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Il punto e a capo di Frank Williams

Il 1986 è il punto e a capo nel libro della vita di Frank Williams. Uno degli uomini che ha contribuito a rendere la Formula 1 così leggendaria e stoica, grazie alla sua passione, dedizione…e resilienza.

Anno nuovo, nuova Williams. La FW11, rispetto alla precedente FW09 che conservava la stessa impostazione della monoposto dell’’84, ha una marcia in più: dopo un periodo di tre stagioni di rodaggio del motore Honda, la squadra riesce a mettere a punto la nuova tecnologia turbo dei propulsori del Sol Levante, gli unici concessi dal regolamento della stagione ‘86.

Gli ingegneri Williams, dopo aver constatato che il motore aveva finalmente raggiunto un buon compromesso tra durata e prestazioni, decidono che era arrivato il momento di incanalare tutto il proprio lavoro nella progettazione di una vettura che non cercasse la performance ad ogni costo. Una scelta lungimirante: il quantitativo di ritiri che aveva caratterizzato le ultime stagioni, infatti, si riduce drasticamente.

Dopo aver dominato le ultime gare del campionato del 1985, la Williams è decisa a dominare la stagione ‘86 e si appresta ad essere la favorita assoluta, ingaggiando due piloti di una certa importanza. Sanguigni, talentuosi, assetati e sicuri del proprio potenziale. Insomma, due galli nello stesso pollaio, un’arma a doppio taglio: il nuovo arrivato Nigel Mansell e il bicampione del mondo carioca Nelson Piquet. Ma qualcosa, prima dell’inizio del mondiale, prima del Gran Premio inaugurale in Brasile, va storto. Francis Owen Garbett Williams, detto semplicemente Frank, è un uomo innamorato della vita, dello sport, dei motori e della spremuta d’arancia. Non si ferma mai, la velocità scandisce ritmo della sue giornate, una corsa continua. “Corsa” non solo motoristica. Frank amava correre, poggiare i piedi sull’asfalto, tagliare il vento.

Per effettuare i test pre-stagione, l’intero team decide di recarsi nel sud della Francia, al tracciato del Paul Ricard. Le prestazioni sono così soddisfacenti, che Frank pensa che forse non è così impossibile rientrare a casa e prendere parte alla maratona prevista nella sua contea la la mattina seguente.

Così, insieme a Peter Windsor, l’allora responsabile marketing della Williams, si mette alla guida di una Ford Sierra presa a noleggio e si dirige verso l’aeroporto di Nizza. Per fare prima, Frank imbocca la strada dietro il circuito molto stretta e tutte curve. La sua guida è veloce, fa gimcane e frenate all’ultimo. E poi accelera.

Dopo un rettilineo in discesa arriva la svolta della vita di Frank. Il punto e a capo. La velocità raggiunta è troppo alta per uscire indenni dalla curva a gomito davanti ai suoi occhi e l’impatto contro il muro è inevitabile. La macchina prende il volo. Poi un tonfo. E uno schianto.

Windsor esce miracolosamente illeso dall’incidente, a differenza di Frank che viene immediatamente trasportato presso l’Ospedale di Marsiglia, dove si precipitano subito la moglie Ginny e Patrick Head. Dopo una lunga battaglia, Frank vince contro la morte, ma a caro prezzo. Sopravvive, da tetraplegico.

Nonostante le sue braccia siano ridotte a pistoni di carne con ossa senza sensazioni, a meno di sei mesi da quel maledetto giorno, riesce a fare abbastanza forza sulle spalle per imparare a spingere da solo la sua carrozzina. Riapparendo nel paddock di Brands Hatch, nel suo mondo tanto amato, accolto da urla e calorosi applausi. Come un segno del destino, quella gara, fu caratterizzata dal duello tra Mansell e Piquet. I due piloti doppiano tutti, con il leone inglese vincitore in casa, davanti agli occhi gioiosi del loro datore di lavoro.

A differenza dalle aspettative e dai pronostici, è Alain Prost a essere incoronato Campione del Mondo ‘86, con la Williams che deve accontentarsi del titolo Costruttori. Ma la grande era Williams doveva ancora arrivare. Un’era che Sir Frank avrebbe sempre seguito.

E come l’amore per un figlio, Frank avrebbe accompagnato sempre la sua squadra anche nei suoi momenti difficili. Fino alla fine. Fino a quando ne avrebbe avuto la forza.

Fino a quando, come Enzo Ferrari, chiude i suoi occhi per sempre in una domenica senza Formula 1. Quasi a non voler disturbare, con l’assordante rumore del dolore, quella viva e grintosa melodia dei suoi amati motori.

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