Perché Pelé è stato il più grande di tutti i tempi

A un anno esatto dalla sua scomparsa il ricordo di Pelé, la leggenda immortale che con la sua classe cristallina ha trasformato il calcio da semplice sport a fenomeno planetario capace di appassionare ogni angolo del globo

O Rei, il re del calcio. Così è stato soprannominato colui che per molti è stato il più grande calciatore di tutti i tempi, l’uomo che ha fatto innamorare intere generazioni di questo magnifico sport: Edson Arantes do Nascimento, per tutti semplicemente Pelé. Nato in un piccolo villaggio brasiliano,  ha compiuto imprese che hanno dell’incredibile e che rimarranno per sempre impresse nella memoria collettiva degli amanti del pallone. Tre mondiali vinti con la sua nazionale, un record tuttora imbattuto. Oltre 1200 gol ufficiali segnati, numeri pazzeschi che la dicono lunga sul suo strapotere.

I numeri e le statistiche da record di Pelé parlano da soli, con cifre che hanno alimentato il dibattito su chi sia stato il più grande calciatore della storia. Confronto nel quale sfidanti come Diego Armando Maradona e Lionel Messi nulla possono contro l’inarrivabile campione brasiliano. Ma ridurre la grandezza di O Rei ai soli numeri sarebbe riduttivo. È stato in grado di far innamorare intere generazioni grazie alla bellezza delle sue giocate, eleganti e allo stesso tempo letali. La sua tecnica cristallina e i suoi dribbling ubriacanti hanno conquistato il pianeta, facendo conoscere il calcio anche dove questo sport era pressoché sconosciuto.

E poi, il suo contributo all’emancipazione di un intero paese. Negli anni ’50 e ’60 il Brasile guardava a Pelé come a una figura di riscatto sociale in grado di infondere speranza e orgoglio. Un predestinato che ha cambiato per sempre la storia non solo dello sport, ma di una nazione intera. Anche dopo il ritiro, il suo mito è rimasto intramontabile. E lo rimarrà per sempre.

IL RAGAZZINO DIVENTATO IDOLO E LEGGENDA

La carriera di Pelé è stata lunga, intensa e gloriosa. Tutto è iniziato quando, appena sedicenne, approdò al Santos, club della vibrante città di San Paolo. Era chiaro fin da subito che quel ragazzino dal fisico esile, ma dal talento debordante era un predestinato. Con addosso la maglia bianca del Peixe, la squadra che l’ha visto crescere e consacrarsi nel calcio dei grandi, O Rei ha scritto pagine leggendarie: dribbling ubriacanti, gol incredibili, giocate mai viste prima in uno stadio di calcio. Lì è diventato idolo indiscusso, prima del suo popolo e poi del mondo intero. Una volta appesi gli scarpini al chiodo col Santos, ci ha poi riprovato per un ultimo ballo in America con i New York Cosmos aumentando la sua leggenda che era già scolpita per sempre nella storia del calcio.

La leggenda inizia fra le strade di Bauru, cittadina nell’entroterra di San Paolo che gli ha regalato il soprannome con cui è diventato famoso nel mondo. Era solito, da bambino, seguire il padre calciatore e mettersi a palleggiare dietro la porta difesa da un certo Bilé. Quel nome, storpiato nella pronuncia, divenne presto per tutti “Pelé”. Un nomignolo divertente, che però era il preludio di una carriera straordinaria. A 16 anni l’esordio da professionista, a 17 l’incredibile chiamata in Nazionale per i Mondiali in Svezia. Era poco più di un ragazzino, ma trascinò subito il Brasile sul tetto del mondo segnando una doppietta decisiva in finale. Era nata una stella che avrebbe illuminato il calcio come nessun’altra prima.

IL SANTOS, LA PRIMA SQUADRA DI GLOBETROTTER

Con Pelé il Santos divenne improvvisamente la squadra più amata e seguita al mondo. Un successo planetario costruito non solo sui trofei nazionali, ma anche e soprattutto sulle interminabili tournée organizzate in giro per il globo. O Rei era la rockstar indiscussa, la calamita che attirava folle oceaniche in qualsiasi stadio. Dall’Europa all’Africa, dal Nord America all’Australia, ovunque il Santos giocasse era il delirio.

La gente si accalcava per ore pur di vedere coi propri occhi dal vivo quel fuoriclasse dai dribbling ipnotici. Le foto dell’epoca mostrano Pelé circondato all’infinito da miriadi di tifosi in visibilio, tutti per toccarlo, stringergli la mano, rubargli un autografo. Un successo così travolgente da sembrare isteria collettiva. Ma del resto Pelé non era un semplice campione. Era un mito vivente capace di scatenare emozioni uniche e irripetibili.

Il Santos di Pelé fu la prima squadra globetrotter della storia, capace di portare il grande calcio fin nei luoghi più remoti del pianeta. Ovunque andasse, il fenomeno brasiliano scatenava reazioni isteriche tra la folla accorsa per vederlo. Dal Messico alle Antille, dall’Africa all’Estremo Oriente, la formazione brasiliana collezionò inviti e richieste da ogni angolo del mondo. Partite spesso organizzate alla bell’e meglio, in scenari di periferia.

Ma poco importava: quando c’era O Rei anche gli stadi più scalcinati e decrepiti si trasformavano in grandi palcoscenici, gremiti all’inverosimile. Anche laddove infuriavano guerre e sciagure, come nella Nigeria dilaniata dal conflitto in Biafra, la magia di Pelé riusciva comunque a creare una piccola grande festa di popolo. Per 90 minuti si poteva sognare, scordarsi di tutto il resto. Come solo i più grandi sanno fare.

IL REGIME MILITARE LO BLINDÒ COME PATRIMONIO NAZIONALE

Quando la dittatura militare prese il potere in Brasile, Pelé divenne un bene nazionale da proteggere a tutti i costi. Dopo il trauma del Maracanazo nel 1950, O Rei incarnava ora l’orgoglio ritrovato di un intero popolo, oltre i confini del calcio. Le squadre europee avrebbero fatto carte false per accaparrarselo, ma il regime bloccò sul nascere ogni velleità di trasferimento. Pelé non era più solo un fuoriclasse, ma il simbolo vivente di un Brasile che alzava finalmente la testa.

Come disse il musicista Gilberto Gil, grazie anche alle magie del numero 10 verdeoro, il paese spezzò le catene mentali ereditate dal passato coloniale. Un riscatto sportivo e al contempo sociale per una nazione intera, che guardava a quel campione nato in un remoto villaggio come a una figura salvifica.

Idolo indiscusso in patria, mito assoluto all’estero. Pelé trascendeva ormai l’ambito prettamente calcistico: era il patrimonio di un popolo, l’arma segreta del regime, l’uomo che fece innamorare il mondo del “jogo bonito”. Un predestinato capace di unire un intero paese attorno a sé.

Pelé, leggenda indiscussa del pallone, mai fu altrettanto esplicito in un altro campo, quello politico-sociale. Negli anni della dittatura militare brasiliana, evitò accuratamente di esporsi, consapevole del proprio ruolo di idolo e icona nazionale trasversale. Il suo profilo dall’alto consenso tra molteplici, disparati strati sociali, faceva comodo al regime, che intendeva sfruttarne l’immenso appeal propagandistico. Le immagini del General Medici, il volto più cupo di quegli anni bui, insieme al sempre sorridente Re Pelé contribuivano ad alimentare l’illusione di un Brasile armonioso e felice, lontano dalle dinamiche di repressione.

Intelligentissimo uomo di marketing ben oltre il campo di gioco, capì la portata del suo carisma e si mostrò estremamente abile a trasformarlo in un affare milionario. Da testimonial, sponsor e ambasciatore globale del “futebol bailado”, la sua immagine – pulita e trionfante come in un sogno – divenne attraente per qualunque marca, società, prodotto. Un calcolatore lucido e lungimirante, considerato da molti un precursore del business intorno al calcio.

MESSICO 1970, LA RIVINCITA NEL NOME DELLA SUA CLASSE CRISTALLINA

L’extraterrestre atterrato nel calcio terrestre con decenni di anticipo. Già dagli albori della sua carriera, O Rei sfoggiava quel mix di potenza fisica, velocità supersonica, tecnica cristallina e inventiva geniale che avrebbe poi definito il calcio moderno. Un precursore, un visionario, troppo avanti per la sua epoca. Idolo assoluto in Brasile, dove i tifosi lo veneravano come una divinità.

Eppure il suo talento sublime fu spesso bersaglio della violenza sanguinaria di difensori rudi e cattivi, tollerata da un calcio ancora primordiale e maschio. Per fermare quel cyborg venuto dal futuro, i “macellai” avversari non ci andavano leggeri: entrate assassine, colpi proibiti, ossa rotte. Nel ’66 i Mondiali inglesi si trasformarono in un calvario e Pelé mollò ma 4 anni dopo tornò, trascinò ancora il Brasile sul tetto del mondo in Messico e si prese la rivincita personale contro chi aveva provato invano a infangarne talento e classe immortale.

L’EREDITA’ ETERNA DI PELÉ

E così, dopo una carriera sfavillante passata a stupire il mondo con le sue prodezze, Pelé appese gli scarpini al chiodo. Ma la sua leggenda era appena agli inizi. Dopo un breve ritiro, accettò di tornare in campo coi New York Cosmos per l’ultimo ballo d’addio nel calcio giocato, contribuendo a portare sotto i riflettori questo sport anche negli USA.

Intanto la fama del campione brasiliano continuava a crescere anche fuori dal rettangolo verde: testimonial pubblicitario richiestissimo, attore di Hollywood, infaticabile ambassador del calcio nel mondo. Negli anni la popolarità di O Rei non ha conosciuto declino, tanto che ancora oggi, a distanza di decenni dall’addio al pallone, Pelé viene riconosciuto e idolatrato anche dalle nuove generazioni, grazie anche al potente contributo di libri, documentari e film celebrativi sulla sua magistrale parabola.

Un’eredità eterna, che ha trasceso completamente i confini dello sport per diventare patrimonio dell’umanità. Perché i miti non muoiono mai. E Pelé è stato, è, e sarà per sempre una leggenda del calcio universale.

A proposito di Cristian La Rosa

Cristian La Rosa. Classe ’76, ama il calcio e lo sport in generale. Segue con passione il calcio internazionale e ha collaborato con alcuni web magazine. È il fondatore, ideatore ed editore.

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