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La Supercoppa italiana si giocherà a Gedda, Arabia Saudita

Supercoppa Italiana; Sicuri che l’Arabia Saudita sia la scelta migliore?

Il prossimo 16 gennaio si giocherà, finalmente, la Supercoppa italiana. Se la contenderanno la Juventus, vincitrice del campionato e della Tim cup, e il Milan, che perse in finale di Tim cup contro i bianconeri lo scorso maggio. Le due squadre si sono affrontate anche due stagioni fa, a Doha, ed ebbero la meglio, ai rigori, i rossoneri di Montella.

Questa edizione della Supercoppa sarà la decima della storia a giocarsi fuori dai confini nazionali (e la sesta negli ultimi nove anni), dopo che già in passato si giocò a Washington (1993), a Tripoli (2002), a New York (2003), a Pechino (2009, 2011 e 2012), a Doha (2014 e come già detto nel 2016) e a Shangai (2015). Per l’edizione 2018 (anche se si gioca nel 2019 è comunque l’edizione 2018) è stata scelta come sede Gedda, in Arabia Saudita.

Che il calcio, ma gli sport di squadra in generale potremmo dire, viste le partite di NFL a Wembley o quelle di NBA a Londra, scelga sedi estere per le finali di coppe nazionali non è dunque una novità, e in un mondo, quello del calcio, dominato dal business e dagli introiti derivanti da sponsor e televisioni, queste scelte dovrebbero smettere di stupirci. E infatti, questo è un articolo di denuncia verso l’Arabia Saudita e non uno scritto su quanto fosse più romantico il calcio di una volta e di che ne sanno i 2000.

Scegliere l’Arabia Saudita come sede di una finale di coppa italiana è l’emblema del menefreghismo che circonda il calcio: se ci sono di mezzo i soldi non ci interessa nulla dei diritti umani e della democrazia. Perciò, se proprio vogliamo fregarcene del benessere delle persone e del sistema democratico, quale sede migliore dell’Arabia Saudita?

Storia e curiosità in pillole

Il Regno dell’Arabia Saudita nasce nel 1932, dopo la conquista del Regno dell’Hijaz da parte del Sultanato del Najd. La capitale è Riad, la lingua è l’arabo, la popolazione è superiore ai trentuno milioni di abitanti e nel Paese si trovano sia la Mecca che Medina, i due santuari più sacri dell’Islam. Ha il trentaseiesimo PIL mondiale ed è il secondo Stato più grande del mondo arabo dopo l’Algeria. Ha le più grandi riserve di petrolio a livello mondiale, e l’oro nero rappresenta il 90% delle esportazioni e il 70% delle entrate statali. L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta ed è l’unico Stato al mondo, assieme a Città del Vaticano, a non avere un parlamento. Il monarca, e maggiore entità religiosa dello Stato, è Re Salman bin Abdul Aziz Al Saud, che ha indicato in suo figlio, Mohammed bin Salman, il suo successore. Fino allo scorso 24 giugno l’Arabia Saudita era l’unico Paese al mondo in cui era vietata la guida alle donne: una riforma del principe ereditario ha fatto cadere questo tabu, come in precedenza aveva già fatto lo stesso principe ereditario aprendo le porte dell’imprenditoria e degli stadi alle suddite. Nonostante queste timide aperture al sesso femminile, il problema dei diritti umani in Arabia Saudita rimane enorme, come dimostrano le incarcerazioni preventive e senza processo dei cosiddetti dissidenti, la tortura e la pena di morte. Dal 2015 il Paese è impegnato in un conflitto contro lo Yemen. Scrivo conflitto e non guerra perché gli unici a subire ripercussioni sono gli yemeniti, mentre l’Arabia Saudita deve solo preoccuparsi di rifornirsi di armamenti e bombe da sganciare sulle città controllate dai ribelli Huthi. Dal 2015 in Yemen, a seguito dei continui bombardamenti del vicino gigante, è in corso una crisi umanitaria che ha pochi precedenti simili e a complicare il tutto vi è una carestia che sembra non voler mollare il più povero dei Paesi del Golfo. La crisi umanitaria yemenita continua a passare in sordina, nel totale disinteresse mondiale. Le storiche alleanze con Stati Uniti ed Israele a qualcosa dovranno pur servire ai sauditi, no?

Ma in Italia non si vive di solo calcio. Nonostante la crisi che attanaglia il Bel Paese da una decina d’anni, possiamo vantare fior fior di industrie sul nostro territorio: un vero orgoglio italiano. Tra queste vi segnalo la RWM, società tedesca ma con sede legale a Ghedi, Brescia, produttrice di materiale bellico. Nello stabilimento di Iglesias, Sardegna, si producono bombe e poco più di due settimane fa, il 9 novembre per la precisione, il Comune di Iglesias ha dato il via libera all’ampliamento della fabbrica RWM con sede nel comune sardo. Cosa c’è di strano? RWM nel 2016 ha preso una commissione da 411 milioni di euro per la produzione di 20’000 bombe. Il governo italiano, tenuto per legge a rendere pubbliche le esportazioni di materiale bellico (essendo il nostro un Paese che per Costituzione “ripudia la guerra”), si è ben guardato dallo specificare il Paese destinatario di questa commessa, limitandosi a parlare di “area mediorientale”. Lo scorso luglio, dopo un bombardamento su un villaggio yemenita, costato la vita tra gli altri anche ad una madre ed ai suoi quattro figli piccoli, i frammenti ritrovati di una bomba indicano chiaramente il luogo di produzione dell’ordigno: Iglesias, Sardegna, Italia. Il calcio unirà le culture ma un ordigno bellico fa lo stesso facendo risparmiare del tempo. E in un mondo che corre veloce sappiamo benissimo quanto il tempo sia denaro.

Diritti umani hai detto?

Lo scorso anno, Re Salman, in seguito ad alcune proteste che hanno attraversato il suo regno, ha privato il Ministero dell’Interno dei poteri d’indagine e di persecuzione dei reati, trasferendo questi poteri all’ufficio del Pubblico ministero, che è passato sotto la diretta autorità del re. Tutto ciò è stato fatto per non avere nessuno che possa anche solo pensare di mettersi in mezzo tra il re e le sue decisioni. Dopo questo trasferimento di poteri gli arresti e le lunghe detenzioni sono aumentate nel Paese, e a finire in carcere sono principalmente i sudditi di fede sciita e i difensori dei diritti umani. Una volta entrati in carcere è normale venir torturati e, in alcuni casi, uccisi, tanto non vi sarà mai nessuno che indagherà su quanto accaduto dietro le sbarre.

Lo scorso 23 agosto, per cinque attivisti per i diritti umani, è stata richiesta la pena di morte. I cinque sono accusati di aver sostenuto i ribelli sciiti e di aver documentato le manifestazioni antigovernative.

Per pura informazione vado a citarvi alcuni degli altri reati che nel Regno dell’Arabia Saudita prevedono come pena la morte: rapina a mano armata, sodomia, sabotaggio, apostasia (rifiuto della religione islamica) e omosessualità. Però vi è da dire, per completezza d’informazione, che si può morire in quattro modi diversi: lapidazione, crocifissione, impiccagione e decapitazione. Quest’ultima fa tendenza negli ultimi anni. Se invece si ha la fortuna di essere donne, si può scegliere di essere giustiziate con un colpo di pistola alla testa: in questo modo la suddita peccaminosa potrà evitare di scoprirsi il capo. La bontà del monarca saudita sembra non conoscere confini.

A marzo dell’anno in corso nel braccio della morte trovavano casa ventidue persone condannate per aver partecipato a proteste antigovernative, diciannove per reati di droga, quattro per rapina e dodici per reati violenti (terrorismo e omicidio). Entro la fine del 2018 la previsione è di duecento esecuzioni per quest’anno.

Caso Khashoggi

Il 2 ottobre è scoppiato il Caso Khashoggi, caso che prende il nome del giornalista saudita sparito nel nulla dopo essere entrato nel Consolato dell’Arabia Saudita in Turchia.

Jamal Khashoggi era un giornalista saudita che in carriera ha ricoperto diversi ruoli importanti nei media dello Stato arabo. Fu, tra le altre cose, vicedirettore per Al-Arab News Channel ed editore per il quotidiano al-Watun, che sotto la sua guida si è trasformato in un giornale progressista. Proprio per questo suo strizzare l’occhio al progressismo, Khashoggi si è reso inviso alla famiglia reale, che nel 2017, come a volergli dare un segnale, gli chiuse il profilo Twitter. Il segnale da Khashoggi fu recepito: in poco tempo preparò una valigia e si auto esiliò negli Stati Uniti. Lo scorso 2 ottobre entrò nel Consolato saudita in Turchia, dal quale non ne uscì più.

Dopo aver provato una difesa difficile, dove l’Arabia Saudita dichiarava che Khashoggi aveva lasciato il Consolato da un’uscita posteriore (versione prontamente smentita dalla Turchia, che faceva notare come nessuna telecamera a circuito chiuso riprese l’uscita del giornalista dal Consolato), il 19 ottobre la tv di Stato saudita conferma la morte di Jamal Khashoggi, avvenuta a seguito di un diverbio scoppiato durante la sua visita al Consolato di Istanbul. Sembra che Jamal Khashoggi sia stato fatto a pezzi una volta ucciso, in modo da facilitare la sparizione del suo corpo.

Il 15 novembre la Procura generale saudita ha emesso cinque condanne a morte e ha richiesto l’arresto di altre sei persone, accusate anch’esse di aver preso parte all’omicidio del giornalista. La stessa Procura si è sbrigata a smentire un qualsiasi coinvolgimento nella vicenda del principe ereditario Mohammed bin Salman.

Conclusioni

Possiamo dirci ora che la scelta dell’Arabia Saudita come sede della finale di Supercoppa italiana sia stata un errore? Davvero in nome del Dio Denaro possiamo chiudere gli occhi davanti ad un Paese che viola ogni giorno i diritti umani, che tortura, che manda a morire gli accusati di una rapina, che bombarda lo Yemen e che uccide e fa a pezzi i giornalisti dissidenti?

Lo scorso turno di campionato è stato segnato dall’iniziativa contro la violenza sulle donne: i calciatori sono entrati in campo con un segno rosso sul volto per testimoniare vicinanza alle donne picchiate e uccise in Italia. Una bella presa di posizione, non c’è che dire, ma che senso ha allora andare a giocare in un Paese che vede nella donna un essere inferiore, che vive la sua vita in completa balia del marito, del padre, dei fratelli maschi?

FIGC, pensaci. E nel frattempo prova vergogna.

 

Fonti:

Amnesty International

Askanews

Business Insider Italia

Il Fatto quotidiano

Occhi della guerra

Wikipedia

 

Di Davide Ravan

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