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Serie A: Calori e il goal dello scudetto

Un destino segnato

Calori nasce ad Arezzo, in un lontano 29 agosto 1966, e proprio all’Arezzo deve il suo esordio nel calcio professionistico, visto che la società lo gira in prestito al Montevarchi con l’imperativo di farlo giocare. Alessandro si dimostra subito un buon difensore e nell’anno 89′-90′ passa al Pisa e successivamente all’Udinese, dove approda finalmente in Serie A. Qui trascorre ben sette anni al servizio dei friulani, prima di cambiare aria e trasferirsi al Perugia di Luciano Gaucci, un uomo al di fuori di ogni schema. Ci penserà molto Alessandro prima di accettare quell’offerta, e d’altronde, in un calcio dove l’attaccamento alla maglia non era certamente quello dei giorni nostri, tradire sette anni di Udinese non fu affatto facile. Non sappiamo cosa lo portò ad accettare, sappiamo solo che con quella scelta, cambierà una pagina del calcio italiano, un po tipo effetto farfalla per intenderci. Perché se fosse rimasto a Udine, forse le cose in quel 14 maggio 2000 sarebbero andate come non sarebbero dovute andare.

Il destino toglie…

Siamo nel 2000, ma torniamo un attimo ancora più indietro, alla stagione precedente, quella dell’annata 98′-99′: a contendersi lo scudetto sono ben sei squadre, che poi nel corso della stagione si ridurranno a tre. La Lazio (capolista), la Fiorentina (a -7) e il Milan, ancora più lontano. I bianco celesti sembrano lanciati verso il secondo scudetto della loro storia, ma qualche ingranaggio della macchina ideata da Sven-Göran Eriksson inizia a rompersi, perché arrivano un pareggio per 3-3 nel derby con la Roma e una sconfitta la domenica successiva con la Juventus, che passa per 0-2 con una doppietta di Henry. A sbandare è anche la fiorentina, mentre il Milan tira dritto portandosi a -1, distanza risicatissima che si porterà dietro fino all’ultima giornata. Ed è proprio negli ultimi novanta minuti che si decidono le sorti di quel campionato, con la Lazio che perderà uno scudetto beffardo.

Il destino dà…

All’alba del campionato 99′-00′ c’è malinconia in casa dei laziali, ma ovviamente nessuno avrebbe mai potuto immaginare che il destino si sarebbe fatto ripagare per quel cattivo scherzo. Anche quest’anno i ragazzi dell’allenatore svedese viaggiano a passo spedito insieme alla Juventus, in una vera e propria lotta a due che non verrà decisa da Simeone o Salas, e nemmeno da Filippo Inzaghi o Del Piero, bensì da quel difensore nato ad Arezzo in quel 29 agosto 1966 e che non gioca ne alla Lazio ne alla Juventus. Il destino, per rimediare all’anno precedente, volle che anche quel campionato dovette decidersi all’ultimo respiro, e stavolta il Milan di Zaccheroni, dopo averci soffiato uno scudetto da sotto il naso, ci farà un favore battendo la Juventus e portando la Lazio a -6 con uno scontro diretto in vista. Al “Delle Alpi” i biancocelesti accorciarono a -3, per poi arrivare a -2 nella giornata successiva. Alla fine del torneo mancano appena due partite e perdere all’ultimo un altro scudetto rappresenterebbe una mazzata per l’intero ambiente. Si arriva all’ultimo turno con la Juventus ancora in testa di due lunghezze e in trasferta al “Curi” di Perugia, mentre la Lazio seconda, in casa affronta la Reggina. Dopo i primi quarantacinque minuti però, gli occhi sono tutti per la partita di Perugia, che Collina sullo 0-0 dovrà sospendere per pioggia, salvo poi decidere di continuare con un ritardo di un’ora, mentre a Roma Diego Pablo Simeone aveva già risolto la pratica. Ed è qui che entrano in scena Calori e il destino: ancora una volta, così come in Perugia-Milan, a decidere le sorti dello scudetto sarà il Perugia, che sugli sviluppi di una palla lanciata in area di rigore trova la via del goal con Calori, battendo Van der Sar.

Contro il suo cuore

Con quel goal Calori diventerà famoso: osannato dai laziali e odiato per anni da juventini e romanisti; nel 2014 gli fu anche consegnato il premio “lazialità”, nonostante lui con la Lazio non abbia mai giocato nemmeno un minuto. In una intervista del 2017, rilasciata poco prima di diventare allenatore del Trapani in Serie B, confesserà di aver tradito la sua fede da tifoso con quella rete, ma che fu lo stesso presidente Gaucci a chiedere ai suoi una prestazione esemplare, regalandoci una storia calcistica piena di romanticismo, di quelle che ormai da tempo nel nostro paese non si vedono più, e di cui sentiamo un grandissimo bisogno.

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