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Vodka, Maradona e parate: storia di Hugo Gatti, “el loco”

Sgargiante nelle sue magliette, ha vissuto su entrambe le sponde il derby di Buenos Aires. Sempre sopra le righe, anche fuori dal campo. Un’icona

di Stefano Ravaglia

 

Personalmente, a me di stare in porta non è mai piaciuto. D’altronde il sogno di un bambino è quello di correre, segnare, esultare, vincere da protagonista, il massimo protagonista, ossia quello che segna il gol decisivo. Non era così per Hugo Orlando Gatti, classe 1944, nato il 19 agosto, in pratica un anno dopo altre due grandi conoscenze del pallone come Rivera e Rosato. A lui mica piaceva correre: meglio starsene in porta, guardare la partita e muoversi poco. Hugo Gatti i calciofili di lungo corso non possono non citarlo o non menzionarlo.

E’ stato un portiere, forse è stato “il” portiere, un ruolo che secondo Eduardo Galeano “è lui che paga il conto sotto una grandinata di palloni, espiando peccati altrui”. Gatti, 182 cm e una zazzera da hippy, invece i peccati li commetteva (nulla di che, intendiamoci) e voleva pagare poche volte il conto. Semplicemente non era ordinario, così come Chilavert, così come Higuita, facente parte cioè di quella classe di numero uno sudamericani che i gol li segnano e non solo li evitano, o si mettono in evidenza per la loro spiccata personalità.

E “il clasico”, quello per antonomasia. Gatti ha giocato in tutte e due le sponde: River e Boca. Prima tra i milionarios come riserva di Carrizo. Quattro stagioni in cui impara molto, soprattutto come comportarsi nel derby dei derby: in una occasione i tifosi Xeneizes gli tirano di tutto, e lui, pacifico, prende una scopa e spazza via lattine e monetine prendendosi pure gli applausi rivali. Poi va al Gymnasia, mettendo insieme altre 200 presenze e sfoggiando la sua classe, che accompagna il suo essere istrionico, il tutto espresso in una squadra di secondo piano che poteva dargli la possibilità di esprimersi a tutto tondo.

Lo chiama la Union Santa Fe, poi, perchè il suo allenatore, Juan Carlos Lorenzo, un passato anche alla Lazio e alla Roma, finalista di Coppa dei Campioni nel ’74 con il suo Atletico Madrid, se ne è invaghito professionalmente. E’ solo un trampolino per saltare dall’altra parte di Buenos Aires, sua città natale, al quartiere Boca. Quello tradizionalmente più operaio e meno borghesotto del River, milionarios di nome e di fatto, quello per cui in fondo è sempre stato una pecorella smarrita che finalmente torna all’ovile. E’ soprannominato “El loco”: calzettoni giù senza parastinchi, zazzera fasciata da un elastico e stravaganza perenne con divise rosa, azzurre, ciclamino e via dicendo, precorrendo i tempi moderni. E quel modo di parare aspettando gli avversari allargando le braccia e mettendosi in ginocchio. Sport e misticismo religioso.

Nel 1976 gioca con la nazionale una partita a Kiev, contro l’ex URSS. Freddo glaciale. Non per lui: “Nella borraccia che ho sistemato dietro alla porta non ho messo acqua, ma vodka. Ogni tanto ne mandavo giù un sorso. E così sono sopravvissuto senza correre il rischio di morire assiderato”. Nei due anni successivi coglie finalmente i primi successi con il club ‘azul y oro’ alzando la Coppa Libertadores e anche l’Intercontinentale contro il Moenchengladbach, che partecipa al posto dell’impossibilitato Liverpool campione d’Europa.

Nel 1980 si trova davanti un numero dieci dell’Argentinos Juniors, si chiama Diego ed è piuttosto bravo. Non secondo Hugo. “Ma non lo vedete? E’ grasso, dove volete che vada?”. Per tutta risposta, Maradona gliene fa quattro: uno su rigore, uno su punizione, l’altro con una sorta di calcio d’angolo corto che non si sa nemmeno come abbia fatto a entrare, e chiude i conti nella ripresa con un tocco sotto sublime. Finisce 5-3. Maradona ha fatto breccia nei dirigenti del Boca, che l’anno successivo lo porteranno alla Bombonera e giocherà col suo rivale soltanto una stagione prima di passare al Barcellona.

Nel 1978, intanto, si erano disputati i Mondiali in Argentina. Ma Hugo non c’era. Ubaldo Fillol, nuovo portiere, gli aveva rubato il posto a colpi di classe. Giusto così secondo Gatti: “Non vado al Mondiale da secondo. Ho 35 anni, e sono contento che Ubaldo sia divenuto titolare. E’ giovane e bravo, se lo merita”. In realtà, non voleva rendersi complice della dittatura di Videla, che mentre si giocava il Mondiale faceva rinchiudere i dissidenti e li torturava. Hugo Gatti però non tiene fede all’età anagrafica: giocherà addirittura altri 9 anni, chiudendo a 44 primavere ancora con la maglia del Boca addosso, nel 1988. Con 26 rigori parati all’attivo.”El Grafico”, la storia rivista argentina, gli ha dedicato più di una copertina. In una di queste, campeggia il titolo: “El show de Gatti fue grandioso”.

Oggi, Hugo Gatti ha sempre la stessa zazzera, ma imbiancata. E anche in tv battaglia come fosse in campo. Nel 2017, nel programma sul calcio spagnolo in cui è ospite fisso, “El Chiringuito”, quasi prende a mazzate Cristobal Soria, ex dirigente del Siviglia, per una divergenza di opinioni. Il nostro, prima gli intima di “No me vas a provocar”, poi si alza dalla sua postazione e si dirige dal rivale, fermato in tempo dai colleghi. “Te voya matar!”, ti ammazzo. Hugo Gatti, “el loco”. Chi sennò?

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