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Valerio Bona: gol, lavoro, e altruismo con il pallone sullo sfondo

Attaccante prolifico della Juventus nei primi anni del club, Valerio Bona rinnega il fascismo e salva vite umane dalla deportazione: tra cui quella di Sergei Hutter

di Stefano Ravaglia

Lo “zio Bergomi” lo ricordano tutti: baffoni, personalità da vendere e un Mondiale vinto da diciottenne. Ma c’è un altro zio nella storia del football italiano che ha preso gli onori delle cronache e non solo per meriti calcistici.

Si chiamava Valerio Bona, soprannominato “zio bomba”, perché, fisicamente prestante e potente, non lesinava tiri micidiali ai portieri avversari. La sua è una storia di lavoro, amicizia, calcio e altruismo. Originario di Carignano, vicino Torino, gestisce con il fratello Gaspare un lanificio di famiglia, ma oltre allo studio la sua vera passione è il pallone.

La Juventus è un manipolo di ragazzi ben lontani dai grandi campioni che sarebbero venuti più avanti, ed è una società giovane, fondata nel 1897. Quando arriva la guerra, l’altopiano della Bainsizza, zona che oggi possiamo ritrovare tra Nova Gorica e il canale d’isonzo, in Slovenia, è il teatro della breve carriera militare di Valerio tra il 1916 e il 1918, e le sue azioni gli valgono una medaglia di bronzo al valor militare. In bianconero aveva esordio nel 1911 e riuscirà a riprendere gli scarpini quando tornerà alla vita civile, rimanendo bianconero fino al 1921.

Ma forse la parte calcistica qui c’entra il giusto: Bona è veramente un fiume in piena in molte altre attività. Amplia la fabbrica, allargandola anche ad affari nel mondo dell’automobile e accumulando ricchezze che permetteranno alla ditta di resistere alla crisi del 1929, incontra pittori, scultori, scrittori e spinge Eugenio Baroni a costruire il monumento dedicato a Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, a palazzo Madama in Torino. Finanzia la rivista “L’Eroica” dando così significato al suo amore per la penna, e quando sta per sopraggiungere il secondo conflitto mondiale (sarà ancora sul fronte come maggiore di riserva nell’area greco-albanese) si rende conto di aver commesso un errore sposando le idee fasciste, al quale aveva aderito nel 1932.

E qui comincia un’altra storia: un mattino del 1943 riceve una telefonata da Fratel Giocondino, professore al collegio San Giuseppe dove studia il figlio di Bona, Gian Piero, insieme a un caro amico, Sergei Hutter. Lo stesso Gian Piero ha raccontato così la vicenda:

«Nel 1943 mio padre, Lorenzo Valerio Bona, fu chiamato urgentemente al Collegio San Giuseppe dal mio professore, l’ allora Fratel Giocondino, il quale gli disse che bisognava salvare immediatamente un mio compagno di banco, Sergio Hutter Jontof, ebreo, denunciato da un altro allievo di cui non mi sento di farle il nome. La madre di Sergio, maestra di danza, Bella Markmann, scappata negli anni 20 con la nonna Rebecca Verté dalla Russia, si era rifugiata a Roma con il primo figlio Marcel. Sergio aveva voluto rimanere nella sua mansarda di via Garibaldi. Ora Fratel Giocondino, molto amico di casa nostra, aveva saputo di un imminente rastrellamento del quartiere da parte dei tedeschi. Mi pregò di dire a mio padre di recarsi subito da lui, che si trattava di salvare dalla deportazione e da sicura morte il mio compagno. E così feci. Ricordo che andammo in macchina il giorno stesso a prelevare Sergio, ancora poche ore e sarebbe stato troppo tardi. Sergio fu portato nella nostra casa di campagna, a Carignano, e lì nascosto per due anni e mezzo, sotto il falso nome di Caruso, come fosse un mio cugino»

E in quella casa di campagna, la storia si sbizzarrisce: gli inquilini vivranno a stretto contatto con un ufficiale nazista ospitato in casa, poiché di fronte alla villa i gerarchi prendono una scuola e ne fanno il loro quartier generale. L’ufficiale viene soprannominato da Gian Piero “Do di petto”, per sfottere la sua presunta arte nel canto, e insegna al pappagallo di casa a dire “Heil Hitler” in sua presenza. Una storia ai limiti dell’incoscienza, vissuta fianco a fianco con il nemico. Nel frattempo, Sergei Hutter, o meglio, Sergio Caruso, il finto cugino di Gian Piero, comincia a coltivare la sua passione per l’architettura abbandonando le lettere.

La vita avrà premi per tutti, e non è un fatto assolutamente scontato per quei terribili giorni: Gian Piero diviene poeta e scrittore (redigerà “L’amico ebreo”, dove racconterà questa storia), papà Valerio continua a portare avanti l’azienda con alterne fortune prima di trasferirsi in Argentina dove morirà nel 1971, ma soprattutto il cerchio si chiude quando Sergio, scomparso nel 1999, disegna lo stadio “Delle Alpi” a Torino, uno dei teatri del Mondiale 1990, sulle quali ceneri sorge oggi lo Juventus Stadium.

Quasi un moto di gratitudine per Valerio Bona, che in bianconero aveva sfondato le porte da calcio ma aveva aperto soprattutto le porte dell’accoglienza a quel ragazzo ebreo togliendolo a un crudele destino.

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