti meno abbienti) e la stabilità economica futura, cose a cui Wanda non ha mai potuto prestare troppa attenzione visto che, a 21 anni, si è trovata da sola a dover crescere due figli e a investire per forza di cose nel loro presente immediato quello che duramente guadagnava a lavoro.

Il suo vissuto mette in luce come spesso, oltre alle storie di giocatori con un passato difficile emersi in mezzo a mille difficoltà, si accompagnano anche vicende meno note di genitori che hanno fatto altrettanta fatica e altrettanti sacrifici per consentire al figlio di emergere e continuare a coltivare i propri sogni. È questo, tra gli altri, il caso di Brandy Cole, madre di un Jayson Tatum concepito da lei alla giovane età di 19 anni. Nonostante il parto precoce e la scelta di andar a vivere da sola quando la star dei Celtics aveva solo sei mesi in un contesto tutt’altro che stabile, la neomamma non ha mollato e ha cresciuto un figlio che baciato dal talento si è guadagnato in fretta elogi e considerazioni nel basket che conta, il tutto continuando a lavorare e a studiare fintanto da conseguire ben tre lauree. Oggi i due vivono nella casa separati solo da tre piani e mamma Brandy è sempre pronta a fare la lavatrice, pulire casa e rifornire il frigo del giocatore biancoverde quando questi si assenta per un po’.

Brandy Cole ad un evento benefico (foto: zimbio.com)

Modello di tenacia, spirito di adattamento e sacrificio, quello di Brandy è un incredibile esempio di una madre che, quasi da sola, ha fatto leva sulla sua forza di volontà per poter realizzare i sogni e gli obiettivi suoi e di suo figlio, facendosi carico delle spese per i bisogni materiali più essenziali come di ansie, paure, incertezze e dubbi su come crescere una futura stella NBA.

Di questi ultimi, da un po’ di tempo, si occupa anche la Mothers of Professional Basketball Players, l’associazione delle madri di giocatori ed ex giocatori appartenenti ad NBA, WNBA, G-League e leghe minori che si occupa, tramite l’esperienza vissuta in prima persona dalle stesse mamme, di fornire indicazioni, chiarire perplessità e dare i giusti ragguagli a tutte le altre con lo scopo di educarle e informarle sui rischi e su quello che possono/devono fare per i propri figli una volta entrati in quelle leghe. Sorta grazie a un’intuizione del duo Charlotte BrandonAnnie Payton (madri rispettivamente di Terrell Brandon e Gary Payton), l’organizzazione oggi conta più di 100 madri aderenti ed è suddivisa in cinque aree geografiche di riferimento in modo tale che le mamme vicine possano facilmente scambiarsi opinioni, consigli e sostenersi l’un l’altra.

Spalleggiandosi in questo modo, per molte l’ingresso nel mondo della palla a spicchi è stato più confortevole e ha comportato meno tensioni, permettendole inoltre a loro volta di avere i giusti suggerimenti da dare, di dare supporto ai figli nei tempi e nei modi migliori, “di essere al loro fianco” (Mary Barbers-Green, madre di Draymond Green), “di rendere ogni città come una casa per loro” (Marie Hollaway, madre di Kyle Lowry), ricordandosi allo stesso tempo “di restare umili” (Flo Allen, madre di Ray) e “difendere il proprio ruolo” (Lucille O’Neal, madre di Shaquille).

Perché spesso, come diceva un francese nel XIX secolo, “Una buona madre vale cento maestri”.

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