Home / HISTORY SPORT / Matthew Le Tissier: oh my God!

Matthew Le Tissier: oh my God!

La storia dell’uomo dai piedi fatati che rifiutò i grandi club per restare nella sua amata Southampton.

di Stefano Ravaglia

Il 4 novembre 1986 cambiarono parecchi destini, nel replay del terzo turno di Coppa di Lega, ribattezzata Littelwoods Cup per ragioni di sponsorizzazione. Dopo lo 0-0 di Old Trafford, il Southampton ospita sul proprio campo il Manchester United di Ron Atkinson. L’allenatore, curiosamente nato a Liverpool, aveva portato in cinque anni il Manchester a vincere due FA Cup e una Charity Shield, ma aveva tirato alle ortiche un campionato la stagione precedente. E anche il successivo non era iniziato bene: in nove partite lo United ne aveva perse ben sei. La discesa nel profondo sud era speranzosa: l’unica vittoria ottenuta sino a quel momento nella First Division fu proprio contro i Saints, per 5-1. Fuori dalle coppe europee, lo United quella sera saluta anzitempo anche la League Cup.

Il Southampton segna con Lawrence nel primo tempo, e raddoppia a metà ripresa con Colin Clarke. In campo, in quella squadra, anche “l’anziano” Jimmy Case, ex gloria del Liverpool. Poi, fa il suo ingresso in campo un giovanotto longilineo e con la zazzera in testa: si chiama Matthew Le Tissier e il cognome di forte declinazione francese lo si deve al suo luogo di origine. Nato il 14 ottobre 1968 su un’isola a cinquanta chilometri dalla Normandia, Guernsey, ripetutamente invasa nel medioevo dai francesi, prende a calci in un pallone sin da piccolo in una piccola squadra locale, il Vale Recreation, fin quando nel 1984 viene convocato a Londra per alcuni provini con l’Oxford. Scartato perchè “non aveva il fisico adatto”, è il Southampton a correre in suo soccorso. Questa volta il provino ha buon esito e al contrario di quanto accaduto fuori Londra, viene tesserato senza troppi indugi grazie anche al pressing del talent-scout Bob Higgins.

Bravo con entrambi i piedi, nonostante fosse destro naturale, Le Tissier si fa notare per il vizio di calciare dalla grande distanza, calci d’angolo compresi, su cui già da giovanissimo si divertiva a segnare parecchio. Quella sera, in Littlewoods Cup, esordisce come meglio non può: il gol del 3-0 e del 4-0 portano la sua firma. Il primo, è appunto il suo marchio di fabbrica: palombella beffarda sull’uscita del portiere avversario Chris Turner e stacco di testa imperioso su calcio d’angolo di Case. Quattro giorni dopo, l’esordio in campionato: altro 4-1 al Barnsley dove però lui non segna. La sua consacrazione avviene però solo nella stagione 1989-90: con 55 punti il Southampton arriva settimo, aiutato anche dai suoi 20 gol, che gli valgono il premio come miglior giovane dell’anno, riservato a chi non ha ancora compiuto 24 anni.

Il Southampton, con lui in campo, milita sempre in prima divisione, che nel 1992 diviene Premier League. Nel 1993-94 stabilisce il suo record di marcature: 25. Le sirene dei grandi club iniziano a farsi sentire e qui si apre un altro capitolo: il primo “no” è a una offerta del Liverpool. Poi, si fa sotto anche il Tottenham e qui si piomba nel confine tra verità e leggenda: il nostro rifiuta perché non sopporterebbe il caos e la frenesia di Londra. Nel 1993, in marzo, Le Tissier sbaglia l’unico rigore della sua vita: glielo para Marc Crossley, del Nottingham Forest. Gli altri 47 che calcia, li segnerà tutti. Trentenne, a fine anni Novanta inizia la parabola discendente dovuta anche a molti problemi fisici.

Per Le Tissier servono comunque poche parole. Parlano le sue reti: memorabile quella al Wimbledon, in cui si solleva il pallone (non sarà l’unica volta) da calcio di punizione di seconda, e infila la palla sotto l’incrocio. O il meraviglioso “sombrero” nella rete contro il Newcastle nell’ottobre 1993 o la rete al Norwich nel febbraio 1990, dopo una serie infinita di dribbling, magia che riuscirà in molte altre occasioni. E ancora, la botta sotto l’incrocio nell’ultima esibizione del Southampton al vecchio stadio The Dell: un 3-2 fantastico inflitto all’Arsenal nel maggio 2001.

Un solo cruccio per “The God”: la nazionale. Finirà escluso dagli Europei casalinghi del 1996 e dai Mondiali francesi di due anni dopo. Metterà insieme solo 8 presenze, complice anche il fatto che l’Inghilterra non si qualifica per USA ’94, al termine della sua miglior stagione nel suo club, ma anche per quel suo essere poco incline a una ferrea disciplina. L’ultima presenza con la maglia dei Tre Leoni è nota agli italiani: il 12 febbraio 1997 l’Italia vince a Wembley con una rete di Zola. Lascerà nel 2002, in un 2-0 al West Ham, in gennaio. In maglia biancorossa ha segnato 209 reti in 540 presenze, pur non riuscendo mai a vincere la classifica cannonieri.

Un altro grande fuoriclasse moderno, Xavi, restò impressionato dal talento di Le Tissier: “Vidi in tv degli highlights con i suoi gol più belli. Rimasi senza parole. Il suo talento era fuori dalla norma, poteva dribblarne sei o sette, senza neanche accelerare. Un genio!”. Nel 2002-03 disputa qualche partita con l’Eastleigh, cittadina poco distante da Southampton, prima del ritiro definitivo; nel 2013 si rimette gli scarpini per disputare una partita con la rappresentativa locale di Guernsey. Zero trofei, eppure è diventato un mito. Ah, dimenticavamo: quel 4 novembre 1986 è l’ultima partita di Atkinson sulla panchina del Manchester United. Da quel momento inizierà l’era Ferguson, ed è proprio il caso di dire: grazie a Dio. Grazie (anche) a Matthew Le Tissier.

About Stefano Ravaglia

leggi anche

Wimbledon story: i tre giorni più lunghi di Isner e Mahut

La più lunga partita della storia del tennis è durata tre giorni: nel 2010 viene …