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Saturday night at the Hive: Dee Brown e Craig Hodges

Carlotta di Meclemburgo-Strelitz era ancora una teenager quando, nel 1761, convolò a nozze con re Giorgio III entrando a far parte in questo modo a tutti gli effetti della famiglia reale inglese. A 17 anni quindi la giovane moglie divenne regina di Gran Bretagna e Irlanda, un titolo che la consorte, con il debole per la botanica e la musica, conservò fino al giorno del decesso per complessivi 57 anni.

Ora, tra tutti i contributi lasciati ai posteri come perenne ricordo del suo passaggio su questa terra, il lascito più importante di questa sovrana di origini tedesche si colloca al di là dell’Oceano Atlantico, a parecchie centinaia di chilometri dalle isole del Regno Unito, in quegli Stati Uniti d’America in cui sette anni dopo la sua incoronazione a un insediamento dell’attuale North Carolina fu dato il primo nome di battesimo della ragazza, ovverosia Charlotte.

Duecentocinquant’otto anni dopo lo stesso agglomerato di case, sviluppatosi secondo i più moderni canoni d’urbanistica ed edilizia, detiene ancora il soprannome di “Queen City” in suo ricordo e in questi giorni si anima per ospitare il weekend delle stelle NBA, manifestazione che, seppur con qualche modifica nel format, resta oggetto di grandissima attrattiva e curiosità (tra gli sportivi e non) a tutte le latitudini.

Anche quest’edizione culminerà con la sfida tra alcuni dei migliori interpreti di questo sport fissata per domenica 17 febbraio, una data assolutamente non casuale: quel giorno infatti è uno dei tanti segnati col circoletto rosso dagli appassionati di pallacanestro perché data di nascita di uno dei più grandi, se non il più grande di sempre, a muoversi con una palla a spicchi fra le mani. L’identikit è quello di Michael Jeffrey Jordan il quale, nato nel 1963, da qualche tempo è anche proprietario proprio della squadra (gli Charlotte Hornets) della città che, a 28 anni dalla prima volta, ospiterà nuovamente l’evento.

Brown
Michael Jordan (foto: zimbio.com)

In realtà il centro urbano più popoloso dello stato avrebbe dovuto accogliere il grande circo dell’All Star Game due anni orsono ma in quelle circostanze fu la lega stessa a revocare l’assegnazione a causa di una legge nota come House Bill 2 (poi abrogata), discriminatoria e reputata offensiva nei confronti di trasgender e comunità LGBT.

Risolto l’equivoco e trovata la soluzione a questa norma che pare abbia comunque provocato un discreto danno economico (le stime dicono circa 100 milioni di dollari) e d’immagine a “The City of Churches” (appellativo frutto delle 1246 chiese presenti in città), Charlotte può dare dunque finalmente il benvenuto alle stelle che illumineranno e faranno vibrare lo Spectrum Center, augurandosi che lo spettacolo fornito si avvicini o, se possibile, superi quello del 1991, edizione che, tra i tanti motivi per cui è passata alla storia, annovera certamente uno degli All Star Saturday più iconici di sempre.

Non per sminuire quello che accadde la domenica fra Est e Ovest in una gara comunque densa di significati e spunti (dal ritorno di Bernard King nella gara delle stelle sei anni dopo la sua ultima partecipazione, all’ultimo All-Star Game del duo Celtics Kevin McHale-Robert Parish) conclusa con la vittoria dell’Est dopo l’inspiegabile interferenza di Karl Malone sul possibile ultimo tiro vincente di Kevin Johnson e l’Mvp assegnato a Charles Barkley (17 punti e 22 rimbalzi, mai così tanti da Wilt Chamberlain nel 1967), ma ciò a cui diedero vita Dee Brown e Craig Hodges la sera prima, rispettivamente nella gara delle schiacciate e in quella del tiro da tre punti, è un qualcosa che ha avuto un impatto straordinario ed è tutt’ora attuale e ben saldo nell’immaginario del tifoso NBA e non solo.

Brown, 19^scelta al draft 1990 dei Boston Celtics, era un rookie appassionato della tradizione e della cultura propria della franchigia biancoverde ben prima che la lottery lo consegnasse alle dipendenze di coach Chris Ford. Arrivato in un momento in cui le stelle della squadra che avevano segnato il decennio precedente stavano lentamente avviandosi sul viale del tramonto, il numero 7 non impiegò molto a farsi notare dai veterani della compagine del Massachusetts che in breve tempo, viste le doti fisiche associate ad umiltà e determinazione, lo accolsero sotto la propria ala protettiva guidandolo in campo fino a strappare la convocazione per la gara delle schiacciate all’All-Star Game 1991.

Hodges
La famosa schiacciata di Dee Brown (foto: complex. com via Sports Illustrated)

Stuzzicato da un paio di idee dategli da McHale e per nulla intimorito dal contesto, Dee ricevette poi una motivazione extra da alcuni tifosi che, scherzando durante la firma di qualche autografo prima della contesa, a voce alta si chiesero chi fosse domandando a Shawn Kemp, presente e favorito in quel contest data l’assenza del campione uscente Dominique Wilkins, se per caso si trattasse del “suo fratellino”.

Mosso allora dalla voglia di emergere, di stupire e soprattutto di divertire facendo “qualcosa di diverso, di originale, […] che la gente ricordasse”, Brown si esibì in una schiacciata con due palloni, uno in mano e uno collocato già precedentemente sul ferro, mai eseguita da nessuno e, soprattutto per la prima volta, in una “no-look” o “blind dunk” diventato da quel momento il suo segno distintivo, il suo marchio di fabbrica: un salto frontale verso il canestro con la palla in una mano e il rimanente braccio libero piegato sugli occhi a coprire la vista e il volto.

Grazie a quella realizzazione il nativo di Jacksonville sconfisse Kemp in finale assicurandosi il titolo della competizione, evento grazie al quale ricevette un’inaspettata e unica ventata di popolarità che lo consegnò al grande pubblico e lo mise definitivamente sulla mappa. In breve, seguirono richieste e spot (come quello per la famosa marca di ciambelle Dunkin’Donuts), mentre le scarpe con cui saltò quella sera, le “pump” della Reebook, finirono per essere associate inevitabilmente e in maniera indissolubile a lui.

Dee, dato che prima di ogni schiacciata si preparava premendo vistosamente a favore di telecamere il pump ad aria inserito sulla linguetta delle sue calzature, dichiarò che non aveva stipulato alcun tipo di accordo con Reebok che lo obbligasse ad esibirsi in quella mossa, ammettendo che era tutto frutto di un’improvvisazione momentanea.

Le “pump” di Reebok (foto: zimbio.com)

Se però la cosa però da un lato finì per rendere ulteriormente riconoscibile lui così come il brand che indossava, dall’altro, a parte la notorietà immediata, non coincise con l’inizio di una grande e prospera carriera: Brown infatti, nonostante alcuni altri highlights tra cui l’investitura a capitano dei Celtics, in biancoverde fu limitato fisicamente da un problema al ginocchio che gli fece perdere esplosività e, da uomo squadra più preoccupato per i destini del team che del proprio, nel 1998 passò prima a Toronto e poi ad Orlando, dove dopo 12 stagioni pose fine alla sua carriera. Tutto ciò, non prima di essere entrato nuovamente negli annali NBA nel 1999 quando chiuse la stagione da primo giocatore per triple realizzate e tentate, un fondamentale che ebbe modo di affinare col tempo e che lo collega in modo diretto all’altro protagonista di quel 9 febbraio 1991, vale a dire Craig Hodges.

Al suo nono e penultimo anno in NBA, il prodotto di Long Beach State si presentò al contest di quella stagione vestendo la maglia della sua quarta squadra in The League (i Bulls) e, in particolare, con un titolo di Three Point Shootout Champion (quello del 1990) e cinque partecipazioni consecutive alla gara già in tasca.

Prima della bella cavalcata ai playoffs che al termine di quell’annata sportiva gli avrebbe consegnato anche il primo (di due) e ben più riconoscibile anello di campione NBA, da assoluto specialista della materia il numero 14 della squadra di Jordan e Pippen approcciò la gara del 1991 in quel di Charlotte da campione uscente e principale favorito, ma alla pressione in questo contesto era ormai abituato e così, senza eccessivi patemi, finì per primeggiare in tutti i tre round previsti dalla competizione conquistando in maniera inevitabile quella che fu la seconda di tre vittorie consecutive nella manifestazione.

A fungere da vittima sacrificale del cecchino dell’Illinois in finale fu Terry Porter (sconfitto 17-12), il quale però poco prima, assieme agli partecipanti, aveva strabuzzato gli occhi basito di fronte a una prestazione mai vista finora in quella gara. In semifinale infatti, fra gli “Oh!” sempre più rumorosi degli increduli astanti, Hodges imbucò i primi 19 tiri consecutivamente stabilendo un record che tutt’ora gli appartiene e che nessuno ancora è riuscito ad eguagliare.

Craig Hodges in azione (foto: 1440wrok.com)

Quell’incredibile primato, come anche poi la vittoria dell’anno successivo e il secondo Larry O’Brien Trophy conquistato con Chicago, tuttavia non gli permisero di trovare un contratto al termine della stagione 1991/92, costringendo così l’ormai 32enne ad emigrare per gli anni conclusivi della sua carriera in Europa, dove fece sosta, addirittura come tappa inaugurale, anche a Cantù. In Lombardia però, nonostante le ottime premesse (il giorno della presentazione si dice abbia infilato un invidiabile 30/32 dall’arco vestendo in borghese) e i numeri di primissimo livello che fece registrare nelle prime uscite coi brianzoli (20,9 punti di media col 54,5% da tre punti), fu tagliato dopo solo 8 partite.

Lui stesso, come molti altri, oggi sostiene di essere stato obbligato a cercarsi una nuova sistemazione nel Vecchio Continente a causa delle forti e decise posizioni che assunse nel 1992 circa il razzismo e le diverse condizioni di vita della gente di colore americana. Il suo tentativo, anche con modi provocatori per l’epoca (vedi il dashiki con cui si presentò alla Casa Bianca il giorno del ricevimento dei Bulls da parte del presidente Bush), di far aprire gli occhi ai più sui disagi e sui trattamenti che gran parte del popolo nero negli Stati Uniti era ancora impegnato a fronteggiare non piacque, a suo avviso, all’establishment della lega (poi oggetto, per questo motivo, di una causa intentata da lui nel 1996) che gli rese impossibile la permanenza sui propri palcoscenici.

Autore di un libro autobiografico contenente anche capitoli importanti inerenti alla lotta in favore degli afro-americani, Hodges resta convinto che, come ulteriori prove dell’ostracismo attuato nei suoi confronti a causa della sua opera di sensibilizzazione atta a “convincere i ragazzi a fare qualcosa fuori dall’ordinario, a guardare il mondo intorno loro”, suo figlio Jibril non sia stato selezionato a nessun camp pre-draft e che la lega abbia apposta introdotto il carrello delle money-ball nel Three Point Contest per far sì che qualcuno riuscisse a togliergli il record di 25 punti totalizzati in una singola sessione di tiro nel 1986 (cosa poi effettivamente verificatasi più volte nelle ultime edizioni).

Devin Booker nel Three Point Contest l’anno scorso, quando anche grazie al carello delle money ball mise a segno il record di punti della manifestazione (28)

La sua vicenda e i suoi ferrei sforzi di provare a cambiare le condizioni della gente di colore come di discutere e togliere il velo da temi come incarcerazioni, schiavitù, violenza di strada ad ogni modo non sono stati vani o inascoltati: di recente, partendo proprio dalla sua tanto discussa visita alla Casa Bianca, l’esempio di Hodges è uno di quelli che Lebron James e Gotham Chopra sono andati a ricercare e hanno voluto inserire nel loro documentario Shut up and dribble”, un’indagine su quanto e come i giocatori nel corso della storia abbiano preso una posizione netta e si siano esposti su temi di attualità sociale.

L’All-Star Game di Charlotte potrebbe essere (e quasi sicuramente sarà) occasione per celebrare questa figura di rilievo fuori e dentro il rettangolo da gioco dove è lecito aspettarsi, quando scatterà la competizione, un qualche omaggio anche per l’indimenticato Dee Brown, il secondo grande protagonista di quell’irripetibile Saturday night a The Hive, la vecchia arena degli Hornets (rimasta in piedi per 17 anni) teatro di quella esibizione.

Anche se in questo caso il weekend delle stelle si svolgerà nella nuova casa dei calabroni ci sarà scuramente più di un atleta che, ispirato dalle vicende e dai personaggi che animarono quel fine settimana di 28 anni fa, proverà a regalare un nuovo spettacolo e un nuovo sabato fuori dal comune: resta solo da scoprire chi e come manderà in visibilio il pubblico della “Città Regina”.

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