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Sanremo-Ibra, alla faccia del Covid: l’altra faccia dell’Italia che sembra ignorare la pandemia

Abbiamo provato ad analizzare le tante contraddizioni che questi primi due giorni del Festival di Sanremo sembrano aver messo in evidenza.

Quando arriva Sanremo, si sa, tutto il mondo mediatico italiano si ferma e si concentra sul famoso Festival della Canzone. Abbiamo ponderato a lungo se dedicare un articolo alla trasmissione diretta da Amedeus e Fiorello, imbattendoci in un palese off-topic, o preferire concentrarci solo ed esclusivamente sulle questioni di campo.

Siamo però convinti, cari lettori, che capirete il perché alla fine abbiamo optato per la prima soluzione: i parallelismi tra il Festival e il campionato di Serie A sono numerosi, soprattutto in una fase storica dominata da un virus che da più di un anno ha cambiato le nostre vite. Nessuno dimentica le tante polemiche nate negli scorsi mesi primaverili quando Gravina e Spadafora sovente si riunivano per stabilire se far proseguire o meno il campionato.

Molti, anche amanti di questo sport, ritenevano ingiusto far riprendere la Serie A dopo mesi di sofferenza, paura e morte. Tante cose sono poi cambiate da quella “sciorinata” di bare nel cuore di Bergamo che tutti quanti noi ricorderemo a lungo: si sa molto di più circa il Covid, la popolazione ha iniziato a vaccinarsi e soprattutto è stata maturata molta più consapevolezza relativamente a prevenzione, cura e diffusione di questo ormai acerrimo nemico.

Inutile sottolineare come la libertà d’opinione sia una risorsa e utopistico, dunque, ipotizzare che questo Festival non catalizzasse sia critiche che encomi. Lungi da noi un voler ergersi a critici melodici, sottolineando la nostra preferenza per l’outfit di Achille Lauro piuttosto che dei Maneskin o avanzare opinioni su questo o quel testo magari imbevute e filtrate con commenti letti sui social. Piuttosto, prendiate quest’articolo come un’occasione di dibattito, ricordando quanto appena affermato in quest’apertura di paragrafo.

Un po’ come dopo il calcio iniziato post lockdown, anche la decisione di svolgere Sanremo ha causato tutta una serie di polemiche, molte fondate, altre meno. Potremmo toccare tanti argomenti, a partire dal cachet destinato al conto bancario di Amedeus o al contratto di Ibra. Ciò, però, significherebbe imbatterci in demagogici e poco lucidi discorsi dai quali vogliamo tenerci lontano. Cadremmo, infatti, nello stesso errore di chi reputa che lo stipendio di molti calciatori sia sproporzionato, dimenticando ,per dirla con un tal Briatore, che “si guadagna in base a quanto fai guadagnare.”!

Certo, va sottolineato come questo Festival sia stato concepito come una sorta di “paradigma” su quello che deve essere il nostro modus operandi in questa fase di convivenza con il virus.

Ciò dunque spiega il perché del nastro che evidenziava il metro di distanza tra Fedez e la Michelin o ancora la scelta di consegnare fiori su un carrello senza che ci siano contatti fisici o ancora l’utilizzo pedissequo della mascherina da parte di violinisti e, più in generale, dei vari elementi costituenti il corpus dell’orchestra. Sfidiamo chiunque, a questo punto, a non aver notato tanti elementi di contatto con quanto accade sovente sui campi da gioco.

E ancora vi invitiamo a riflettere sulla forte contraddittorietà di alcuni atteggiamenti. Si pensi ai giocatori in panchina che sono costretti a indossare la mascherina per una questione di immagine e buon esempio per evitare contatti ( e contagi) con quegli stessi giocatori coi quali magari hanno esultato, fatto contrasti o abbracciato fino a qualche minuto prima.

O ancora alla scelta, durante il saluto iniziale, di salutare il capitano avversario e l’arbitro col pugno per poi violare (come è ovvio e giusto che sia) qualsiasi norma anti-Covid durante i 90 minuti.

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Queste stesse contraddizioni possono dunque essere colte in altrettanti atteggiamenti visti a Sanremo. Senza volerci soffermare su ogni aspetto nel dettaglio ci limitiamo a presentare le nostre perplessità, molte delle quali coincidono con quelle che abbiamo raccolto leggendo sui social o confrontandoci con amici e parenti. Non basta, a detta nostra, un evidenziazione continua da parte di Amedeus del famoso protocollo di 75 pagine, presentato quasi come un testo della stessa nobiltà e valore di quello portante la firma di Enrico De Nicola.

Sia ben chiaro, è giustissimo garantire il rispetto di norme ed è altrettanto corretto attenersi ad una “legislazione” ad hoc per garantire lo svolgimento di una manifestazione di intrattenimento ma non apprezziamo, invece, quest’elevamento a feticcio del suddetto protocollo che, più di sembrare un invito a rispettare le regole, passa come una sorta di garanzia ma soprattutto “giustificazione” di fronte alle critiche di chi (giustamente o meno) riteneva che il Festival non avesse da farsi.

Non troverete, come forse avrete capito, un parere diretto e una chiara presentazione della nostra posizione anche perché, come si è sottolineato, le stesse incongruenze che stiamo vivendo in queste lunghe serate su Rai1 le vediamo poi su Sky e Dazn ogni weekend. Sono antinomie per certi versi necessarie, perché testimoniano come la nostra vita sia cambiata in questi dodici mesi ma come, al tempo stesso, bisogni cercare di convivere con il virus.

Manifestando ancora una volta la nostra distanza da prese di posizioni nette e da visioni populiste ci limitiamo a concludere dicendo che apprezziamo la volontà di garantire al pubblico del nostro Paese una settimana di svago e diversità come accade da 71 anni a questa parte, un po’ come la Lega e la UEFA hanno fatto altrettanto nel field sportivo.

Al tempo stesso capiamo anche chi muova critiche nei confronti di determinate scelte. Se è vero che sono state consumate 75 pagine per garantire uno svolgimento sicuro, perché non “sprecare” altrettanto inchiostro e attenzione per trovare una soluzione affinché anche attività commerciali possano essere svolte in sicurezza?

Come reagirà un imprenditore, un commerciante ogni volta che si parlerà del famoso documento di norme AntiCovid pensando alla cassa vuota ( o peggio ancora alla serranda abbassata definitivamente)?

Non si potevano trovare altrettante soluzioni affinché la stessa sicurezza del Festival venisse garantita per lo svolgimento e il mantenimento in vita di attività commerciali?

Come guarderà ai mesi scorsi un ristoratore costretto a fermarsi nel periodo di Natale dopo che i DPCM precedenti gli avessero garantito la possibilità di restare aperto durante le festività per poi cambiare idea poco tempo dopo, costringendolo a buttare tutto?

O ancora come si giustificheranno i tamponi garantiti quotidianamente a tutti coloro coinvolti nel Festival (ma anche nel mondo del calcio, riagganciandoci a quanto detto fino a poco fa) mentre molti sono costretti settimane intere a casa, nell’attesa di ricevere il test e poi il suo esito?

Che fare dunque?

Seguire il noto monito del ritornello di Achille Lauro nella canzone proposta nella passata edizione sembra essere la scelta più cinica e infelice ma forse l’unica a disposizione.

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