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No Green, no Warriors

Six down, ten to go. Da qualche anno nella Baia è tradizione, arrivati i mesi di aprile, maggio e giugno, aggiornare quasi quotidianamente il countdown delle vittorie, un modo per scandire passo dopo passo gli attimi, o meglio gli incontri, mancanti alla conquista di un qualcosa che ormai dalle parti di Oakland-California non è più una novità: il titolo NBA.

Curry, Thompson e Durant hanno ben abituato negli ultimi periodi i tifosi Warriors ma, pur con un turno già alle spalle (quello coi Los Angeles Clippers) e un altro ben avviato, conquistare l’anello rimane sempre un’impresa tutt’altro che scontata, anche con i tre tenori sopracitati a roster. Come ogni buono sport di squadra impone infatti, uscire vincitori da quattro serie di playoff non dipende mai dalle prestazioni di uno, due o anche tre giocatori ma è la somma di più dividendi e caratteristiche che permettono, opportunamente amministrate dagli uomini in panchina, di avere la meglio sui rivali del momento.

In quest’ottica, avere un quantitativo strabordante di talento certamente non può che aiutare ma da solo, nel basket in particolar modo, questo non basta: per vincere è necessaria difesa, furore agonistico, altruismo e comprensione del gioco. Queste qualità possono essere presenti, nel numero di una o due, nel bagaglio tecnico di più giocatori all’interno di un team mentre raramente sono rintracciabili tutte in un singolo uomo.

La carica di Draymond Green (foto: zimbio.com)

Il vantaggio e il segreto (per nulla nascosto) degli Warriors è proprio quello di avere tra le loro fila quella personalità che le racchiude tutte assieme e quel giocatore, inevitabile fattore chiave dei successi conquistati come eventualmente di quelli che saranno, risponde al nome di Draymond Green. Il numero 23 è a tutti gli effetti il collante, l’ingranaggio che rende Golden State una delle più terrificanti macchine di pallacanestro contemporanee e il peso di questo ruolo, con le due vittorie nei primi episodi della serie contro gli Houston Rockets, è tornato ad essere assai visibile e preponderante.

Non che prima non lo fosse, ma la condotta attuata dall’”orso ballerino” durante la regular season ha lasciato cadere un velo di polvere e dimenticanza su quanto potesse essere determinante ed essenziale il suo lavoro su più fronti all’interno della partita. Confrontando cifre e impatto in questi playoff rispetto a quelli dei mesi precedenti, si può dire che quello di Green sia stato un anno decisamente in sordina, trascorso tra periodi di letargo agonistico, infortuni (ginocchio e dita del piede) e litigi coi compagni (quello con Durant a novembre contro i Clippers su tutti).

Poi dal 6 marzo l’inizio della trasformazione. Cosciente del suo cattivo status di forma, il prodotto di Michigan State ha cominciato un ferreo regime dieta unito ad alcuni allenamenti extra per perdere peso, mantenere il tono muscolare e, sostanzialmente, tornare in forma per il periodo più caldo e sentito dell’anno, la postseason appunto. I risultati, a livello individuale e di squadra, sono sotto gli occhi di tutti e, se ancora ce ne fosse bisogno, hanno rimarcato quanto il suo apporto sulle due metà campo resti fondamentale per gli equilibri e le vittorie della compagine californiana.

Green prova a ostacolare James Harden nella serie contro Houston (foto: rocketswire.usatoday.com)

La differenza fra quanto ha prodotto e come ha approcciato questa e le passate stagioni è netta. Dall’anno del primo titolo e della sua esplosione, il 2014-15, il nativo di Saginaw non è mai sceso sotto le 17 doppie doppie in regular season e le 5 nei playoff, facendo registrare in entrambi le fasi anche sempre almeno una tripla doppia. Quest’anno Green non è andato oltre a quota 8 doppie doppie non riuscendo a mettere a referto neanche una tripla doppia.

Oltre a questo, quella passata è stata la stagione peggiore dal suo anno da sophomore per punti, rimbalzi, recuperi, stoppate e percentuale da tre punti, tutti segni di come e quanto il leader emotivo dei Warriors abbia faticato, complici infortuni e forma, ad essere performante e rendere al livello a cui aveva abituato precedentemente.

Per fortuna sua (e dei tifosi di Golden State) sono arrivati i playoff e la musica è totalmente cambiata. Anche se probabilmente i punti segnati sono il metro di giudizio meno adatto per valutarlo, è innegabile che il primo e più evidente riscontro del cambiamento di rotta approntato da Green sono proprio le prestazioni realizzative. In questo senso il Defensive Player of the Year del 2017 non ha mai messo continuativamente a referto cifre roboanti ma quando lo ha fatto i suoi punti, spesso risultato delle attenzioni riservate più ai suoi compagni che a lui, sono stati pesanti.

Un sorriso ironico del numero 23 di Golden State (foto: zimbio.com)

Prendendo in esame infatti tutte le postseason dal 2015 a oggi, Green ha segnato 15 o più punti in 34 occasioni e 29 di queste sono state vittorie per la sua squadra. Nei playoff in corso quando ciò si è verificato Golden State ha portato a casa tre vittorie e nessuna sconfitta, score che sottolinea nuovamente come la prolificità dell’orso ballerino non possa che essere un fattore positivo per la banda di Steve Kerr la quale, in questo modo, riesce a trovare delle alternative al magico trio e mantenere elevata la propria pericolosità offensiva.

L’influenza di Green in questi playoff ovviamente non si riduce ai soli punti segnati. Quando lui è fuori dal campo i Warriors non superano i 99,5 punti segnati su 100 possessi, registrano il peggior net rating (-11,4), hanno la percentuale più bassa di canestri assistiti (59,5) e si esprimono col ritmo più basso in assoluto (pace 100,55), cifre che si ribaltano esponenzialmente quando invece è lui sul parquet a guidare e trascinare i compagni al suo fianco (è presente nei primi tre quintetti offensivi e difensivi di Golden State tra quelli schierati per almeno 15 minuti nei playoff).

La sua ascesa però in questo mese scarso di campionato non è testimoniata solo dalle statistiche ma anche, soprattutto, dal vigore, dalla carica, dall’intensità mostrate in campo dove è una versatile (e problematica per gli avversari) arma tattica nello scacchiere di Golden State. In attacco la sua presenza risulta fondamentale per punire, grazie alle sue capacità di passatore e alla sua abilità di farsi trovare nello spazio, i raddoppi a metà campo su Durant e Curry, uno che (assieme a Thompson) trae parecchio giovamento anche dalla qualità dei blocchi portati dal numero 23, assestati quasi sempre con il giusto mix di tempismo, durezza e malizia.

Assist e abilità nel passaggio di Green non sono più un segreto (foto: zimbio.com)

Il figlio di Mary Barbers tuttavia non si limita solo a questo anzi, in transizione ama occupare lui la fascia centrale del campo e condurre rapidamente le operazioni correndo e facendo correre la palla (in questo senso è un vero e proprio facilitatore del gioco), ma il meglio di sé lo dà in difesa dove la sua vocalità e le doti di mastino riscuotono profitti considerevoli. Col tempo, la conoscenza degli avversari e lo studio del gioco (lui stesso si è definito uno studente della pallacanestro) Green ha appreso come difendere a seconda dell’avversario che si sarebbe trovato di fronte finendo per comandare lui stesso, a decibel piuttosto alti, compagni, movimenti e raddoppi. Contro i Rockets la sua capacità di cambiare e tenere qualunque avversario, come quella di fintare l’aiuto o il raddoppio per indurre ad un passaggio errato il portatore di palla (vedi intercetti sull’asse Harden-Capela), sta avendo la meglio sui consolidati schemi dei texani e in più d’un occasione ha esaltato pubblico, compagni e il giocatore stesso.

Così facendo, viste le notevoli discrepanze tra l’impatto avuto in regular season e quello avuto nei playoff, l’oro olimpico di Rio 2016 si è prepotentemente guadagnato le luci della ribalta prendendosi una gustosa rivincita su chi lo dava per finito e dimostrando agli scettici che ancora una volta ha avuto ragione lui facendosi trovare pronto per quando ce ne fosse stato realmente bisogno.

Ciò dimostra che più degli avversari in una serie di playoff e più dei problemi al polso con cui ha convissuto contro i Clippers, l’unico vero nemico di Draymond Green può essere solo lui stesso: i chili di troppo, la scarsa aggressività, il rifiutare i tiri aperti, il lasciar sfogare i propri istinti e la propria irruenza appartengono ad un alter ego che lui e solo lui, attraverso la forza di volontà e la pazienza, può controllare ed ingabbiare evitando che prenda il sopravvento sulla versione da “animale da pallacanestro”, quella che sta facendo la differenza contro i Rockets e quella che sta incantando più d’una persona a partire dai suoi compagni fino ai suoi attuali rivali.

Green discute con un arbitro: la sua irruenza negli anni gli è costata più di un tecnico (foto: goldenstateofmind.com)

Dopo gara 2 e il 2-0 maturato alla Oracle Arena nella serie contro Harden (vittima involontaria della sua effervescenza in campo) e compagni non sono infatti tardate ad arrivare congratulazioni e parole di elogio. Da Stephen Curry (“Nelle ultime tre gare […] la fiducia che sta mettendo in campo è contagiosa per noi e ci consente di continuare a prendere slancio durante il corso della gara”) fino a Mike D’Antoni (“è sempre un problema. C’è una ragione se è un All-Star. È davvero un gran giocatore, una guardia che gioca da centro o da ala forte”), in tantissimi hanno sottolineato e apprezzato ciò che Green sta facendo, a tal punto che anche l’azionista di maggioranza di Golden State Joe Lacob si è lasciato andare ad un “vorrei che stesse qui per sempre”.

Già perché poi c’è anche la questione contratto a tenere banco nella Baia e il futuro di Green in quel di San Francisco appare tutt’altro che limpido. Pur avendo un altro anno garantito, è probabile che il numero 23 (soprattutto nel caso in cui dovesse arrivare il terzo titolo consecutivo) vada subito alla caccia di una ricca estensione, senza rinunciare (come accaduto in passato) a dei soldi per consentire alla franchigia di acquistare altri giocatori di punta e pagare meno tasse. In questo caso, con la società certamente impegnata la prossima estate a non far emigrare Klay Thompson (prossimo alla scadenza del suo accordo), sarà interessante vedere come e se Bob Myers si muoverà nei confronti del tre volte All-Star e delle sue ambizioni monetarie e quanto peso avranno considerazioni circa il suo carattere, la sua età e quanti anni ancora potrà fare la differenza.

Green scambia un “cinque” con Klay Thomspon: il futuro di entrambi a Golden State è ancora tutto da chiarire (foto: abc7news.com)

Su quest’aspetto Green pare essere piuttosto sicuro e difficilmente, guardando come di recente ha risposto fuori e dentro il campo a chi con troppa fretta lo ha bollato come un giocatore finito, darà ancora adito a critiche e osservazioni sul suo status da parte di analisti e giornalisti. A questi che hanno provato a farlo scendere dal suo personale piedistallo Green ha replicato parafrasando uno (tale Eminem) che non si è mai preoccupato di zittire chicchessia: “Oggigiorno, tutti vogliono parlare come se avessero qualcosa da dire, ma quando muovono le labbra non esce fuori niente, solo un sacco di parole incomprensibili e questi figli di ******* si comportano come se si fossero dimenticati di Dray”.

Dietro il ritorno ai suoi livelli dunque appare chiaro come non ci sia solo la voglia di (ri)vincere, ampliare la propria bacheca e dare ulteriore valore alla già propria preziosa cristalleria, ma ve ne sia anche un’altra che con queste va a braccetto: quella di confermarsi e dimostrare che è sempre un giocatore chiave, che nulla è cambiato e che la sua incisività non è andata persa, usando le critiche come benzina per smontare chi ha costruite. E finché questi due carburanti non si esauriranno nel suo motore motivazionale gli Warriors avranno sempre un orso ballerino a cui potersi aggrappare mentre contemporaneamente i loro avversari avranno sempre un bel problema in più di cui occuparsi.

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