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Pallone d’Oro: in principio fu Stanley Matthews

Nei giorni in cui il Pallone d’oro tiene banco, ecco chi fu il primo a vincerlo nel 1956

di Stefano Ravaglia

“Beh è un po’ tardi, no?”, “E che ne sai? Stanley Matthews ha giocato fino a 50 anni in prima divisione”.

Il dialogo guascone e scanzonato è tra Paul e Steve, amici da tempo, sia nella vita che nel calcio. Chi ha visto almeno una volta quella pietra miliare calcistica di “Febbre a 90”, si ricorderà dei due a bordocampo ad osservare una partita amatoriale, sognando il debutto tra i grandi. Il buon Steve ritiene che non sia troppo tardi per un contratto, mentre Paul, o meglio, Colin Firth, non è dello stesso avviso.

“Non ci arriverò, ma soltanto perché fumo”, dice Steve, e forse sì, è anche questo uno dei segreti che ha portato il citato Stanley Matthews, argomento della loro chiacchierata, a giocare fino al 1965, lui classe 1915, senza cedere al vizio della sigaretta.

Settecentottantatré partite, ottanta reti, il tutto diviso tra sole due squadre, lo Stoke City e il Blackpool. Con il quale vinse il trofeo più ambito e importante, la FA Cup, nel 1953 nella finale contro il Bolton, ribattezzata “la finale di Matthews”. Il centrocampista salì in cattedra portando i suoi a una storica vittoria pur senza segnare.

L’albo d’oro del pallone d’oro inizia da lui: nel 1956, a quarantuno anni, per 47 voti contro 44 batte il grande Alfredo Di Stefano dando il via a un lungo elenco di premiati che si snoderanno attraverso i successivi 65 anni. Ala di grande talento, iniziò nello Stoke mentre faceva il fattorino al Victoria Ground, il vecchio impianto dei Potters sostituito nel 1997 dal Britannia Stadium.

Esordisce nel 1932, a 17 anni, spinto dalla madre che coltivava il sogno del figlio di divenire un calciatore mentre il padre avrebbe preferito una carriera pugilistica come la sua; e nella stagione 1932-33 coglie subito la prima soddisfazione con la promozione in prima divisione.

Stanley Matthews è stato un fervente sostenitore della modernità del football già in quegli anni lontani: non concepiva il conservatorismo e la supponenza della FA nel rifiutarsi di partecipare alle competizioni internazionali (l’Inghilterra andrà al Mondiale solo nel 1950), a privilegiare interessi diversi dai tifosi, soprattutto quando in quella finale contro il Bolton dei 100.000 biglietti soltanto 12.000 finirono nelle mani dei tifosi del Blackpool, ed ebbe da dire persino sull’aggiunta dell’illuminazione artificiale in netto ritardo rispetto alle insistenti necessità.

Con lo Stoke gioca fino al 1947, e nell’ultima stagione lo trascina al quarto posto, due punti dietro al Liverpool campione. A 32 anni per 11.500 sterline passa ai “mandarini”, senza allontanarsi troppo da casa giocando sempre in prima divisione e disputando due finali di Coppa d’Inghilterra nel 1948 e nel 1951 che gli arancioni perdono.

Ma nel ’53 è la volta buona: a Wembley il Bolton affronta il Blackpool davanti agli occhi della Regina Elisabetta II salita al trono nel febbraio dell’anno prima e che da lì a un mese sarebbe stata ufficialmente incoronata a Westminster. Per questo, molti inglesi hanno noleggiato o comprato gli apparecchi televisivi su cui va in onda il secondo tempo della partita, trasmessa invece per intero in radio.

Il Bolton, avanti 3-1, perde 4-3 a un minuto dalla fine dopo che Stan Mortensen, autore di una tripletta e Perry (assist del trentottenne Matthews) per il quarto e decisivo gol, compiano una grande rimonta. Dall’edizione 1954, la FA Cup final sarebbe stata trasmessa per intero anche in televisione.

Gioca fino al 1965 e la sua ultima partita è un match contro il Fulham che lo Stoke City vince 3-1. Già, perché nel frattempo Matthews è tornato ai Potters nel 1961, anche se il fisico, mantenuto tonico grazie all’assenza anche di alcool e a una dieta vegetariana, inizia a chiedere il conto.

Lev Jascin e Ferenk Puskas lo sollevano in segno di tributo nella partita celebrativa che conclude la sua carriera tra lo Stoke City e una selezione di stelle del calcio. In nazionale ha disputato un totale di 84 partite condite da 13 reti, amichevoli compresi, facendo parte delle prime due spedizioni inglesi a un Mondiale, quella già citata del 1950 e quattro anni più tardi in Svizzera.

Appesi gli scarpini al chiodo a 50 anni, un record imbattibile, allena per tre anni il Port Vale, ma i problemi finanziari del club lo persuadono a non fidarsi più di alcuna offerta proveniente dalla sua Inghilterra. Nel 1975 porta una selezione di ragazzi africani a giocare qualche partita in Brasile, coronando il loro sogno. Scompare il 23 febbraio 2000 ed entra nella hall of fame del calcio inglese. Anche se suona un po’ strano per uno come lui. Morire, intendiamo.

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